Mercoledì 26 ottobre, nel prato retrostante le scuole medie di Acquarossa, sono stati piantumati nove astoni di pero. Un modo per sensibilizzare gli allievi del secondo ciclo scolastico sul patrimonio frutticolo della val di Blenio e un primo passo per la creazione di un sentiero tematico.

L’iniziativa, promossa dall’associazione Meraviglie sul Brenno in collaborazione con i Frutticoltori della Svizzera italiana e il Museo storico etnografico di Lottigna, ha segnato anche l’inizio della realizzazione del primo dei sentieri tematici legati al patrimonio agricolo della valle di Blenio. Il pereto didattico appena piantumato si inserirà infatti nel percorso ad anello denominato “dei peri e delle api” che è al momento quello in fase più avanzata di realizzazione. Seguiranno poi i sentieri “dei torchi antichi e della vigna” e quello “dell’acqua e dei cereali”. Ma torniamo ai peri.

Tre postazioni per conoscere un frutto da diverse prospettive

L’attività didattica della giornata si è concentrata sui diversi aspetti legati al pero. Alla parte pratica della piantumazione degli alberi all’esterno, condotta da Muriel Hendrichs, Benoît Maël Cadier e Daniele Reinhart, sono state aggiunte una parte etnografica e storica condotte da Cristian Scapozza, co-curatore del Museo storico etnografico della valle di Blenio con Delia Giudici della Ganna e Leonardo Azzalini dell’Associazione Meraviglie sul Brenno, e una panoramica generale sui diversi aspetti della frutticoltura curata da Alberto Sassella che ha mostrato agli allievi parti del filmato realizzato per i 75 anni dell’Associazione dei frutticoltori ticinesi.

«Uno degli intenti didattici», mi ha detto Mauro Giudici della Ganna, frutticoltore e membro dell’associazione Meraviglie sul Brenno che mi ha accompagnato tra le varie postazioni, «è stato proprio quello di coinvolgere tutti gli allievi del primo anno di scuole medie, così che possano poi seguire la crescita delle giovani piante».

Un pero innestato su una varietà selvatica, come quelli piantumati a Comprovasco, ci mette sette, otto anni, a diventare produttivo. Il trascorrere del tempo, uno dei punti centrali della questione, assieme alla cura delle piante, è stato declinato anche da Cristian Scapozza che, con l’ausilio di alcuni oggetti del Museo di Lottigna, ha chiarito il concetto di patrimonio e di come ci venga tramandato da chi è vissuto prima di noi e di come noi lo tramanderemo alle generazioni future. Agli allievi è stato anche fornito un formulario per condurre delle interviste agli abitanti della valle e scoprire così la storia dei vecchi alberi di pero della regione: tanto di quelli ancora viventi, quanto di quelli non più presenti sul territorio. Tra i nomi di varietà menzionati sul questionario compaiono pisou bragh di soldaat e pèr vernìn. Quest’ultima varietà, dalle ricerche condotte sinora, sarà probabilmente la varietà simbolo del progetto di recupero dei peri storici della Valle di Blenio. «Un po’ com’è successo con il pom rossìn con i meli della Capriasca. Il pèr vernìn (pera invernale) è un genotipo unico ed è davvero molto presente nella zona. Si tratta di una peretta piuttosto piccola, invernale, di color ruggine, che in passato veniva consumata soprattutto cotta», mi ha detto sempre Mauro Giudici della Ganna. I lavori per repertoriare i vecchi peri della val di Blenio, condotti da Muriel Hendrichs, sono iniziati ormai da alcuni anni e, dalle ricerche condotte finora, risultano essere circa 40 le varietà diverse presenti in valle, per lo meno a livello di onomastica. Ma solo dopo tutte le analisi del caso sarà possibile definire con precisione il numero esatto di genotipi caratteristici.

Per vernìn

La degustazione

Per conoscere meglio la pera si è scelto di proporre agli allievi anche una piccola degustazione di tre diversi succhi. Anche se può sembrare banale, non va infatti dimenticata la caratteristica di alcuni frutti di produrre succo, un metodo che in passato serviva per avere delle vitamine anche nelle stagioni più fredde. «Credo sia molto importante che anche dei ragazzi così giovani dedichino del tempo ad osservare, annusare e gustare un particolare alimento, a registrare delle differenze: quale succo è il più torbido? Qual è il più chiaro? Quale il più scuro? E il più acido? E il più dolce? Da un lato serve per capire il proprio gusto e dall’altro anche per rendersi conto che ci sono infinite sfumature di gusto, molte di più di quelle offerte dalle pere che si trovano in commercio. Approfondendo, anche solo una pera può essere una scoperta continua». Anche questo, in fondo, è un modo per rendersi conto di quanto ricca può essere la realtà che ci circonda.

Non mischiare le mele con le pere

Le informazioni ricevute dagli allievi nelle diverse tappe della mattinata didattica sono state davvero molte, così come le domande che sono state rivolte agli insegnanti: «Quanto grande può diventare un pero? Di più di un faggio?», «Ma poi chi viene a potarli i nostri peri?», «È vero che se si mette della lana di pecora sugli alberi i cervi non li mangiano?». Alberto Sassella, che ha affrontato con gli allievi diversi aspetti della frutticoltura come ad esempio la biodiversità in frutteto, gli innesti, i principali parassiti, la potatura, aveva anche portato una cassetta di mele del suo frutteto famigliare da offrire durante la ricreazione. Parlando della colorazione delle mele e della pruina, il sottile velo ceroso che le opacizza, garanzia di freschezza, che sulle pere non si forma, mi ha anche ricordato come sia difficile individuare il momento giusto della raccolta dei frutti. «Per le pere non è facile, soprattutto se non si conosce la varietà. Spesso le vespe sono dei buoni indicatori, così come il colore dei semi. Quando sono marroni, la pera è matura. Non bisogna però dimenticare che la pera può maturare anche dopo essere stata raccolta». Come la mela? «Sì, come la mela. Però la mela produce molto etilene e lo rilascia anche nell’ambiente circostante. E se si mettono delle pere vicino alle mele, la maturazione delle prime rischia di accelerare troppo. Per quello si dice di non mischiare le mele con le pere».

Cristian Bubola