Una specie autoctona, ormai sempre più rara, la cui vita è ancora in parte avvolta nel mistero.

L’arrivo del mese di luglio mi fa sempre pensare alla Sagra del pesciolino di Brusino, un appuntamento che cerco di non perdere mai ma che purtroppo negli ultimi anni ha risentito della mancanza delle alborelle. Il pesce di lago sta tornando in voga nei ristoranti dopo essere stato accantonato perché considerato un alimento povero e poco interessante. D’altro canto è stato così per molti alimenti; dopo il secondo conflitto mondiale, la facilità di trasporto delle merci e le tecniche di conservazione hanno fatto risultare più appetibili pietanze che di locale avevano ben poco. Cercando notizie relative al patrimonio ittico autoctono del Ceresio e dei fiumi e laghi insubrici in generale, mi sono imbattuta in questo articoletto riportato nel sito del Museo della pesca di Caslano, che annovera tra le specie indigene: «la lampreda, l’anguilla, la trota fario, la trota marmorata, la trota lacustre, il temolo, lo scazzone, il cagnetto, la bottatrice, il pesce persico, il ghiozzo, la cobite comune, il pigo, il triotto, il cavedano, il barbo comune e il barbo canino, la scardola, la savetta, la tinca, il vairone, il gobione, l’alborella, la sanguinerola, l’agone e il luccio».

Non so voi, ma quando ho letto “anguilla” tra le specie autoctone ho iniziato a pormi moltissime domande sulla sua vita e diffusione; il resto dell’articolo lo dedico proprio a questo pesce incredibile, che i miei nonni erano soliti preparare spesso in umido.

L’anguilla si è pescata nella Tresa da tempi immemorabili mediante la “peschiera”, di cui vi è testimonianza certa fin dal 1476. A Croglio, più precisamente a monte della frazione di Madonna del Piano, «il fiume è sbarrato obliquamente da una diga, permeabile solo all’acqua, che obbliga questa ad uscire lateralmente e a passare attraverso una grande intelaiatura di travi e di listoni, sostenuta da una robusta palafitta. Questa intelaiatura prende il nome di vallo, dal dialetto val che significa vaglio, il noto attrezzo usato ancora in campagna per vagliare il grano.

Effettivamente è come se qui l’acqua fosse vagliata e filtrata. Lo strato inferiore del vallo, formato da robuste travi, è solidamente ancorato alla palafitta e al terreno, ma il suo strato superiore, costituito da liste mobili, viene adattato al livello, piuttosto variabile, del fiume, per far sì che le anguille, senza possibilità di sfuggire, siano opportunamente guidate verso l’apertura delle speciali reti, dette “guade”: specie di sacchi di rete, della lunghezza di un paio di metri, tenuti aperti a una estremità da un arco semicircolare di legno, la corda del quale tiene tesa la rete nella parte che si adatta alle speciali aperture apprestate nel vallo. Per contro l’estremità opposta del sacco è tenuta chiusa da una solida legatura. Quando le guade sono sistemate ai loro posti sul vallo, la parte inferiore di esse deve pescare profondamente nell’acqua perché le anguille si mantengano nel loro elemento vitale e non siano soggette ad essere uccise dalla cascata che precipita su di loro».

(Casimiro Andina, Dal Lema al Ceresio, Agno 1975).

Storia recente quella legata alla perdita dell’utilità della peschiera e connessa prima al secondo conflitto mondiale e al conseguente innalzamento dello sbarramento di Creva che impediva il passaggio delle anguille, poi all’alluvione del 1951 che la demolì.

L’anguilla vive nelle acque dolci, salmastre e marine dell’Atlantico e del mar Mediterraneo e dei suoi tributari, dall’Islanda al Senegal. E fin qui niente di così eccezionale, se non fosse che tutte le anguille del mondo nascono nel Mar dei Sargassi e non presentano organi riproduttivi fin quasi la fine della loro esistenza, ovvero quando tornano dove sono nate per riprodursi affrontando un viaggio lunghissimo, nel quale non si alimentano.

Sia Aristotele che Freud cercarono di svelare il mistero celato dietro questo pesce speciale senza successo. Fu il biologo danese Johannes Schmidt che ne scoprì il luogo di provenienza dopo anni di ricerche, ma anch’egli ignorava che il Mar dei Sargassi fosse l’unico luogo di origine al mondo.

Un tempo, l’anguilla era forse il pesce più diffuso in Svizzera e veniva consumata in umido, fritta o allo spiedo, ma oggi è piuttosto rara a causa anche delle installazioni per la produzione idroelettrica nei fiumi Ticino, Reno e Rodano.

Elisa Zuin