Tra le molte novità presentate alla Camera agraria cantonale dello scorso 4 dicembre 2021 c’è stata la presentazione della nuova commissione dell’UCT dei Giovani Contadini Ticinesi e la nomina del loro presidente, Giacomo Bassetti, classe ’95, all’interno della direttiva dell’Unione Contadini Ticinesi. Giacomo, forse qualcuno lo ricorderà, era già comparso sulle pagine di Agricoltore nel corso del 2020. Da gennaio 2021 ha un’azienda a Carena in Val Morobbia e alleva vacche da latte e capre.

Da un anno sei presidente dei Giovani Contadini Ticinesi, e ora sei entrato nella direttiva dell’UCT. Quante persone rappresenti e quali sono i vostri obiettivi?

«Di persone attive, che si trovano regolarmente, siamo in sette-otto, ma in totale i membri sono una ventina. Il tutto è nato per portare la Jula (JunglandwirteKommission, n.d.r.), che a livello nazionale aveva già un rappresentante, in Ticino. Il nostro obiettivo, prima di tutto, è di poter dire la nostra, partecipando attivamente ai dibattiti e portando le tematiche e le idee che discutiamo noi come Giovani Contadini Ticinesi all’UCT. Troviamo importante che i giovani si interessino alla politica agricola, soprattutto perché tra qualche anno saremo noi a dover vivere di questo mestiere. Ovviamente, vedo interessante anche la cosa inversa: prendere spunto dall’UCT per arricchire le nostre attività. A breve termine, per quest’anno stiamo organizzando qualche incontro, per esempio sulle tematiche dei grandi predatori e degli alpeggi, anche se con le norme per la pandemia siamo un po’ sul chi va là. Sicuramente, quest’estate dovremo investire molto tempo per l’iniziativa sull’allevamento intensivo».

Anche l’anno scorso vi siete spesi molto per le iniziative agricole estreme e questo vi va senz’altro riconosciuto. Come hai vissuto la tua prima esperienza politica?

«Me l’aspettavo già, ma la reazione della gente mi ha comunque colpito, anche se dipendeva molto dall’argomento e da come se ne parlava. Spesso ci siamo confrontati con i tipici stereotipi dei giovani che non s’interessano della politica e degli anziani di altri tempi. Abbiamo fatto diverse giornate al mercato di Bellinzona a parlare con le persone. In generale abbiamo notato una differenza estrema tra Ticino e Svizzera tedesca e romanda; con i secondi, parlavi pochi secondi e già ti dicevano che avrebbero votato no alle iniziative. In Ticino, tanti non si informavano o erano male informati. S’incontravano tanti giovani con una mentalità distante dall’agricoltura, favorevoli alle iniziative, con cui si poteva parlare e discutere ma che non cambiavano idea».

Malgrado le grosse difficoltà, l’anno scorso l’agricoltura svizzera è stata risparmiata. Si ha però avuto appena il tempo di festeggiare che all’orizzonte è sorta un’altra sfida: l’iniziativa sull’allevamento intensivo, che arriverà in votazione nel corso dell’anno. Il Consiglio federale si è già schierato dalla parte dei contadini, ma tematiche come la produzione di carne e l’allevamento animale sono davvero delicate per molte persone. Quanto sarà dura convincere la popolazione questa volta? Considerando che tu stesso allevi mucche e capre, se dovesse passare, quali ripercussioni avresti personalmente?

«Personalmente, l’iniziativa sull’allevamento intensivo sarebbe molto incisiva. Per le capre, per esempio, dovrei o dimezzare il gregge, o raddoppiare la superficie della stalla. È un problema serio e come lo è per me lo sarebbe per la maggior parte degli altri agricoltori. Secondo me si dovrà lottare ancora di più dell’anno scorso, appunto perché è un tema molto sentito; non partiamo sicuramente in vantaggio e dovremo subito correre. Dovremo prenderci il tempo per spiegare bene la nostra agricoltura alle persone, soprattutto nelle città. Si parla di superfici, rispetto e benessere animale, ma ricordiamoci che a livello mondiale la Svizzera è un fiore all’occhiello e sono poche le nazioni che possono vantare standard simili ai nostri. Dovremo poi affidarci su ogni singolo agricoltore, anche al di fuori del settore, come è stato per le scorse iniziative. Deve essere una sfida dell’agricoltura, non solo degli allevatori».

Restando in tema, alla Camera agraria Mauro Ryser ha detto che, per mantenere il tasso di approvvigionamento attuale, vista la costante crescita demografica, ogni azienda agricola dovrà cercare di produrre per un numero di persone sempre maggiore. Vedendo le numerose iniziative che puntano a minare l’agricoltura svizzera, credi sia fattibile?

«Si può discutere se sia fattibile o meno. Magari cambiando certi metodi di produzione. Sicuramente non c’è molta coerenza; si vuole diminuire il numero di animali e si vuole aumentare il tasso di approvvigionamento, ma rendendo l’agricoltura più estensiva non si può produrre di più. La cosa che a me non quadra è che spesso la gente che richiede un’agricoltura maggiormente estensiva è la stessa che vuole aumentare il tasso di approvvigionamento. Ed è ancora la stessa gente che si dimentica di avere un potere enorme a partire dagli acquisti che fa. Io allevo nel convenzionale, ma se la gente non comprasse il mio prodotto, sarei il primo a cercare di cambiare e adeguarmi. La realtà però è che il consumatore spesso non acquista quello che pretende nelle iniziative. Non si può esigere che sia tutto biologico e poi tra la bistecca bio a 50.- al kg e quella convenzionale importata a 20.- si prende quella importata che costa meno».

Quale credi sia il futuro dell’agricoltura ticinese?

«Per come la vedo io, o per come la vediamo noi, mi permetto di parlare a nome della JULA, in futuro ci saranno sempre più sfide per fare in modo di conservare quella che è l’agricoltura tradizionale del nostro paese, che è anche la nostra passione. Il rischio è che scompaiano piccole tradizioni, che sono però importanti. Si va per esempio sempre più verso l’abbandono degli alpeggi, soprattutto per capre e pecore. Il risultato sarà che mancheranno un prodotto e una cultura tipici del nostro paese. La sfida più grande è e sarà quella di sensibilizzare chi non è del settore riguardo a cose che sono difficili da far vedere e da far capire. Bisogna riportare la gente vicino all’agricoltura e farle capire come funziona. Tanta gente non ha mai messo piede in una stalla e credo che i bambini che visitano le fattorie con la scuola vedano meglio dei genitori che seguono i dibattiti televisivi».

Andrea Arrigoni