Dopo il primo articolo pubblicato quattro settimane fa, in cui abbiamo cercato di inquadrare il tema del grado di auto approvvigionamento (GA), è arrivata la notizia, che il pacchetto di ordinanze agricole della PA22+ è stato sospeso. Uno dei principali oggetti del contendere è stato proprio il GA lordo, che sarebbe dovuto passare dall’attuale 58% al 52%. 

Per ripercorrere un po’ a livello storico e considerando anche aspetti economici legati al nostro Paese abbiamo chiesto un parere a Mauro Baranzini, già docente di economia al Queen’s College dell’Università di Oxford, alla Cattolica di Milano e all’Università della Svizzera italiana. Iniziamo con un po’ di storia:

«La Svizzera, ma ancor più il Canton Ticino, hanno sempre sofferto di deficit nell’approvvigionamento di generi alimentari. Questo è dovuto da una parte ad un territorio montagnoso e frastagliato che non è favorevole a un’agricoltura intensiva, e dall’altra alla forte immigrazione attirata da un’industria e da servizi estremamente competitivi. Già nel Medioevo il Cantone Ticino dipendeva per le granaglie e altri prodotti alimentari della terra dalla Lombardia, verso la quale esportava un po’ di formaggio e di vino. Ma il deficit alimentare è sempre stato forte, e il Ticino se la vide brutta quando gli Austriaci che avevano occupato il Veneto e la Lombardia proibirono l’esportazione verso il Ticino del grano durante gli anni 1848-1855, sostenendo che il Ticino aveva un atteggiamento ostile e provocatorio contro di loro».

In seguito alle grosse difficoltà di approvvigionamento di generi alimentari incontrate dalla Svizzera soprattutto nel corso della prima guerra mondiale, e per ridurre la sua dipendenza dalle importazioni, nel 1940 l’agronomo e futuro consigliere federale Friedrich Wahlen ha presentato l’omonimo piano che ha portato il GA dal 52 al 72% per ovviare all’embargo dei paesi confinanti e convertendo ampie superfici alla coltivazione di patate, barbabietole da zucchero e cereali. Ha funzionato?

«In parte, nel corso della Seconda Guerra mondiale, nonostante il famoso piano Wahlen per diminuire la nostra dipendenza dall’estero, la Svizzera doveva ogni giorno importare trecento carri ferroviari di grano e altre derrate. Un esercizio non da poco per una Svizzera neutrale in mezzo ad un’Europa messa a ferro e fuoco. Svizzera che sovente ha dovuto scendere a patti con le forze dell’Asse; per poi essere bacchettata, decenni dopo, dalla Commissione Bergier che fu chiamata a giudicare il comportamento della Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale, con un presunto ‘sequestro’ di depositi bancari effettuati da famiglie ebraiche che volevano sfuggire alle grinfie naziste e fasciste. In effetti una verifica effettuata da specialisti bancari americani portò alla scoperta di un certo numero di ‘conti dormienti’, e le banche svizzere dovettero rimborsare ‘obtorto collo’ circa due miliardi di dollari quale indennizzo alle associazioni ebraiche americane. Se non altro questo episodio ha messo l’accento sul fatto che la Svizzera si trovò da sola a convivere con le forze dell’asse nazista e nazista durante i periodi bui dello scorso secolo.

In un mondo globalizzato, dove l’accesso al cibo è garantito più da scambi commerciali che dalla capacità produttiva di una nazione, questa dipendenza è ancora paragonabile al passato?

«Certo, senz’altro, e forse ancora di più. L’abbiamo visto lo scorso anno: diversi Stati hanno chiuso le frontiere alle esportazioni, o bloccato spedizioni che transitavano sul loro territorio, di materiale sanitario e medicinali. In alcuni ospedali e farmacie durante il primo lock-down sono mancate diverse medicine, soprattutto i generici, perché da tempo abbiamo imprudentemente delocalizzato la produzione nell’estremo oriente. Anche nel settore alimentare si erano manifestati dei pericoli: la Russia, l’Ucraina, e diverse nazioni del sud est asiatico lo scorso anno hanno annunciato che avrebbero ridotto drasticamente rispettivamente le esportazioni di frumento e di riso. Questo, assieme ad altri fattori, ha portato ad un aumento del prezzo delle materie prime, ed anche dei generi alimentari. I dati sono eloquenti: da marzo 2020 a marzo 2021 il prezzo dei generi alimentari in termini di dollaro è aumentato del 39%, e quello di tutte le materie prime del 56% (vedi The Economist, 20 marzo 2021, pag. 76). Questi forti aumenti arriveranno, presto o tardi, anche sulle nostre tavole purtroppo. V’è da sperare che i raccolti europei, e nord-americani, siano buoni anche quest’anno; altrimenti potremmo assistere nei prossimi mesi ad un’ulteriore impennata dei prezzi e a difficoltà di approvvigionamento. 

È facile per le grandi nazioni, grandi produttrici di generi alimentari ancorché sovente nazioni cicala, imporre trattati a loro favorevoli nel quadro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), per permettere a loro di fare i loro comodi. Differente la situazione per le piccole nazioni, non facilitate dal loro territorio e dal clima, che riescono a produrre solo la metà dei beni agricoli che consumano».

Una considerazione finale sull’importanza del settore agricolo?

«Io credo che si debba difendere con determinazione il nostro settore agricolo, per non aumentare la nostra dipendenza da un mercato internazionale che sovente è capriccioso, se non ostico. La produzione alimentare indigena mantiene efficienti le nostre filiere di trasformazione in prodotti finiti, genera posti di lavoro, posti per apprendisti, contributi sociali e gettito fiscale sul nostro territorio. Le importazioni invece generano all’estero tutti questi fattori economici e finanziari; e noi restiamo con la peppa tencia in mano. Inoltre gli agricoltori sono i veri giardinieri del nostro territorio: impediscono l’avanzata delle boscaglie, curano l’ambiente e la bio-diversità, e con i loro agriturismi permettono a noi e ai nostri figli e nipoti di avvicinarci al mondo rurale. Una politica in parte protezionistica comporta prezzi più alti di quelli dei nostri vicini. Ma non dimentichiamo che la famiglia media svizzera, grazie al reddito pro capite più alto al mondo, spende circa il 10% del proprio reddito disponibile in generi alimentari, contro il 13-16% dei nostri vicini. È quindi deplorevole il turismo sistematico degli acquisti alimentari all’estero. Siamo tra i più ricchi al mondo, e siamo miopi nel non valorizzare la nostra classe agricola che ci garantisce sicurezza d’approvvigionamento nei momenti difficili della nostra storia, che sicuro verranno ancora».

Cristian Bubola