Lunedì 24 agosto si è tenuta a Sant’Antonino la conferenza stampa di presentazione del Comitato operativo ticinese per la campagna del “Sì alla legge sulla caccia”, di cui fanno parte UCT e enti affiliati, FCTI, STEA, ALPA, la Federazione ticinese consorzi allevamento caprino e ovino e ATsenzaGP. Il prossimo 27 settembre si voterà sulle modifiche alla Legge federale sulla caccia e la protezione dei mammiferi e degli uccelli selvatici apportate dal parlamento nel settembre del 2019. La raccomandazione del Consiglio federale e del Parlamento è di votare SÌ alla nuova legge e l’intenzione del Comitato operativo è soprattutto quella di riportare il dibattito su un piano concreto e razionale.

Perché é necessaria una revisione?

«L’attuale legge sulla caccia risale al 1986, 34 anni fa, e molte cose sono cambiate da allora. L’aggiornamento è stato fatto da specialisti in materia ed è un saggio compromesso, una “ricetta” tipicamente svizzera, che permetterà di mantenere un buon equilibrio tra i diversi interessi e una migliore convivenza tra la fauna selvatica e i diversi fruitori della natura» ha precisato Sem Genini in apertura. «Le popolazioni di specie protette, in particolare lupi e stambecchi, e localmente cigno reale, sono aumentate in modo esponenziale causando sempre più conflitti con l’allevamento, e in generale con tutta la popolazione». La revisione della legge permetterà di regolare anche le specie protette se necessario e vi sarà una delega ai Cantoni per la loro regolamentazione, ma sempre e soltanto a determinate condizioni e previa consultazione con l’Ufficio Federale dell’Am­biente. Inoltre, proprio come ora, vi sarà ancora la possibilità di ricorrere da parte delle associazioni ambientaliste e di esigere la verifica della legittimità delle decisioni di regolazione degli effettivi.

Allevatori scoraggiati e stanchi
Armando Donati, presidente dell’AT­senzaGP, ha ricordato come quest’anno in Ticino ci siano già state «ben 13 predazioni e numerosissimi avvistamenti di lupi». Lui stesso nel 2013 ha subìto una predazione e sa bene cosa vuol dire ritrovarsi davanti agli occhi la pecora più amorevole del gregge sgozzata. «Gli allevatori sono scoraggiati, inquieti e l’interrogativo che si pongono è sempre lo stesso: come sarà domani?» E la risposta che si danno è: «Sarà sempre peggio. Che vita potrò dare alle mie capre? Chissà se ce la farò ad andare avanti?». Tutto il sistema della pastorizia in Ticino rischia di scomparire e se la revisione alla legge non sarà approvata si rischia di assistere a una svolta epocale in Ticino.

Il nome per esteso: Legge sulla caccia e la protezione dei mammiferi e degli uccelli selvatici
Sandro Rusconi, coordinatore del comitato ticinese, ha sottolineato come si dimentichi sempre e volutamente di riportare per esteso il nome della legge, che non è solo “sulla caccia” ma anche “sulla protezione dei mammiferi e degli uccelli selvatici” e di come oramai il tema si sia banalizzato uscendo del tutto dalla realtà della situazione. «In molti credono che si vada a votare sì alla caccia, no alla caccia». In realtà, come ben fa intendere il nome per esteso, non si tratta di una revisione che avvantaggia i cacciatori, anzi, pone nuovi limiti e nuove restrizioni. Inoltre, con questa revisione «la Confe­derazione si assume nuovi impegni, come ad esempio la creazione di corridoi faunistici, la migliore protezione di luoghi di stazionamento per uccelli migratori e studi regolari di monitoraggio e di ricerca sulla fauna selvatica». La modifica di legge tocca specialmente la seconda parte della denominazione. A scocciare, in particolare alcune cerchie, sono stati due elementi: la possibilità di regolare effettivi anche di specie protette e la delega ai Cantoni di alcune responsabilità finora assunte dalla Confederazione. Questa nuova definizione delle responsabilità permette però una gestione più mirata relativa al territorio specifico di ogni Cantone e permette una migliore tempestività negli interventi. «Anche per l’emergenza Covid-19 la gestione ora è demandata ai Cantoni, visto che le varie situazioni cantonali differiscono una dall’altra» ha concluso Rusconi.

Comune denominatore: affetto per il territorio
«A livello ticinese abbiamo ricevuto l’appoggio di moltissime persone in grado di rappresentare gli interessi in gioco laddove parliamo di fruizione e mantenimento territoriale e paesaggistico» spiega Aram Berta, membro del comitato operativo, nel presentare il vasto comitato di sostegno. «Un altro aspetto positivo è quello legato al messaggio che ognuno ha scelto e che si traduce in un unico sentimento e comun denominatore, ovvero l’affetto per il nostro magnifico territorio e la volontà di migliorarne la preservazione per garantire alle future generazioni una dimensione apprezzabile in termini di contatto con la natura e sostentamento locale» continua Berta che è anche responsabile della campagna Facebook.

Caccia e regolazione
La regolazione degli effettivi di una determinata specie non è un’attività di caccia come tutte le altre, ma è gestita da gruppi specifici, formati e istruiti. Marco Viglezio, vicepresidente della FCTI, ha precisato che la revisione della legge in realtà «tocca marginalmente l’attività della caccia. Impone limiti più severi e vincoli maggiori, come ad esempio l’esame obbligatorio di tiro o l’obbligo di cercare il selvatico ferito. Se non lo si fa, le multe possono arrivare fino a 20’000 franchi». Le specie che saranno soggette a regolazione saranno soltanto tre: lupo, cigno reale e stambecco. «Quest’ultimo è ormai da 4 decenni che viene regolato in maniera scientifica e ciò non vuol dire affatto distruggere una specie». Ha inoltre ricordato come «da un unico branco di lupi nel 2011 nei Grigioni si è passati a ben sette, nel giro di soli nove anni. Il tasso di crescita è del 30% degli effettivi ogni anno e le recinzioni di protezione per le greggi si trasformano spesso in trappole mortali per la selvaggina».
In conclusione «in vista della votazione del 24 settembre è soprattutto necessario riportare al concreto, al razionale e a quanto realmente accade nelle zone rurali, i centri cittadini che, spesso, hanno un’immagine idealizzata e molto distante dalla realtà che ogni giorno si vive nelle zone più discoste, dove ancora si pratica l’agricoltura».


CB