Questo il sunto dello stato attuale delle cose, pronunciato più volte a gran voce dal numerosissimo pubblico presente alla serata informativa sul lupo tenutasi giovedì 19 maggio a Cevio. La problematica è più attuale e concreta che mai e i tempi tutt’altro che ridotti della politica non coincidono con le aspettative e le richieste accorate degli allevatori.

In seguito alla decisione di abbattimento dell’esemplare che aveva predato il 26 aprile scorso in Val Rovana emanata il 18 maggio, ci si sarebbe potuti aspettare un altro clima in sala. Malgrado, come detto da Tiziano Putelli, capo dell’Ufficio Caccia e Pesca, l’obiettivo del Governo sia quello di «potenziare la comunicazione» con la popolazione, accelerando i tempi di analisi e studi, a far parlare gli allevatori e i rappresentanti del settore presenti sono state la rabbia e la frustrazione accumulatesi nel corso di molto, troppo tempo. Come si legge sul comunicato del 19 maggio dell’Associazione per la Protezione del Territorio dai Grandi Predatori, la decisione di abbattimento è stata «necessaria ma tardiva» e ha «esacerbato gli animi, suscitato polemiche e diminuito la possibilità di abbattere l’esemplare “colpevole”».

Il Ticino nella morsa del lupo

Nonostante il contesto, la serata informativa è stata aperta da un primo intervento di Gabriele Cozzi dell’Ufficio Caccia e Pesca, che ha presentato una visione d’insieme della presenza del lupo in Svizzera e in Ticino e ha in seguito parlato delle attuali tecniche di monitoraggio impiegate dal Cantone. «Siamo entrati in quella che viene definita la fase esponenziale» della crescita demografica del lupo, afferma Cozzi, evidenziando che il Ticino si trova «in mezzo alle realtà» evidenziate nei Grigioni, in Vallese e in Italia. «Individui giovani verranno potenzialmente qui a migrare», alla ricerca di altri simili con cui formare nuovi branchi, e al momento sono stati accertati «sul suolo cantonale una decina di lupi più o meno stabili», soprattutto in Valle di Blenio e Valle Maggia.

Oltre al cambiamento che avverrà presso il Laboratorio di analisi preposto a Losanna, che aumenterà la velocità dei controlli sui campioni raccolti e permetterà da quest’anno di risalire all’esemplare specifico in due settimane, l’Ufficio Caccia e Pesca intende in futuro implementare la comunicazione con la popolazione e ampliare le tecniche di monitoraggio già utilizzate, come le fototrappole, e impiegarne di nuove: installando telecamere che diano «un paio di occhi in più ai guardacaccia, con una funzione puntuale sia nel tempo che nello spazio», o adottando il monitoraggio GPS con cui capire le interazioni e gli spostamenti dei lupi. L’appello conclusivo di Cozzi è stato rivolto proprio agli allevatori: «se avvistate il lupo, segnalatecelo subito. Senza informazioni possiamo far poco. Abbiamo bisogno del vostro aiuto».

Tecniche di protezione

Vi è poi stata la presentazione di Silvio Guggiari, responsabile del servizio di protezione delle greggi presso l’Ufficio della consulenza agricola. Oltre a parlare delle tecniche di protezione già conosciute, i recinti elettrificati e i cani da protezione, Guggiari ha fatto riferimento al pacchetto supplementare di 5,7 mio. di franchi per la stagione alpestre 2022, divulgato il giorno stesso in un comunicato stampa dell’Ufficio federale dell’ambiente. Questo credito aggiuntivo verrebbe sostanzialmente impiegato per il posizionamento di alloggi mobili per i pastori, per l’impiego di personale ausiliario con cui proteggere il bestiame, per il contributo forfettario alle recinzioni e per il compenso del foraggio nei casi di scarico anticipato dell’alpe. Come si legge nel comunicato dell’UFAM, in seguito a domande di contributi finanziari al Cantone, la Confederazione rimborserebbe «ai Cantoni l’80 per cento dei costi».

