Quando non ero in redazione, mi è stato detto che avevano chiamato perché volevano raccontarci «una bella storia», «proprio una bella storia». Ma che storia? Chi ha chiamato? Avevamo capito solo che si trattava di «Una bella storia, di una volpe, par i fiöö».

A chiamare era stata Livia Balemi che, assieme alle sorelle, per anni ha gestito il Grotto Scalinata a Tenero. Al telefono era difficile capire di che storia si trattasse, così, un mercoledì pomeriggio d’agosto sono andato a trovare Livia e Marina Balemi. «Non siamo più al grotto però, siamo un po’ più in su» mi han detto.

Subito dopo gli splendidi vigneti arrivo a casa loro. A fare gli onori di casa c’è Giacomo Balemi, Giacomino, il nipote. La storia che volevano raccontarmi era lì, sul tavolo, scritta in bella calligrafia all’interno di un volumetto. Sulla copertina un nome e due date: “Vopsi 1950-1955”.

Si tratta di una storia d’altri tempi, sembra incredibile dirlo, ma sono già passati settant’anni, eppure, nella memoria delle due sorelle è ancora viva, presente: Chissà quante volte se la sono raccontata in questi anni, proprio attorno a quel tavolo, ho pensato.

Ma perché avete voluto raccontarla proprio a noi dell’Agri­coltore? «Io quando c’erano i censimenti, alla domanda professione, rispondevo sempre contadina!» mi dice Livia Balemi. «Eh sì perché prima del grotto, una volta, c’era la vigna, la stalla, “dar da mangiare ai conigli, il grano alle galline: portar su la legna, estirpare l’erba nell’orto, tagliare le fascine”», si può leggere nella storia del grotto.

Ma chi era Vopsi? E qual è la sua storia?
Era come se in un certo senso si aspettassero che io già la conoscessi quella storia. Per molti, credo, soprattutto per gli abitanti della zona, o i frequentatori del grotto, la storia di Vopsi la volpe non è di certo un mistero. A riassumermela è stato Gia­como. «Massì, niente, un mio zio, un giorno che stava andando su in Verzasca, col camion, ha trovato una piccola volpe e l’ha portata a casa e poi è rimasta qui». Gia­comino però era appena nato nel 1952. Livia invece era già adulta e Ma­rina una ragazza.

Tutta la storia di Vopsi, la volpe che ha vissuto con loro per cinque anni, passa in realtà tra gli sguardi che si lanciano, i sorrisi e i pezzi di frasi che si scambiano. Raccontano delle zampine, di quando andava a dormire con loro, della codona che aveva e gli anni passati assieme a Vopsi rivivono ancora nei loro occhi. È una storia da film, che oggi non si potrebbe di certo ripetere. In realtà già ai tempi, come si può leggere nell’articolo del 1987 di Giovanni Bonalumi apparso sul CdT: “Vennero quelli della protezione degli animali, e un gendarme. Mio padre cercò di condirli via con un paio di bottiglie. E quelli, a scusarsi, con una sfilza di «capisco», di mezze allusioni a gente gelosa, intollerante (…) ma la legge è la legge, e non ci si scappa”.
È stato così che dopo un certo periodo, anche se con addosso il collarino con il nome, Vopsi era stata liberata.
Naturalmente è tornata e più volte, per poi morire proprio nella cuccia di casa.

Ma tutta la gioia del ricordo è contenuta nell’inizio della storia: “Appena arrivata proviamo a dargli il biberon.
Niente da fare. (…) Poi non sapendo cosa fare l’affidiamo alla gatta che in quel momento al­lattava i suoi piccoli. Sulle prime la gatta non ci sta, ma essendo quel piccolo stremato di forza lo tiene a sé e così assieme ai suoi piccolini lo accetta con loro. Così poco alla volta cresce in famiglia e inizia a fare dispetti (…) È stata vista più volte a Gordola, sopra le Scalate, però al mattino è sempre ritornata. Una volta andando a messa al mattino, ci viene incontro felice e scodinzolando e rimane poi per tutta la funzione dietro la stalla del Siro: a messa finita, sempre euforica, ci mostra in campagna tre tumuli con le zampe in aria; aveva ucciso e sotterrato le galline. Di birichinate ne ha compiute tante e per fortuna non sono arrivate all’orecchio del babbo, altrimenti sarebbe stata la fine. Era golosa di frutta, gelato e cioccolato (…). Vicina ai filari della vigna ha fatto più volte tabula rasa, anche quando l’uva non era proprio matura; in seguito come rifugio stava vicino al pollaio in giardino, così da stare sicura di notte, anche se ha fatto repulisti di pulcini, piccoli tacchini e altri animali.
Dormiva con me nel letto di una piazza e mezzo: la testa sul cuscino, la zampina fuori dalle coperte, respirava e dormiva. Ogni tanto ci mordicchiava le orecchie, alle quattro del mattino ci svegliava perché voleva tornare nella sua cuccia”.

Si mischiano davvero tante vicende nella storia della volpe Vopsi: l’affetto per un animale selvatico in parte addomesticato, la straordinarietà di quella presenza rispetto alla vita faticosa di tutti i giorni, la curiosità, la scoperta.
Tutti questi aspetti amplificati ora dal ricordo, uno dei più belli che le due sorelle condividono, credo, quasi ogni giorno.
CB