Dedichiamo queste due pagine a Olindo Vanzetta che in un libro fresco di stampa ripercorre i principali problemi dell’agricoltura di montagna ticinese, allargando il suo sguardo su un mondo che, purtroppo, diventa sempre più globale. 

“Critica e resistenza”, stampato nel mese di dicembre dello scorso anno dalla tipografia Dazzi, raccoglie in ordine sparso i diversi interventi di Olindo Vanzetta pubblicati sui vari quotidiani e riviste del cantone negli ultimi trent’anni. Come precisa l’autore nell’introduzione al volume «mi si può forse accusare di un eccessivo slancio e passionalità, ma va ricordato che questi scritti scaturiscono dall’immediatezza di un fatto di cronaca». 

Olindo Vanzetta, nato nel 1942 in una famiglia contadina di Biasca, si è formato come elettricista e ha poi studiato da infermiere psichiatrico a Losanna, ma l’attività principale della sua vita è stata l’allevamento della capra. Il suo punto di vista parte dal mondo agricolo ticinese, ma da lì spazia e va ben oltre le cime delle sue montagne. Molti dei contributi contenuti nel volume affrontano questioni strettamente legate all’allevamento della capra, come ad esempio “La capra nella cengia”, che potete leggere nella pagina accanto, ma anche “Come assegnare il nome alle capre”, “La capra Nerina e il maltempo” o “Quella capra sperduta dalle lunghe corna”, per citarne alcuni. Storie semplici che narrano episodi comuni, nella quotidianità della vita di un allevatore. Risultano preziosi, proprio perché, purtroppo, sempre meno persone dedicano il loro tempo e la loro vita all’attività della pastorizia e soprattutto perché è sempre più raro o difficile che se ne parli di queste attività, di questo stile di vita e di questa visione del mondo. 

Quello che emerge dalla lettura dei testi di Olindo Vanzetta è proprio come lo sgretolamento di questo mondo reale, locale, si sia infiltrato nel corso degli anni il veleno di una realtà immaginaria, globale e distante fatta di falsi idoli prodotti dalla comunicazione di massa, dalla pubblicità e da una politica sentita come troppo distante. 

Se il punto di partenza rimane l’allevamento caprino, Vanzetta in altri suoi scritti affronta dapprima i problemi legati all’agricoltura nel suo insieme come: la presenza dei grandi predatori, l’avanzare dei boschi, l’abbandono dell’attività agricola e l’aumento costante delle importazioni, per poi allargare la sua prospettiva alle decisioni della politica federale, al festival del film di Locarno e ai media in generale. Non mancano nemmeno alcune incursioni nel passato.

Un episodio di particolare interesse, dal mio punto di vista, è quello raccontato nell’ultimo capitolo del volume che ripercorre la tragica vicenda dei coniugi Rosenberg, che vennero giustiziati nel 1953 negli Stati Uniti, con l’accusa di spionaggio e cospirazione mossagli da McCarthy. A sostegno della coppia, a Biasca, quello stesso anno, sul campanile della chiesa romanica di San Pietro, di notte, venne posto uno stendardo con la scritta “Salviamo i Rosenberg” e furono anche suonate le campane. Un gesto di solidarietà che l’autore ricorda come esempio contro le ingiustizie e come possibilità di poter far sentire la propria voce.

È proprio questo in estrema sintesi il senso più profondo di questo volume e di tutti i racconti, le lettere ai giornali e le prese di posizione di Olindo Vanzetta, far sentire la propria voce. Una voce fuori dal coro che metta in discussione l’intero sistema economico odierno al cui potere «i media in generale oggi come in passato si sono spesso e volentieri piegati per convenienza».

La preoccupazione principale dell’autore è proprio l’urgenza, la volontà di esprimere il proprio parere e la propria visione sul mondo. Anche nella presenza di termini dialettali come Noda, Sprugh, Cengia, di cui si rischia di perdere il ricordo, si registra un certo valore e forse poche descrizioni di Marco Borradori sono più calzanti di quella trovata da Vanzetta: «l’onnipresente sempre sorridente sindaco di Lugano». 

Cristian Bubola