Proteggere ciò che non è proteggibile

Quello che è risultato palese in seguito alla presentazione delle misure di protezione conosciute attualmente a livello federale e del pacchetto supplementare per la stagione alpestre 2022 è che la situazione concreta del territorio ticinese sia in netto contrasto con quanto promosso da Berna. Negli scorsi giorni si è infatti sentito parlare del concetto di «non proteggibilità», che purtroppo si applica a numerose realtà dell’allevamento ovicaprino ticinese ma non solo, e che è stato ripreso e sottolineato più volte dai presenti in sala. L’impossibilità di montare recinti elettrificati dovuta a terreni impervi è sicuramente una delle ragioni principali. Quello dei cani da protezione, come ha d’altronde spiegato Guggiari stesso, è poi «un argomento caldo non solo a livello ticinese, ma a livello svizzero». Al momento farne richiesta comporta una lunga e laboriosa procedura e, qualora questa sia approvata, dato il numero esiguo di cani disponibili, gli allevatori vengono messi in una lista d’attesa di circa due anni. Quanto alle nuove misure definite dal pacchetto di contributi supplementari, quella che viene venduta come la soluzione parrebbe in realtà celare ulteriori remore per gli allevatori. Installare alloggi mobili richiederebbe infatti una domanda di costruzione e trovare personale ausiliario adatto e soprattutto disposto a lavorare in condizioni avverse sarebbe parecchio difficile. Quanto al compenso per il foraggio in caso di scarico anticipato, sorgono altre incognite, dal momento che casi simili danneggerebbero il benessere degli animali e conseguentemente la qualità dei prodotti. Ma forse, il punto focale dietro al disappunto degli allevatori è un altro, sottolineato anche da Armando Donati, presidente di APTdaiGP: «la situazione è peggiorata ed è tardi; gli animali son già al pascolo. Si è procrastinato troppo».

Una critica dura al Governo

In seguito alle due relazioni, si è passati alla discussione con il pubblico e i toni si sono riscaldati rapidamente. In molti hanno criticato l’assenza alla serata di rappresentanti politici cantonali, eccetto Sem Genini, e a più riprese il comportamento del presidente del Consiglio di stato Claudio Zali. Dalla sala è emerso che in questi ultimi mesi, gli agricoltori si son sentiti soli.

Secondo Donati, «l’unica soluzione per cui forse si riuscirà a salvare la pastorizia di montagna è quella di diminuire il numero dei lupi». Lupo che apparentemente non preoccupa solo i contadini. «Ho ricevuto molte telefonate da persone che hanno case secondarie in valle e hanno paura», ha infatti detto Mauro Gobbi, sindaco di Campo Vallemaggia. «Cosa devo dire alla gente?»

Con le mani legate

Malgrado i funzionari presenti in sala siano stati attaccati direttamente per quello che è stato o che non è stato fatto finora, la realtà delle cose è che, secondo le parole di Loris Ferrari, capo della Sezione dell’Agricoltura, «noi contiamo zero a Berna». Il motivo, chiarito da Putelli, è semplice: «ormai la legge è questa, a livello europeo. Dovremo lavorare per trovare una soluzione che unisca le due cause», quelli a favore del lupo e quelli contro di esso, «ma da Berna abbiamo dei paletti». La strada per permettere agli allevatori, per esempio, di «sparare al lupo se compare entro 100 metri dalle stalle», come richiesto da alcuni presenti, è quindi ben lontana dall’essere percorsa.

Sul comunicato stampa dell’UFAM si legge in chiusura che «il Parlamento sta al momento elaborando un nuovo progetto di modifica della legge sulla caccia, che consentirà una gestione più flessibile dei lupi». Eppure, si sa, i tempi della politica non sono affatto quelli dei contadini. E mentre a Berna si discuterà a lungo per fare in modo di trovare una soluzione che forse non esiste, nelle valli ticinesi i contadini combattono con la paura per la loro sopravvivenza, a ogni ora del giorno.

Andrea Arrigoni