È quanto auspica la Protezione Svizzera degli Animali (PSA) rivolgendosi in particolare alle mense pubbliche e invitandole ad incrementare l’offerta di carne da allevamenti in cui si attuano i programmi per il benessere animale. Al momento nei menù la percentuale di questi prodotti certificati è decisamente bassa.

Il comunicato stampa diffuso dalla PSA non è il primo quest’anno che invita a prestare attenzione a che cosa succede ai prodotti certificati da marchi una volta arrivati sul mercato. Era già successo qualche mese fa quando era stata registrata la differenza tra la presenza dei prodotti a base di latte bio sugli scaffali dei supermercati, rispetto ai quantitativi prodotti nelle aziende agricole svizzere.

Come riporta il servizio di informazione agricola nazionale (LID), questa volta «la PSA, basandosi su un sondaggio Demoscope, ha rivelato che circa il 75% delle persone che frequentano le mense pubbliche sarebbe disposto a pagare un sovrapprezzo di 20 fino a 50 centesimi per prodotti certificati IP-Suisse e per un prodotto a base carne certificato bio, il 60% degli intervistati arriverebbe a pagare anche un sovrapprezzo di 1 fino a un massimo di 1,50 franchi in più sul menù. Costi aggiuntivi che si basano su un calcolo legato all’approvvigionamento di carne certificata da un marchio di qualità».

Mediamente in Svizzera nelle mense pubbliche vengono serviti 1,3 milioni di menù (nei tempi di pre pandemia) e tra questi quelli che includono la carne sono il 56,5%, vale a dire circa 750’000 menù al giorno. In quella che è stata definita un’“iniziativa per la vendita di carne certificata da un marchio” la Protezione svizzera degli animali (PSA), in collaborazione con le organizzazioni che certificano gli standard di produzione della carne svizzera come IP-Suisse, Bio Suisse, Vacca Madre Svizzera, Demeter e KAGfreiland si sono rivolte a circa 350 mense pubbliche facendo loro presente quanto tutti quanti potrebbero trarre beneficio da una maggiore sensibilizzazione per carne prodotta in modo sostenibile in cui vengono rispettati determinati standard di benessere animale.

Segnalare i marchi di produzione nel menù dando al cliente la possibilità di scegliere che carne mangiare, considerati i numeri decisamente alti di pasti serviti al giorno nelle mense confederate, contribuirebbe senza dubbio a far aumentare la sensibilità e la competenza dei consumatori riguardo ai diversi metodi di produzione della carne che ci sono in Svizzera.

Rapporto sulla carne di maiale

Pochi giorni dopo il lancio dell’iniziativa promossa dalla PSA, l’Ufficio dell’agricoltura ha diffuso il comunicato sul mercato della carne dove veniva presentato in dettaglio, grazie ad un’infografica (vedi pagina accanto), il mercato della carne di maiale in Svizzera.

La carne di maiale è la più apprezzata dalla popolazione svizzera e il grado di autoapprovvigionamento supera il 90%. «Le importazioni di carne di maiale all’interno del contingente che la categoria richiede alla Confederazione per coprire la domanda totale sono esigue e, vista l’elevata protezione doganale, non conviene importare elevati quantitativi al di fuori del contigente doganale». Ne approfittiamo in ogni caso per ricordare che nei rapporti stilati dall’Ufficio federale dell’agricoltura, gli acquisti fatti da singoli privati oltre frontiera non entrano in linea di conto, né per calcolare i quantitativi e nemmeno per la descrizione dei prodotti. 

Il 41,3% della carne consumata nel nostro paese è carne di maiale che viene trasformata e offerta ai clienti finali in una quantità di prodotti davvero molto ampia: carne fresca, bistecche o fettine, costolette, arrosti, filetti, sminuzzato, bratwurst, prosciutti, affettati tedeschi/ Fleischkäse, cervelats e pancetta. Per quanto riguarda il confronto internazionale, in Svizzera mangiamo 21 kg di carne di maiale a testa all’anno. A titolo di paragone, negli Stati Uniti 22,1, in Cina 30,6 in Germania 33,8 e in Austria 36,4.

Ma tornando all’inizio di questo articolo, riprendendo la notizia legata a come la PSA e altri marchi stanno cercando di orientare il cliente finale a mangiare carne che proviene da allevamenti dove vigono norme particolarmente rispettose del benessere animale, iniziamo a paragonare il dato che viene fornito nell’infografica sul numero di tonnellate di carne fresca di maiale, che non include i prodotti di salumeria, bio e non bio. Nel commercio al dettaglio vengono vendute 27’872 tonnellate di carne non bio e soltanto 855 tonnellate di carne bio. La maggior parte delle aziende bio, che in Svizzera sono circa 550, allevano al massimo una cinquantina di capi. E le macellazioni Bio Suisse rappresentano soltanto l’1,7% del totale.

Ma per tornare alle condizioni di detenzione e al benessere degli animali, ci sono anche il programma Coop Naturafarm e quello di IP-Suisse che garantiscono una superficie minima di uscita esterna per gli animali, anche se di dimensioni diverse, come si può notare nell’immagine soprastante. Si raggiunge così il 30% dei capi macellati. Ma quasi il 70% rimane appannaggio della produzione convenzionale o GQ.

Abbiamo deciso di aggiungere all’informazione diffusa dal Servizio agricolo nazionale (LID) che chiede un maggiore utilizzo di carne prodotta a marchio IP-Suisse, i dati sul commercio della carne di maiale, per mostrare come la richiesta della Protezione Svizzera degli animali (PSA) sia legittima. Rimane sempre d’attualità il problema legato alle abitudini d’acquisto. Tutto quanto si fa per promuovere il benessere animale con i diversi standard d’allevamento, se gli acquirenti finali non privilegiano determinati marchi, rischia di rimanere un esercizio fine a sé stesso.

Cristian Bubola