A chiunque abbia conosciuto Giacomo Cominelli, sarà rimasto impresso il suo carattere. In apparenza burbero, con una voce un po’ rauca e sincera con cui dice quello che pensa. A volte d’istinto, come quando gli cade un attrezzo sul piede e inizia a invocare il cielo. Dopo quattro operazioni alle anche e qualche acciacco alle ginocchia, sul suo viso traspare il lavoro e la fatica, la forza e le camminate, i vasti pascoli, le stagioni, il vento e la neve. Trapela anche tutta l’estensione della montagna, la sua impervietà e i suoi boschi. Con un melodico accento bergamasco sfumato, quando parla scandisce senza fretta le parole e le vocali sono lunghe. La grammatica non è impeccabile ma la sintassi è quella dei discorsi ben preparati, e l’intonazione pure, sinonimo del fatto che quelli sono discorsi che conosce bene e che ha vissuto sulla sua pelle. Utilizza metafore simpatiche ed efficaci, che a volte ricerca nella sua testa in mezzo secondo di tempo ma che rendono i suoi racconti, già interessanti, ancora più belli. «Duro e puro», ha detto Giacomo per descrivere un contadino di cui stavamo parlando, e questi stessi aggettivi saranno quelli che utilizzerò io per descrivere lui, dopo che l’ho conosciuto 10 anni fa quando ho lavorato da lui per due mesi.

Duro e puro
Giacomo nasce 70 anni fa a Bergamo ed è il primo di 5 figli. Da giovani, tre di loro vengono in Svizzera a lavorare come pastori, in Ticino ma anche nella Svizzera interna. Figli di contadini e della tradizione della pastorizia transumante, in Svizzera erano stimati. «Io sapevo che la mia vita era quella del pastore», mi ha raccontato Giacomo Cominelli quando l’ho rivisto dopo 10 anni la settimana scorsa, «tagliare spine l’avevo fatto da piccolo e sapevo che era dura. Avere una fattoria è un lavoro intenso, pieno di costi e responsabilità: l’ho imparato da mio padre. Ad esempio non avevamo la paglia (tutti, non solo noi) e d’inverno andavamo nei boschi a prendere le foglie per lo strame. Finito un viaggio se ne faceva un altro e così tutto l’inverno: o quello o legna, a seconda di come si svegliava mio papà. Era gente dura, alle 5 in punto bisognava essere in stalla. Poi con i fratelli camminavamo ancora a piedi un’ora per andare a scuola. E capitava anche di prendere un brutto voto… Per me era chiaro che volevo fare il pastore e non il contadino. Sin da piccolo rimanevo affascinato quando vedevo arrivare il pastore con le pecore: mi piaceva sentirle belare e mi piaceva vederle muoversi, ma se avessi ascoltato mia mamma non l’avrei mai fatto. Lei mi diceva: “perché vai a farti gelare i piedi, ma vai in fabbrica!” Ma se ti piace una cosa la fai e basta, con tanta passione e senza pensare al freddo o al futuro. E non lo rimpiango».

Il pastore
«Ti davano in mano un gregge, d’inverno di 600-700 pecore mentre d’estate un po’ di più, e si andava tutta la stagione a mangiare l’erba che lasciavano indietro i contadini con le mucche. Non avevamo niente: solo il necessario. Calze, pantaloni e le cose per dormire. E si viveva sotto il cielo, con qualsiasi tempo alla ricerca dell’erba, con l’asino da soma e i cani per condurre il gregge. Ogni giorno si osservavano le pecore e si curavano, le si faceva la pedicure. Poi capitava che arrivava qualcuno dal paese a portarmi del pane o altro, soprattutto in Svizzera interna. Il mestiere era ben visto e tanta gente dalla città e dai villaggi veniva a vedere questo gregge con l’asinello e il pastore. I bambini rimanevano incantati quando gli raccontavano che noi dormivamo sotto le stelle. Ma dormire fuori non era un problema. Nonostante le lunghi notti tempestose, il problema per il pastore è quando manca l’erba: quando cammini da mattina a sera senza che le pecore abbiano ancora mangiato. Poi magari trovavi un prato ma era concimato, poi uno arato, poi uno seminato e diventava notte senza che le pecore si fossero ancora nutrite. Allora dopo sì che era una sera triste. La mattina dopo però eri giovane, ti alzavi ancora di lena e andava meglio».

