È arrivato in redazione il piccolo tascabile “Agricoltura e alimentazione” dell’Ufficio federale di statistica (UST), edizione 2020. La Svizzera, come Germania e Regno Unito, importa più cibo di quanto ne esporti. L’unica merce per cui siamo considerati esportatori, non è né il formaggio né il cioccolato, ma una bibita a base di acqua e caffè.

Panoramica della filiera dell’agroalimentare
Per curiosità, la prima cosa che ho fatto è stato vedere cos’è cambiato rispetto alla stessa pubblicazione diffusa l’anno scorso, il 2019. È una banalità, ma l’ultimo anno di riferimento è il 2017, non più il 2016, come nella pubblicazione dell’anno scorso.
Nella panoramica che riassume in un grafico la filiera alimentare svizzera, i consumatori sono 8,5 milioni di persone, 100’000 in più rispetto al dato dell’anno precedente. Le aziende, intese come ristoranti, tea-room, bar, mense e catering sono diminuite, passando dalle 26’600 conteggiate nel 2016 alle 26’200 del 2017, le persone che vi lavorano però, gli addetti, sono aumentati di un migliaio di unità. Nelle aziende di commercio al dettaglio invece il numero di aziende è rimasto identico, ma il numero di addetti è diminuito di un migliaio di unità. Inutile dire, perché oramai è risaputo, che il numero di aziende agricole si è abbassato, passando dalle 51’800 del 2016 alle 51’200 del 2017. Il dato più significativo che si ricava dalla panoramica della filiera alimentare, nel confronto tra la pubblicazione del 2019 e quella del 2020, è legato alle cifre della relazione tra import ed export. La Svizzera diventa sempre più un importatore netto nel settore dell’agroalimentare. Infatti, se si considera la differenza in milioni di franchi tra merci esportate e merci importate, siamo passati da un “vantaggio” di quest’ultime rispetto alle prime di 2’000 milioni di franchi nel 2016 a uno di 2’200 milioni nel 2017.

Quadro generale in agricoltura
Nel quadro generale quest’anno viene anche presentato un grafico con l’andamento del grado di autoapprovvigionamento (lordo) che si aggira attorno al 60%. All’inizio degli anni ‘90 era leggermente superiore e negli ultimi anni leggermente inferiore. Interessante il dato che, per quanto riguarda i prodotti alimentari vegetali, questa percentuale si aggiri attorno al 40%.
La tendenza, che vede le aziende agricole diminuire sempre di più e diventare sempre più grandi, si riconferma ancora una volta. Inoltre, “il numero di aziende convenzionali si è fortemente ridotto, quello di aziende biologiche invece è in continuo aumento sin dagli anni ’90. Le aziende biologiche sono cresciute da 900 nel 1990 a 7’284 nel 2019”.
Per quello che riguarda la superficie agricola utile (1’044’000 ha), che non comprende gli alpeggi, per oltre il 70% è occupata da superfici inerbite, tra i cereali, il più coltivato rimane il frumento. Si registra però un aumento delle colture di semi oleosi per l’estrazione di olio commestibile, in particolare colza, seguita da soia e girasole.
Anche l’andamento degli effettivi degli animali da reddito continua a seguire la tendenza e registrare una costante diminuzione, sia per i bovini, sia per i suini, che per gli ovini e i caprini. “Nel 2019 l’effettivo di vacche ammontava a circa 680’000 animali, il valore più basso dal 1996” e se “nel 2000 le aziende detentrici di vacche da latte ne avevano in media 15, nel 2018 questo effettivo medio è salito a 22”. La produzione cerealicola invece nel 2018 è diminuita di quasi il 10% rispetto all’anno precedente, così come la produzione di latte. La produzione di carne invece, nel suo insieme, dal 2000 al 2018 è aumentata del 18%. “Tale crescita è però riconducibile in particolare alla carne di pollame”. La superficie agricola utile in Svizzera è ancora diminuita, in controtendenza invece il Ticino, che nell’ultimo anno ha riguadagnato qualcosa.

Nel capitolo dedicato ai confronti internazionali, se da un lato ci si può fregiare di un’ottima produzione per quel che riguarda la produzione biologica: in Europa infatti siamo secondi solo all’Austria. Per quanto riguarda la superficie agricola utile pro capite, siamo invece in fondo alla classifica, con poco più di 1’000 metri quadrati pro capite. Significativo il confronto con la Danimarca che, nelle parti alte della classifica, si avvicina ai 5’000 metri quadrati. Per quanto riguarda i redditi delle aziende agricole, anche nel 2018, l’ultimo anno preso in esame, si registra un leggero incremento, che però come negli scorsi anni è più consistente per le aziende di pianura e di collina rispetto a quelle di montagna, che rimane tra il 20 e il 29% più basso.

Consumo
Per quanto riguarda il consumo, il volumetto tascabile precisa che “L’apporto energetico giornaliero per l’alimentazione di un adulto dovrebbe rientrare in un intervallo tra 7’500 e 10’500 chilojoule” (circa 2’150 kcalorie), mentre il consumo alimentare medio per persona al giorno nel 2017 è stato di 12’800 chilojoule, che comprendono le perdite dovute al cibo invenduto o andato a male, o le bucce. Viene fatto anche un confronto tra i chili di prodotti di origine animale e quelli di origine vegetale consumati pro capite. “Nel 2017 su 842 chilogrammi di prodotti alimentari consumati pro capite: 530 erano di origine vegetale e 312 di origine animale”. Infine, “nel 2017, le economie domestiche hanno destinato circa il 12% del proprio budget all’alimentazione, pasti e bibite al ristorante compresi. La carne è stata la voce di spesa alimentare più cospicua, con circa 134 franchi al mese, seguita da pane e cereali”.

Ambiente
La vendita di prodotti fitosanitari dal 2011 al 2018, ha registrato una costante diminuzione. I più utilizzati rimangono i fungicidi e i battericidi, il cui impiego rimane più o meno costante, in netto calo invece gli erbicidi.
Per quanto riguarda le emissioni di gas serra prodotte dai diversi settori della filiera alimentare nel 2017, la produzione principale rimane quella di metano seguita dal protossido di azoto e dal biossido di carbonio. “Tutti i rami della filiera alimentare hanno causato il 24% delle emissioni di gas serra dell’intera economia”.

CB