Manuele De Gottardi quando guarda il bosco è come se leggesse un libro e se hai la fortuna di essergli accanto, lo fa ad alta voce.

«Vedi quella striscia verde che sale sul versante? Non la prima, quelli sono larici, la seconda, quelli sono carpini neri, che sono fra i primi a mettere le foglioline; il terreno in quella zona è ricco di calcare e il potere calorico del carpino è maggiore di quello del faggio. Ce ne sono di più giù dalle tue parti» mi dice e aggiunge «questo sarebbe il periodo ideale per un censimento dei ciliegi» e poi mi parla di com’è cambiato il bosco in questi ultimi 50 anni, dell’ailanto che infesta la zona, della siccità che affligge il castagno e del tempo che serve per spegnere un incendio. 

Siamo appena scesi e risaliti a piedi in zona Drobass, sopra Monticello, frazione di S. Vittore, nei Grigioni, per vedere i lavori di risanamento della sua selva castanile: una quarantina di castagni centenari piantati diversi anni fa e cresciuti su un pendio di circa 3’000 metri quadri. 

Mi racconta anche che la sua è una vera e propria passione per il legno, che parte dalla conoscenza del bosco e dalla sua cura, per arrivare infine alla creazione di sculture in legno. L’ultimo posto che mi mostra è dove le realizza. Al fresco e lontano da tutti così non dà fastidio a nessuno il rumore della motosega. 

Ma torniamo al principio: i lavori di risanamento della selva.

Un impegno da rispettare per il futuro

«Ho firmato un contratto. È chiaro che io un lavoro così non me lo potevo permettere. Lavori di questo tipo si possono fare solo con il sostegno finanziario dell’Ufficio foreste e pericoli naturali dei Grigioni. Però poi, se decidi di fare un intervento di ripristino, devi anche garantire il mantenimento della selva». Per quanto tempo? «Per 30 anni. L’impegno l’ho preso io, ma può essere mantenuto anche da una terza persona, ad esempio un agricoltore, che in quel caso avrebbe diritto ai contributi diretti per la rispettiva superficie». Gli chiedo di spiegarmi le varie fasi dei lavori e quanto sono durati «Il lavoro è stato fatto tra gennaio e marzo. Per prima cosa il forestale di zona ha fatto la martellatura, ha indicato le piante che andavano tolte». Il castagno soffre molto la concorrenza delle altre piante e per crescere sano ha bisogno di luce. «Dopo un primo esbosco con l’elicottero, si è passati, alla potatura dei castagni, fatta da specialisti e si sono quindi preparate le grosse fascine che sono state portate via ancora con l’elicottero. Infine per il trasporto dei rami più piccoli e del fogliame sono stati utilizzati dei teli speciali che riempiti adeguatamente hanno raggiunto un peso di 700 kg. Una difficoltà è trovare il terreno adatto per prepararli. Serve una superficie un po’ pianeggiante. Non puoi metterlo in pendenza, ci metti sopra la legna e poi l’elicottero lo porta via». 

Quanti voli sono serviti? «Saranno stati un centinaio di voli, con un tempo di rotazione di un minuto però». Il legno è stato scaricato e macinato non lontano, trasformato in truciolato per il riscaldamento e caricato sui camion. 

«Una volta pulito il terreno con il soffiatore sotto i castagni si è poi proceduto con l’idrosemina, preparata aggiungendo all’acqua la semenza giusta per selve, miscelata con paglia fine e cellulosa, così si attacca bene al terreno e rimane lì anche col vento». Per farvi pascolare degli animali bisognerebbe poi aspettare qualche anno, «perché si formi bene la tèpa». Anche se questo intervento è legato al ripristino della selva come frutteto, più che a un pascolo alberato tra i castagni.

Gli chiedo ancora qualcosa sulla potatura. «Ma, di base si tratta di tagliare i rami secchi e ridurre la chioma. Poi dipende da castagno a castagno. Quello lì ad esempio, ai tempi, è stato capitozzato, e tutti i ricacci partono dallo stesso punto. Facevano così per ricavare, dopo circa 15 anni, della paleria da utilizzare nei vigneti e nel contempo mantenevano l’innesto e quindi la varietà delle castagne prodotte dai rami e anche per evitare che le capre li raggiungessero». Manuele mi spiega che sono stati lasciati anche diversi tronchi cavi, per favorire la biodiversità. In un vecchio albero, a cui passiamo accanto, hanno fatto il nido le api e nell’ora scarsa che ho passato in selva ho visto un paio di ghiandaie e sentito più volte il canto del picchio verde.

Ritorno del passato e gestione a venire

Nel Moesano esistono diverse selve castanili private e alcune pubbliche. Dal 1997 il servizio forestale ha promosso progetti di ripristino in collaborazione con comuni e proprietari privati. Attualmente il Moesano vanta 70 ettari di selve castanili gestite da agricoltori. Durante i lavori di pulizia sono comparsi anche dei terrazzamenti, delimitati da piccoli muretti a secco. «Una volta, probabilmente, qui venivano coltivati forse segale o altri cereali per il castello di Mesocco» mi dice Manuele. 

Sotto la selva c’è il rustico e sul prato sottostante sono stati messi a dimora dei giovani castagni «c’è il marrone di Cuneo, il marrone di Lattecaldo» Tutti presi al vivaio cantonale, protetti da una recinzione contro i cervi e con i sottili tronchi dipinti di bianco per proteggerli dai parassiti. «Nei primi anni bisogna curarli molto i castagni. Il 20% circa muore. Occorre mettere del letame e  bagnarli regolarmente in estate, almeno una volta alla settimana». 

Gli chiedo poi come intende gestire la raccolta delle castagne. «Sai, qui di gente ne passa parecchia. Io farò qualcosa come alla selva di Piantorina, sopra Sant’Antonino. Metterò un cartello che spiega la gestione di una selva castanile e le possibilità di utilizzo. La cosa più importante è tenere pulito, perché se si molla la presa, l’ailanto e il poligono del Giappone ti fregano».

Il castagno, gestito, torna così per alcuni ad essere il glorioso “albero del pane” che è stato per tanti anni una delle principali fonti d’alimentazione della Svizzera italiana. 

Cristian Bubola