Giacomo e Mariano Cominelli. Foto: ABg

L’azienda agricola
Da 30 anni Giacomo possiede il suo allevamento di pecore a Cama, con tutti i calcoli, costi, trattore e burocrazia che comporta. A essere sinceri l’allevamento non è più soltanto suo, da quando è in pensione l’azienda l’ha passata al figlio Mariano. Ma Giacomo e la moglie e mamma Franziska lo aiutano. Hanno un grande gregge che raggiunge il numero minimo per per poter caricare in estate il loro alpe in Val Bedretto. Molte delle loro pecore in inverno vanno ancora a mangiare l’erba del Canton Berna. Un fratello di Giacomo ha anche lui un azienda agricola di pecore, in cima alla Val Colla.
Quando ho lavorato da Giacomo 10 anni fa, Mariano era apprendista carpentiere e aveva 17 anni. Ricordo bene che Giacomo si domandava se suo figlio avrebbe continuato con l’attività. La settimana scorsa, quando Mariano ci ha raggiunti per questa intervista nel loro salotto, gli ho domandato se avesse avuto qualche dubbio al momento della decisione del trapasso dell’azienda. Mi ha risposto di no, che era sicuro che l’avrebbe fatto. Abbiamo quindi iniziato una chiacchierata a tre, cominciando dai ricordi del passato per poi continuare con le novità: «Di nuovo c’è che dobbiamo mettere la seconda marca auricolare alle pecore per la BDTA» mi racconta Mariano, «bisogna registrare tutto come con i bovini, creando ulteriore lavoro sia pratico sia burocratico e il risarcimento per le ulteriori spese e lavoro è ridicolo. Noi di pecore ne abbiamo tante e per questa quantità ho bisogno di un nuovo programma, un nuovo computer e un’altra serie di cose che mi costeranno qualche migliaia di franchi». «Sei controllato dalla A alla Z», ha aggiunto il papà Giacomo, «ma d’altronde se vuoi andare avanti devi farlo. Io non so se sarei stato in grado… Il computer, i costi, la burocrazia, e poi ci sono le leggi che cambiano continuamente e ad esempio una stalla che prima andava bene per 200 pecore, 10 anni dopo non è più così. Infine, come dessert, da una ventina d’anni è arrivato anche il lupetto».

La carne di pecora
«Fin tanto che il lupo ammazza le pecore, ridono tutti là per la città», continua Giacomo a proposito della più attuale delle complicazioni, seconda solo alla nuova BDTA. «Ma forse tra poco si risveglieranno. In Australia ci sono gli incendi, da un’altra parte un’alluvione e da un’altra ancora siccità. E se ritornerà la fame bisognerà riseminare anche qua».
Mi ricordo di quando io e Giacomo abbiamo ucciso un agnello 10 anni fa. Dopo un colpo di spina in testa e una coltellata per dissanguarlo, velocemente Giacomo lo ha spellato con decisione e lo ha lasciato appeso a sgocciolare. Ha scuoiato anche la testa e l’ha appesa a un secondo gancio, dicendomi che la testa bollita è squisita. A me era venuta l’acquolina in bocca e per la prima volta avevo visto le costolette d’agnello attaccate al resto del corpo.
«È una bontà, le guance, la lingua, sopra…» mi ha detto Giacomo la settimana scorsa «Ma la carne ovina non fa parte della cultura ticinese: c’era un allevatore a Piotta che un inverno ha venduto un solo agnello. A comprarli sono in gran parte i musulmani e gli ortodossi. E le pecore pure, noi le vendiamo a pochissimo quando sono vecchie e sono deliziose. Io a volte ci faccio la carne secca e mi ricordo di una Forni di Villa Luganese che la cucinava sempre. Era buonissima».

Giacomo e il gregge. Foto Franziska Cominelli

Il lupetto per dessert
«Mi è già capitato su all’alpe che qualche escursionista mi abbia domandato: “tu, sai mica dove si possono vedere dei lupi?”» Mariano e Giacomo mi raccontano la scena di una delle predazioni che sono capitate a loro: agnelli sgozzati o senza arti, pecore incinte sviscerate o strappate della loro lana. «Finché c’erano 3 o 4 lupi in Ticino era una cosa. Però ora ci sono i branchi e non so se, e come, la pastorizia supererà quest’ultima complicazione. Molte pecore non ci sono più, sono spariti i mercati di Grono e di Mesocco e molti alpi e alpetti si sono abbandonati e inselvatichiti. Stanno cercando di radunare le pecore in greggi più grandi e più sorvegliati, perché sono gli unici a potersi permettere un pastore e cani da protezione. Sotto sorveglianza sì, ma non è sempre facile, c’è la nebbia e ci sono sempre più branchi e più intelligenti, e per sorvegliarli come dicono loro ci vorrebbe un pastore ogni 200 pecore e un cane ogni 100. Ma con così tanti cani è impossibile lavorare, perché disturbano le pecore. E quando passano dei turisti dobbiamo stare dietro a tutti e 10 i cani. Ma poi a me piacerebbe vedere loro andare su ogni mattina a dare da mangiare a 10 cani, che c’è due ore da camminare per portar su lo zaino con 10 chili di mangime. Le pecore poi, così intelligenti che sanno stare da sole senza perdersi tutta l’estate, fuori a godersi l’erba dei prati più alti, sono costrette a stare in stalla o a essere messe nei recinti verso le sette di sera, quando vorrebbero mangiare più volentieri».

ABg