L’iniziativa per vietare i pesticidi sintetici sta alimentano dibattiti già da qualche tempo. Da una parte c’è chi la considera troppo estrema, dall’altra chi sostiene che i tempi siano maturi per accettarla. Ne discutiamo con due viticoltori.

Il prossimo 13 giugno saremo chiamati ad esprimerci sulle due iniziative, “Per un’acqua potabile pulita e cibo sano” e “Per una Svizzera senza pesticidi sintetici”. Oggi cerchiamo di fare un po’ il punto soprattutto sulla seconda con l’aiuto di due viticoltori di medie dimensioni attivi in Ticino. Entrambi coltivano circa quattro ettari di vigna, in terreni difficilmente meccanizzabili, con varietà europee (Merlot, Chardonnay), e che si trovano sui due fronti opposti: Christian Zündel, viticoltore biodinamico del Malcantone e Sandro Vosti, viticoltore convenzionale e presidente della Società agricola del Locarnese.

In questo spazio ci concentreremo sull’Iniziativa contro i pesticidi. Ma la vostra posizione per l’iniziativa sull’acqua potabile, qual è?

Christian Zündel: «Favorevole».

Sandro Vosti: «Contrario».

Perché?

Zündel: «Chi inquina non va premiato. È impossibile contestare questa logica. Critico il fatto che questa iniziativa non vada fino in fondo, colpendo esclusivamente chi percepisce dei pagamenti diretti e non vieti l’importazione di alimentari prodotti con l’uso di pesticidi di sintesi (PDS). Comunque, se dovesse venire accettata, i rimanenti utilizzatori di PDS difficilmente resisterebbero a lungo sotto la pressione congiunta dell’opinione pubblica, della politica e della distribuzione».

Vosti: «È un’iniziativa troppo estrema. Colpirebbe la maggior parte delle nostre aziende agricole sia convenzionali sia biologiche che percepiscono i contributi, provocando una diminuzione significativa della produzione agricola e, in controparte, un aumento dell’importazione di prodotti esteri. L’iniziativa sull’acqua potabile, oltre ad abolire i pesticidi, vieta anche la possibilità di acquistare foraggio al di fuori della propria azienda, mettendole in serie difficoltà».

Ma arriviamo adesso all’iniziativa sui prodotti fitosanitari sintetici (PDS): l’aspetto che preoccupa di più i favorevoli all’Iniziativa è legato alla nostra salute. Lei signor Vosti non ha nessun timore al riguardo?

«Chiaramente sì, sono il primo ad entrare a contatto diretto con i prodotti fitosanitari sintetici. Bisogna però dire che l’agricoltura svizzera ci tiene all’ambiente e a produrre prodotti di qualità e sicuri per la propria popolazione. Purtroppo, specialmente nei settori dell’orticoltura, viticoltura, frutticoltura e campicoltura, siamo costretti a utilizzare prodotti fitosanitari e insetticidi per combattere le diverse malattie fungine e i parassiti che compromettono seriamente la qualità e la resa dei nostri prodotti, che va poi ad incidere sul reddito dell’agricoltore. Negli ultimi anni stiamo migliorando tantissimo nell’utilizzo dei pesticidi, riducendoli, con la creazione di piante più resistenti alle malattie un utilizzo mirato a basso impatto ambientale e rispettando le distanze di sicurezza verso i corsi d’acqua».

Per i contrari all’iniziativa invece, signor Zündel, i problemi principali di un’accettazione sarebbero l’esplosione dei costi di produzione e dei prezzi al consumo. Lei che cosa ne pensa? «Si tratta di allarmismo puro. Spiegatemi perché senza PDS dovrebbero esplodere i costi di produzione di una tipica azienda ticinese che alleva animali e produce latte o carne (attenzione: l’iniziativa interessa esclusivamente i PDS, non menziona né i concimi minerali né l’agricoltura biologica). Nella viticoltura – il mio campo – l’uso di PDS è invece massiccio. Senza chimica effettuiamo forse uno o due trattamenti in più, compensati però dal costo minore dei prodotti. Lo sfalcio al posto del diserbo crea costi supplementari, ma questo modo rispettoso di lavorare, percepibile e visibile, crea soddisfazione ed è senz’altro apprezzato dai nostri clienti. Un aumento dei costi di produzione inciderebbe solo per un terzo sul prezzo al consumo, in quanto non tocca la trasformazione e il margine di distribuzione. La produzione sana e non inquinante che risparmia alla comunità alti costi della salute e di degrado ambientale rappresenta un forte argomento per le nostre rivendicazioni di un prezzo giusto».

