Pascal Rimediotti non è per niente un volto nuovo dell’agricoltura ticinese. Capo del Demanio agricolo cantonale di Gudo e vicepresidente di Bio Ticino, è nato 59 anni fa a Giornico. Da ragazzo ha frequentato la scuola agraria a Neuchâtel per poi fare l’apprendista a Basilea. Nel 1983, all’età di 22 anni, ha messo piede per la prima volta al Demanio cantonale, inizialmente lavorando per pochi mesi all’anno, successivamente fisso come operaio. Non ha mai smesso di svolgere ulteriori formazioni e nel 2009 è diventato il capo dell’azienda, in concomitanza con la conversione al biologico. Nell’azienda del Demanio agricolo cantonale, composta da Pascal, un operaio e un apprendista, si coltivano mais, frumento e soia e per fornire qualche informazione affinché i lettori possano dare un corpo al volto di Pascal, aggiungo che le sue braccia hanno curato per parecchi anni i vigneti che circondano i castelli di Bellinzona, che sicuramente tutti hanno già visto.

Come è cambiato il lavoro dopo la conversione al biologico al Demanio cantonale di Gudo?
«Si lavora maggiormente con i ritmi della natura, senza forzature e con più osservazione. Si trascorre più tempo sul campo per guardare la coltura, le condizioni e la meteo, ma il mais e il frumento sono sempre quelli: stesse esigenze, stessi elementi nutritivi e medesimo bisogno d’irrigazione. Si potrebbe quasi dire che il lavoro è un po’ più rilassato, ma non è proprio così perché lo stress in agricoltura c’è sempre. Ad esempio il diserbo meccanico richiede che le condizioni meteo siano favorevoli, perché se piove subito dopo aver grattato il terreno, le erbacce riattaccano e il lavoro sarà stato inutile. Comunque è stato bello abbandonare la chimica, le maschere e i guanti. Invece il più grande cambiamento che abbiamo avuto è probabilmente stato nel frutteto: più di due ettari di mele che abbiamo dovuto abbandonare perché le varietà erano molto sensibili alle malattie e andavano trattate».

Come mai non avete animali? E da dove arriva la scelta di convertirsi al Bio?
«Quella di non avere animali è stata una scelta cantonale di tanto tempo fa, per evitare di fare concorrenza ai privati. Prima c’erano vacche da latte, dopodiché si è fatto l’ingrasso di tori ma poi si è smesso. E riguardo al Bio, 11 anni fa, si è deciso di convertirsi per fare qualcosa di innovativo, che allo stesso tempo ha potuto servire per completare la parte formativa della scuola di Mezzana. È stata una buona scelta anche dal punto di vista economico perché i prezzi dei prodotti convenzionali sono scesi talmente tanto che oggi è praticamente impossibile “stare in piedi”. Con il Bio invece si è riuscito a guadagnare qualcosa, nonostante io sia convinto che prossimamente ci sarà una regolazione dei prezzi verso il basso perché piano piano l’offerta sta arrivando a colmare la domanda e il mercato sarà presto saturo».

E riguardo alla fertilità del terreno? Per un’azienda biologica di campicoltura l’ideale non sarebbe avere degli animali?
«Chiaramente se si fa campicoltura biologica senza animali, non si hanno concimi aziendali, quindi meno azoto e bisogna mettere in conto le spese per i concimi organici. Poi c’è la questione della vendita del fieno, in quanto nel Bio ogni anno il 20% della superficie deve essere inerbita. Noi non abbiamo mai avuto problemi nello smercio perché in Ticino c’è tanta agricoltura biologica di montagna e non sempre tutti riescono ad avere abbastanza fieno. Persino adesso che sta diventando obbligatorio l’utilizzo della paglia Bio, vendiamo bene anche la paglia del frumento. Prima la incorporavamo nel terreno per creare sostanza organica, ma ora invece semino delle coperture di leguminose da poi arare. Coperture che creano sostanza organica, proteggono il suolo dall’erosione, apportano dell’azoto e favoriscono la biodiversità».

