Riorientare la produzione avicola nazionale alla doppia attitudine è decisamente arduo e se da un lato si tratta di un’opportunità, dall’altro le difficoltà a concepire un sistema d’allevamento integrato, carne/uova, sono tutt’altro che trascurabili.

Solo negli ultimi dieci anni il consumo di carne di pollame su base annua è aumentato di 3 chili pro capite e a livello nazionale si è arrivati a sfiorare un fabbisogno di 350 milioni di uova. Si tratta di prodotti che nonostante la domanda crescente continuano ad avere una buona quota nel mercato di produzione interna: per la carne, nel 2021 quasi il 67% era locale; per le uova invece la percentuale nazionale di produzione era del 78%. Ma non è sempre stato così.

Uova d’oltremare
Da alcuni documenti della SEG, un’associazione per la promozione dell’allevamento del pollame, risulta che nel 1948 ci si preoccupava delle rese insufficienti degli allevamenti di pollame svizzero e si auspicava una resa di almeno 150 uova per gallina all’anno per abbattere i costi di produzione. Ai tempi, per soddisfare la domanda svizzera si importavano uova addirittura dagli Stati Uniti e dall’Argentina.

Si è passati da 150 a oltre 320 uova all’anno
Per rispondere alla domanda ci si è concentrati nel massimizzare la produzione e di conseguenza l’economia avicola si è specializzata nelle due branche produttive, da un lato carne e dall’altro uova. Come ha chiarito Yves Santini, della Ei AG, all’incontro organizzato dalla Società svizzera della protezione degli animali da reddito (STS) «le migliori prestazioni nell’allevamento degli ultimi decenni si sono raggiunte grazie alla selezione di razze ibride», che possono arrivare a deporre più di 350 uova all’anno. Va detto che anche i sistemi di allevamento all’aperto si basano su questi animali.

Ma la soluzione si è ben presto trasformata in un nuovo problema
«Con queste razze ibride si sono raggiunti quelli che possono essere considerati i valori limite biologici del sistema, in termini di deposizione e di ingrasso», sempre Yves Santini. Così che i pulcini maschi delle linee genetiche delle ovaiole sono diventati sottoprodotti dell’industria non utilizzabili. «Non depongono uova, ma si abbuffano come i loro conspecifici destinati all’ingrasso, senza però metter su peso», ha chiarito Inga Günther, direttrice dell’Ökologischen Tierzucht Gmbh ad Augsburg in Germania. E si è giunti così al paradosso. «Per l’agricoltura e per la filiera che punta a creare valore aggiunto, si è arrivati ad avere degli animali da reddito che non producono alcun reddito».

Urgono nove vie
«Per molti anni si è accettato che i pulcini maschi delle ovaiole venissero uccisi subito dopo la schiusa, perché i vantaggi in temini economici e ambientali erano evidenti», ha proseguito Yves Santini. Ma l’aumentata sensibilità dell’opinione pubblica sugli aspetti del benessere animale costringe ora l’allevamento di pollame a cambiare sistema. Delle possibili soluzioni per orientare la produzione esistono e il sostegno dei settori della ricerca e dello sviluppo è massiccio. L’industria tedesca sta ormai da tempo utilizzando la tecnologia In-Ovo che permette di selezionare le uova piuttosto che i pulcini, anche perché dal gennaio del 2022 in Germania l’eliminazione dei pulcini è vietata per legge. Anche in Svizzera si sta cercando una soluzione analoga per far sì che la pratica dell’uccisione dei pulcini diventi un ricordo del passato.

Razze a duplice attitudine
Un altro approccio che si sta seguendo sia in Svizzera sia in Germania è il passaggio a razze a doppia attitudine come l’Appenzellese dal ciuffo, la Sussex, l’Altsteirer o la gallina di Bresse. Questa e la strada seguita in particolare da Bio Suisse, per abolire la pratica dell’uccisione dei pulcini. Riorientare l’allevamento è una grande opportunità anche per Yves Santini, soprattutto perché così possono essere considerati tutti gli aspetti di una produzione sostenibile. Proprio a questo scopo, già nel 2014, la Ei AG ha avviato un progetto per produrre uova biologiche con galline a doppia attitudine.

Condizioni d’allevamento difficili anche per il contesto globale
Il problema principale per la promozione dell’allevamento di galline a doppia attitudine è legato anche a quanto richiede il mercato globale. «Le grosse aziende d’allevamento producono quello che richiede il mercato e a livello mondiale la gran parte di uova da consumo viene deposta da galline che vivono ancora in batteria, anche se in Svizzera e in Europa si tratta di una pratica vietata», ha chiarito Inga Günther. La richiesta di galline robuste e resistenti alle malattie, a doppia attitudine e che vivono all’aperto, per le grandi aziende d’allevamento mondiale al momento non sono di alcun interesse. «Di modo che anche l’allevamento biologico si basa ancora su razze selezionate in base a criteri che poco hanno a che fare con i sistemi biologici che si vorrebbero implementare».

Quale sarà la gallina del futuro?
«Gli obiettivi d’allevamento vanno ridefiniti del tutto, non bisognerà più considerare solo gli aspetti produttivi, ma la resistenza alle malattie, la capacità di trasformare il mangime, il comportamento sociale e come le galline reagiscono agli influssi dell’ambiente; questi fattori dovranno essere considerati sullo stesso piano dei valori standard d’allevamento», sempre Inga Günther. Solo in questo modo avremo animali resilienti che potranno adattarsi al ridotto potere nutritivo dei mangimi e al mutamento delle condizioni climatiche. Le questioni principali dell’allevamento sono ora la salute animale, la capacità produttiva durante l’intera vita, il peso e la questione dell’alimentazione. La questione di come ridurre e sostituire gradualmente le componenti proteiche rispettando il clima e senza mettere a rischio la salute degli animali è fondamentale. «Rimangono però questioni molto complesse da affrontare in un allevamento», sempre Inga Günther.

Le galline Coffee e Cream offrono un’ottima soluzione
Con le galline a doppia attitudine “Coffee” e “Cream”, disponibili anche in Svizzera, si sono già raggiunti risultati interessanti e il fatto che stiano aumentando sia le uova da cova di queste razze sia l’alto tasso di ordinazioni significa che soddisfano le aspettative degli agricoltori. Questo però rappresenta solo un inizio e molto va ancora fatto. Tra l’allevamento di queste nuove razze a doppia attitudine e le ibride specializzate c’è un divario di sessant’anni che non si potrà recuperare in tempi brevi. Per continuare su questa strada è necessario che ci sia un coinvolgimento di tutti, anche da parte della grande distribuzione. «L’allevamento e le questioni di marketing ad esso collegate sono un argomento molto complesso, così come la comunicazione con il cliente finale per ottenere, ad esempio, comprensione per degli aumenti di prezzo», conclude Inga Günther. Le premesse oggi però ci sono tutte: da un lato vi sono basi da cui partire e dall’altro una volontà crescente nella società di occuparsi di benessere animale e avere una visione olistica dei vari sistemi d’allevamento.

LID, Renate Hodel, trad. e adattamento Cristian Bubola