Nel concreto, signor Vosti, che cosa comporterebbe per lei e per il settore primario svizzero, l’accettazione di questa iniziativa?

«Per me come viticoltore con principalmente superfici in collina e poco meccanizzate, i costi di gestione diventerebbero insostenibili. Coltivo soprattutto Merlot, che purtroppo è sensibile alle malattie e se utilizzassi solo prodotti di tipo biologico sarei costretto quasi a raddoppiare il numero dei trattamenti e non avrei la certezza di arrivare a vendemmia. Per il settore primario in generale, tante aziende si troverebbero in grosse difficoltà. In breve tempo, perché 8-10 anni non sono tanti. Si dovrebbero trovare delle alternative di produzione sostenibili finanziariamente che purtroppo, ora come ora, sono poche e sicuramente richiederebbero investimenti molto importanti. Nel mio caso, per esempio, dovrei sicuramente estirpare il Merlot e rimpiazzarlo con dei vitigni resistenti. Al momento però, enologicamente, non ce ne sono di comparabili al Merlot. Dovrei attendere tre anni fino quando vanno in produzione e assumermi i costi di un investimento galattico. Non so se il santo vale la candela».

L’uso della “chimica” in agricoltura nell’ultimo secolo ha contribuito a una resa maggiore e a una  qualità migliore degli alimenti. Ci sono stati degli effetti secondari indesiderati, è innegabile. Lei, signor Zündel, non crede sia un po’ troppo radicale eliminare tutti i prodotti fitosanitari di sintesi?

«È vero, in un breve lasso della storia millenaria dell’agricoltura siamo riusciti a creare un bel problema. Le rese maggiori (ca. il 20% secondo il FiBL), impossibili da mantenere in futuro a causa del degrado progressivo dei suoli, sono probabilmente piuttosto l’effetto dei concimi minerali. L’aspetto luccicante e impeccabile della frutta invece è senza dubbio una prodezza dei PDS. Io, ad ogni modo, mi rallegro ogni mercoledì quando il camioncino della ConProBio ci porta saporitissimi e sani ortaggi, frutta, formaggi, latticini, carni, tofu ecc., prodotti senza PDS da aziende doc ticinesi dal piano alla montagna. Perché non pagare il giusto e favorire una vera discussione dando ogni tanto voce a loro, al posto dell’asfissiante martellamento dei due “no“? Dopo l’affossamento parlamentare irresponsabile della pur timida PA22+ si è rafforzata in me la convinzione che, per progredire, la rinuncia ai PDS entro 10 anni non può che essere totale e vincolante».

In conclusione signor Vosti: Perché votare NO? «Perché, come già detto, sono veramente troppo estreme e soprattutto non è questa la maniera corretta di imporre le cose, senza neanche preoccuparsi dell’impatto che hanno sulle nostre aziende agricole. È troppo bello fare gli ambientalisti sulle spalle dei altri. Invito tutti a votare no, per salvare la nostra agricoltura, che sta comunque evolvendo; basta guardarsi in giro. Abbiamo un bellissimo paesaggio, con mucche al pascolo, vigneti collinari, campi fioriti e anche una bella biodiversità, grazie agli agricoltori».

E per lei signor Zündel: Perché votare SÌ? «Per costruire il futuro invece di subirlo. Per proteggere la salute degli agricoltori, delle loro famiglie e dei loro collaboratori, i più esposti ai PDS. Per convogliare le risorse scientifiche finora spese nella prossima molecola d’assalto verso il perfezionamento di metodi di coltivazione rispettosi della natura. Per mettere a nudo gli interessi dell’agrochimica, finora coperti dagli agricoltori messi alla gogna. Per conferire nuova dignità alla nostra nobile professione: dare cibo a corpo e anima».

Cristian Bubola