Le tracce del nostro passato sopravvivono anche nella lingua che parliamo. Che cosa c’è di meglio di un’incursione tra i diversi modi di dire legati al mondo della pesca in Ticino per augurare un ottimo inizio di stagione a tutte le pescatrici e i pescatori della Svizzera italiana?

Sono molti i proverbi e i modi di dire sulla pesca, sui pesci e sui pescatori nella lingua italiana e nei diversi dialetti del Ticino. Spesso e volentieri questi rimandano a un bagaglio culturale che è andato perso nel tempo e sono perciò difficilmente comprensibili al giorno d’oggi. Diversi secoli fa interi villaggi sulle rive del Verbano e del Ceresio vivevano in gran parte grazie ai proventi della pesca e la consumazione di pesce di lago era assai più abbondante di quanto non lo sia oggi, specialmente nel periodo di quaresima, al venerdì e alla vigilia delle principali feste. Trote e lucci erano considerati pesci pregiati e per questo erano spesso riservati ai banchetti di personaggi importanti o di classe sociale medio-alta. I comuni mortali invece consumavano alborelle, cavedani, scardole, cheppie, pighi, alette, bottatrici, pesci sole, tinche e agoni. Pesci generalmente di dimensioni più piccole e considerati di qualità inferiore. Ad Agno infatti esisteva una poesiola divertente che ricalcava proprio queste usanze: «Menü dal pescadóo: lunedì pess, martedì ammò stéss, mercoledì agón, giovedì péss in carpión, venerdì botrís, sabut péss gris e doméniga par cambià menü mangiarò péss suu».1

Dall’ambito gastronomico derivano molti proverbi. Quando si voleva esprimere una morte lenta e sofferente o una morte avvenuta per impiccagione si diceva «fá la fin di agón» o «fa la mort di agón»2 , ovvero «fare la fine o la morte degli agoni», pesci che all’epoca subivano tutta una serie di lavorazioni utili alla loro conservazione a lungo termine. Era il caso, per esempio, della preparazione degli «agón in bogia»; dopo la cattura con le reti gli agoni, meglio se di piccole dimensioni, venivano eviscerati, messi sotto sale per alcuni giorni e in seguito appesi a una cordicella per l’essiccazione. Una volta essiccati venivano disposti ordinatamente in uno speciale contenitore detto «navél» e poi pressati. L’agone salato ed essiccato, consumato in umido, con le cipolle o alla griglia era definito «carn di pòvri», la carne dei poveri.

Sempre da questo ambito gastronomico deriva l’espressione «métt a pan e pessitt», letteralmente «mettere a pane e pesciolini», inteso come «mettere alle strette». Bambini e adolescenti dell’epoca facevano bene a filarsela se i loro genitori li avvertivano con una minaccia del genere!

Ci si riferiva ai pesci di piccole dimensioni anche per far riferimento alle fattezze fisiche umane. Nel mendrisiotto si diceva infatti che una persona particolarmente magra e asciutta «vive di acciughe», «viv da saracch»3, mentre nella zona di Minusio-Rivapiana ha origine l’espressione «l’è magar come na ciöpia» o «come n ciöpi»4, «magro come una cheppia». La cheppia è un pesce praticamente scomparso dai nostri laghi. Attorno alla fine del XIX secolo, specialmente nella parte inferiore del lago Maggiore, questi pesci argentei risalivano il mare e depositavano le loro uova nei pressi della foce del Ticino, della Verzasca e della Maggia. Al pari degli agoni, anche le cheppie venivano messe sotto sale e fatte essiccare in lunghe ghirlande, creando così paesaggi che oggi sono purtroppo scomparsi: «perché dai pesci stessero lontani le mosche e i gatti, le ghirlande erano spesso appese tra un abbaino e l’altro delle case e perfino sotto la gronda dei campanili. Che strano aspetto assumeva il villaggio e, in modo speciale, il campanile, quando attorno alle nere campane pendevano queste luccicanti ghirlande d’argento»5

Tuttavia il mestiere del pescatore, per quanto poetico possa apparire ai nostri occhi, non è mai stato un lavoro privo di sacrifici e fatiche, come ci indica il detto: «pescatori, sonatori e cacciatori: delle loro arti pochi onori». A Chironico esisteva un altro proverbio simile: «pes’ciedóu e casciadóu ei varann mai gnént al sóu»6  letteralmente “pescatori e cacciatori non avranno mai niente al sole”, ovvero non diventeranno mai ricchi.

Credo che al giorno d’oggi nessuno abbia più la speranza di diventar ricco grazie alla pesca, ma in ogni caso, per l’inizio di questa nuova imminente stagione, auguro a tutte le pescatrici e i pescatori di «ciapá al péss quand l’è a riva»7, ovvero di approfittare – il più possibile – di tutte le occasioni propizie.

Karin Motta, peskaticino@gmail.com

Note:

1 “Menu del pescatore: lunedì pesce, martedì lo stesso, mercoledì agoni, giovedì pesce in carpione, venerdì bottatrice, sabato pesce grigio e domenica per cambiare menu mangerò pesce sole.” Da RAIMONDO LOCATELLI e MASSIMO DEL CANALE, Pesce di lago nella storia e nella tradizione gastronomica della Regione Insubrica, Lugano-Pregassona, Grafi comp, 2012, p. 81.

2 RENATO MARTINONI, La pesca a Minusio-Rivapiana. Indagine ergologico-lessicale, in Folklore suisse / Folklore svizzero, Basilea, 1980, p. 95.

3 Tratto dai materiali del Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, per gentile concessione del Centro di dialettologia e di etnografia di Bellinzona.

4 MARTINONI, La pesca a Minusio-Rivapiana, pp. 89-90.

5 GIUSEPPE MONDADA, Pesca d’altri tempi, La Cooperazione, 12 giugno 1954, p. 24.

6 Materiali del Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana.

7 Ibidem.