Nel primo articolo di approfondimento abbiamo inquadrato la questione del tasso di auto approvvigionamento in Svizzera e nel secondo abbiamo cercato di approfondire i motivi storici, economici e geografici che fanno sì che nel nostro Paese si ricorra per quasi il 50% alle importazioni da Paesi terzi. Oggi con Evelyne Battaglia-Richi, dietista ASDD, nutrizionista e presidente dell’ACSI, l’Associazione dei consumatori della Svizzera italiana, cerchiamo di capire quanto l’auto approvvigionamento dipenda anche dalle nostre abitudini alimentari.

«Un sondaggio nazionale sull’alimentazione della popolazione (2014/15) ha stimato il consumo energetico medio di una persona adulta in Svizzera a 2232 kcal giornaliere, un valore che si situa al limite superiore di quanto raccomandato nel VI rapporto svizzero sull’alimentazione.

Troppe calorie ingerite e l’inattività fisica sono alla base dell’alto numero di persone in sovrappeso in Svizzera, attualmente 4 su 10. Il sovrappeso è una delle cause correlate alle malattie non trasmissibili che contribuiscono direttamente o indirettamente, si stima nella misura dell’80%, alle spese sanitarie svizzere. Secondo un’analisi di Agroscope del 2017, l’impatto che i consumi alimentari hanno sulla salute e sui costi per i consumatori è importante quanto quello sull’ambiente. Un quarto dell’intero impatto ambientale è causato dalla filiera dell’alimentazione».

In poche parole, mangiamo troppo e ci muoviamo troppo poco. Quale sarebbe l’apporto calorico consigliato? Secondo lei, quali sono i fattori che ci impediscono di cambiare le nostre abitudini alimentari e di ridurre di conseguenza il nostro impatto sulla filiera?

«Esattamente. Oggi una parte importante della popolazione si muove troppo poco rispetto alle raccomandazioni. A livello svizzero abbiamo un’eccedenza di offerta alimentare a basso prezzo e anche molti prodotti elaborati che purtroppo portano a un facile sovra consumo. Mediamente un adulto sedentario dovrebbe consumare tra le 2000 e le 2200 kcal al giorno. Potrebbe quindi sembrare quasi corretto il consumo energetico medio, ma per un adulto un’eccedenza di 100 kcal giornaliere rispetto al proprio fabbisogno porta ad un aumento di peso annuo di ca. 5 kg. Lo si vede però solo nel tempo. Nuovi modelli di approvvigionamento alimentare suggeriscono di diversificare la produzione agricola in Svizzera per ridurre fino al 50% l’impatto ambientale. A pari livello energetico, una maggiore produzione di alimenti vegetali come orzo, frumento, mais, patate, noci, verdura e frutta indigena e latte, a scapito di carne di maiale, pollame, manzo, alcolici, latticini lavorati, frutta esotica, pasta e riso potrebbe essere una soluzione. Inoltre, si potrebbe migliorare l’efficienza dell’utilizzo delle risorse con meno spreco alimentare e ridurre il sovraconsumo di generi alimentari e voluttuari importati per via aerea e prodotti in serre riscaldate».

In Svizzera però le superfici per la produzione cerealicola sono molto limitate e spesso mi sembra che chi rinuncia a prodotti di origine animale poi si orienti su generi alimentari esotici, come l’avocado o la quinoa. E come si fa a ridurre o eliminare il consumo di ortaggi prodotti in serre riscaldate all’estero?

