Dagli egizi al pioniere dell’apicoltura ticinese, un piccolo viaggio nella storia del prezioso nettare dorato. Per millenni, il miele ha rappresentato l’unico alimento zuccherino a disposizione. Soppiantato dall’avvento dello zucchero industriale, sta ritornando in voga grazie anche alle sue proprietà terapeutiche, oltre che dolcificanti.

Risalgono a quattromila anni fa le prime notizie di apicoltori che si muovevano lungo il Nilo per seguire la fioritura delle piante. Gli Egizi amavano particolarmente il miele e lo impiegavano sia come alimento, sia come ingrediente per la cura di disturbi digestivi e per la produzione di unguenti con cui guarire piaghe e ferite. Erano altresì soliti deporre vasi ricolmi del prezioso nettare accanto alle mummie per il loro viaggio verso l’Aldilà. Pure Sumeri e Babilonesi ne conoscevano e decantavano le virtù, tanto che nel Codice di Hammurabi si ritrovano persino articoli che tutelano gli apicoltori dal furto di miele dalle arnie. I Greci lo consideravano il “cibo degli dei” e lo utilizzavano nei riti che prevedevano offerte votive e i Romani ne importavano grandi quantità, soprattutto per la produzione di Idromele.

Nel Medioevo, il miele era conosciuto ed utilizzato pressoché ovunque, anche se meno rispetto all’antichità.

Le notizie sull’apicoltura nel canton Ticino, nei secoli passati, non sono numerose. Nel corso della mia ricerca, a un certo punto mi sono imbattuta in un allegato davvero molto interessante, conservato nel sito

https://www.apicoltura.ch/, alla pagina relativa alla storia della Società cooperativa ticinese di Apicoltura, oggi Federazione Ticinese Apicoltori.

Secondo questa fonte, “in una pergamena del XIII secolo si trova scritto che al Convento di S. Maria di Pollegio i terrieri dovevano consegnare due misure di miele, nell’autunno, per l’usufrutto dei terreni ad essi affidati. In un’altra pergamena conservata nell’archivio di Locarno, opera di Domenico Macaneo (cioè del villaggio di Maccagno) dal titolo ‘Chorographica Descriptio Verbani Lacus’, del 1490, si legge che quelle terre erano famose per tre prodotti di primissima qualità: il vino simile a quello della Campania, l’olio (di noce) non inferiore a quello di Venafro, e i mieli, che non si fanno battere da quelli di Caldine (regione d’Italia)”.

Nelle valli del nostro cantone, in numerose costruzioni risalenti alla fine del Medioevo si possono notare dei vani riparati da pioggia e vento opportunamente posti nei muri più soleggiati, che avevano proprio lo scopo di dare spazio ai bugni villici per gli sciami di api.

Sicuramente presente nel Medioevo, l’apicoltura ticinese ebbe nella seconda metà dell’Ottocento una diffusione e un richiamo di respiro internazionale. Tra i cultori del miele va ricordato Agostino Mona, pioniere della moderna apicoltura ticinese.

Le sue capacità e la sua passione furono tali da consentirgli, nel 1871, di costituire a Bellinzona la prima società per azioni per la creazione di un’industria dell’apicoltura.

Fece una cosa a mio parere meravigliosa, riconoscendo ai sottoscrittori delle azioni, oltre al rimborso del capitale con gli interessi, anche una formazione teorico-pratica delle tecniche di Apicoltura. La società andò molto bene per un po’, ma poi, per vari motivi da ricercare secondo la fonte nelle pessime condizioni metereologiche degli anni che seguirono e nella mancanza di apicoltori operativi, fallì nel 1875.

Oggi, la Federazione Ticinese Apicoltori conta 530 membri e l’interesse per il miele continua ad aumentare. Di fondamentale importanza è cercare di preservare le condizioni che permettono alle api di svolgere il loro lavoro, dal momento che sono proprio loro le responsabili del mantenimento della biodiversità. “L’uso attento o la rinuncia ai pesticidi, l’offerta di opportunità di nidificazione e la promozione di piante selvatiche autoctone promuovono nuove comunità e insetti benefici” (www.apicoltura.ch). Sorrido, pensando alle aiuole di fiori spontanei che mio papà lascia sempre in giardino quando taglia l’erba.

Elisa Zuin