“Via i cachi, giù le castagne”. Foto: Abg

In un articolo sul tema della giornata formativa sulla soia biologica, pubblicato sull’edizione scorsa di Agricoltore Ticinese, oppure anche in altri articoli su campicoltura o foraggicoltura pubblicati in passato, spesso si legge il tuo nome, o quello del Demanio cantonale. Qual è il ruolo del Demanio?
«Il Demanio aveva un carattere dimostrativo che ancora esiste, infatti, oltre a essere un’azienda di produzione, vengono fatti anche studi ed esperimenti in campo aperto con Agroscope o con il Cantone. Da parte mia, da quando sono il responsabile dell’azienda, ho sempre cercato di aiutare l’agricoltura, soprattutto biologica, ticinese. La produzione di foraggi Bio fa comodo agli agricoltori di montagna, il mais, anche se molto goloso di acqua e concimi, cresce bene con le nostre condizioni climatiche, e la soia dà azoto al terreno e si riesce a vendere. Cerco di fare del mio meglio, facendo quadrare i conti e magari fungendo anche da esempio. Diversi agricoltori della zona si sono convertiti al Bio e “bene o male” lo hanno visto fare qui. Ricordo bene di una volta che era stato qua Robert Aerni e mi aveva detto: “Pascal, dì la verità, te vegn chì da nott a diserbà eh?” perché effettivamente aveva notato che fra il Bio e il convenzionale, in un campo di mais, non c’è poi una grande differenza».

E che tipo di esperimenti si conducono al Demanio?
«Adesso per esempio stiamo facendo esperimenti su lavorazioni minime, lavorazioni superficiali, senza aratura, coltivazione di colture sotto sovescio… per risparmiare sui costi di lavorazione e diminuire gli interventi con i macchinari, ridurre il concime, aumentare la trattenuta d’acqua e l’umidità del terreno, con coperture che restano più tempo nella coltura per trattenere l’umidità invece che lasciarla evaporare subito. In particolare, da qualche anno, stiamo facendo delle prove col mais con coperture di pisello svernante, molto fitte, che dovrebbero contenere l’erbaccia, e poi di segale. È un esperimento interessante, con buoni risultati, che però non si può fare dappertutto.

Oppure ai tempi avevamo piantato un cacheto, che in Ticino non esisteva. Lo abbiamo tenuto per 7 o 8 anni, stava crescendo, ma alla fine è stata vittima del solito problema: prima un sacco di fatica per svilupparlo e infine la commercializzazione non funzionava. Avevamo 450 piante che davano dei cachi bellissimi, grandi buoni e dolci, bio e ticinesi, ma poi, il grosso cliente che avevamo, vedeva i puntini, li declassava e li mandava indietro. Praticamente più della metà non riuscivo a venderla e quindi abbiamo strappato tutto. Oggi al loro posto c’è un castagneto sperimentale di pianura curato dall’Associazione castanicoltori e una coltivazione di erbe aromatiche».

Dopodiché i discorsi hanno preso una direzione più filosofica: parlando del corso della natura, dei frutteti con copertura di trifogli, di burocrazia crescente e di prezzi calanti. Di fasi lunari non abbiamo parlato ma dalla maniera in cui Pascal batteva le dita sulla grossa calcolatrice per dimostrarmi le rese per ettaro, si notava che aveva tutto sotto controllo: avvicendamenti, colture, riposi, semine, raccolti, costi, ricavi, rese…

Ci salutiamo e gli scatto una fotografia davanti al campo di mais non ancora raccolto perché il meteo era incerto tutta la settimana, lo stesso campo in cui stanno conducendo l’esperimento con la copertura, «Così i miei colleghi penseranno che non curo il campo», ha aggiunto Pascal scherzando.

Abg