«Vero. Sarebbe utile aumentare le superfici di coltivazione per i cereali o le leguminose adatti al consumo umano che sono una buona alternativa vegetale alla carne. In Svizzera consumiamo 3 volte la quantità raccomandata di carne, sia per troppa frequenza che per porzioni troppo grandi a sfavore delle verdure e della frutta che, secondo le linee guida svizzere, solo poco più del 10% della popolazione mangia a sufficienza. Evitare di consumare ortaggi e frutta esotica importata con un pessimo ecobilancio dipende dalle scelte dei consumatori, che devono essere informati in modo pragmatico per esempio con i nuovi label Eco-score, etichette sull’impatto ambientale che cominciano ad apparire su alcuni prodotti. Quest’ottimizzazione ambientale dell’alimentazione avrebbe anche degli effetti di sinergia: corrisponderebbe in misura elevata alle raccomandazioni nutrizionali attuali; meno consumo di carne, più vegetali e noci, meno grassi e olio. Così si favorirebbe la prevenzione delle malattie cardiovascolari e dei tumori, principali cause di malattia e di morte in Svizzera, con vantaggi sui costi del sistema sanitario. Un altro effetto sinergico sarebbe la riduzione delle importazioni, che aumenterebbe anche il grado di autoapprovvigionamento dall’attuale 60% fino al 90% nell’ipotesi migliore, effetto benefico in situazioni di crisi. Parte dell’aumento osservato del carico ambientale, si legge nel rapporto Agroscope, sembra essere legato alla maggior importazione di pochi prodotti che vi contribuiscono fortemente, come per esempio il cacao, il caffè o l’olio di palma».

Ma come si fa a ridurre o eliminare l’importazione e l’utilizzo di prodotti che fanno ormai parte delle nostre abitudini alimentari e che reggono l’intera industria? E anche se venissero vietati, le persone non andrebbero ad acquistarli all’estero?

«Certamente non è così scontato cambiare le abitudini delle persone. Il cibo in generale ha perso valore poiché corrisponde a una piccola parte delle nostre spese, e quindi non gli viene data la giusta importanza. La politica dei dazi doganali potrebbe essere rivista per favorire consumi alimentari più sostenibili, in primo luogo quelli indigeni, riducendo quelli d’importazione, soprattutto per via aerea, o quelli non indispensabili per un’alimentazione equilibrata, come ad esempio: l’avocado, che va molto di moda, ma è sostituibile da noci o olio di produzione indigena. Inoltre, la franchigia elevata senza dazi per le bevande alcoliche favorisce facilmente il sovraconsumo nella popolazione e incentiva acquisti oltreconfine. La spesa sanitaria potrebbe fare da leva, perché nello stesso periodo è raddoppiata e continua a crescere anche per i nessi tra salute e alimentazione, sempre più evidenti e conosciuti. Anche il potenziale di riduzione delle perdite alimentari evitabili dal produttore al consumatore è un’importante obiettivo da raggiungere nei prossimi anni per evitare uno spreco di risorse. Ciò che viene prodotto per l’alimentazione umana non dovrebbe essere perso lungo la filiera per circa la metà come avviene oggi. A livello nazionale è in corso un’ampia campagna denominata “Food save” che cerca di migliorare questo bilancio tra produzione, consumo e spreco di cibo. Alla fine spetta sempre ai consumatori decidere cosa comprare, mangiare e quanto buttare.

Secondo lei è soltanto una decisione del consumatore? Non crede ci siano anche fattori economici che obbligano alcune persone al turismo degli acquisti, oltre alla scarsa disponibilità di tempo per dedicarsi alla preparazione di un pranzo o alle scarse conoscenze in fatto di alimentazione?

«Allo spreco alimentare corrisponde anche uno spreco di soldi, valutabile per i consumatori svizzeri in ca. 5 miliardi di franchi all’anno. Il rilevamento dei prezzi effettuato regolarmente dall’ACSI mostra che il paniere per una famiglia con ciò che serve per qualche giorno costa oggi un terzo in meno di 13 anni fa e che la differenza tra la spesa oltre confine e quella in Ticino si è assottigliata.

Beni come ad esempio carne ed olio hanno prezzi molto meno elevati all’estero, vero, ma ridurre il sovraconsumo di questi cibi ed evitare di gettare rifiuti alimentari ancora commestibili farebbe già risparmiare. Soldi che anche i consumatori con redditi più limitati potrebbero risparmiare con un approccio più attento al cibo e alla salute».

Cristian Bubola