Incontro con Giovanni Antognini nuovo direttore del Parco del Piano di Magadino. Tanti i progetti presenti e futuri.

Otto i Comuni coinvolti, ovvero Bellinzona, Cadenazzo, Cugnasco-Gerra, Gambarogno, Gordola, Locarno, Sant’Antonino e Tenero-Contra. Si estende nelle aree circostanti il fiume Ticino per una lunghezza di 11 km e una larghezza di circa 2 km. Gli ettari totali di superficie sono 2’350 e il potenziale bacino d’utenza è di 100 mila abitanti; effettivi sono però 600 e 490 invece gli addetti nel secondario e terziario. Sono presenti 76 aziende agricole con 326 impiegati, 24 aziende con attività agrituristiche, il 70% della superficie utile è agricola e fornisce il 43% della produzione lattiera ticinese in estate e il 23% in inverno. Ma non è tutto: il 75% della produzione orticola ticinese proviene proprio da qui. Stiamo parlando del Parco del Piano di Magadino. Ma anche la natura non manca: sono 63 gli oggetti inventariati a livello cantonale, nazionale ed internazionale; la zona palustre comprende il 46% del Parco; il sito Ramsar (Bolle di Magadino) il 28%. Questa terra è un comprensorio strategico per la conservazione della biodiversità a livello cantonale e nazionale e un corridoio preferenziale di valore internazionale per gli uccelli migratori.

La visione della Fondazione è quella di promuovere le sinergie tra agricoltura, natura e svago proprio perché il Parco offre un paesaggio di qualità, a carattere prevalentemente rurale, ricco di ambienti naturali, dove i tre elementi sopracitati convivono armoniosamente conferendo un valore aggiunto a tutto il Piano di Magadino. La Fondazione ha recentemente scelto il suo nuovo direttore e, con una nota, dichiara: «Tra diversi candidati che avevano risposto al concorso sono molteplici i motivi che hanno spinto il comitato a indirizzarsi sul profilo di Giovanni Antognini, ma decisiva è stata la sua grande esperienza nel settore primario e la sua approfondita conoscenza del Piano di Magadino». Antognini, classe 1968, sposato e padre di due figli, ha assunto la carica ad inizio luglio e per l’occasione lo abbiamo incontrato.

Chi è Giovanni Antognini?

«Vivo a 1700 passi dalla sede del Parco del Piano a Gudo, ho studiato economia a Zurigo e ho terminato i miei studi nel 1993. Ho subito iniziato a lavorare vicino al mondo agricolo, sono stato il responsabile dei prodotti frutta, verdura e fiori per Migros Ticino; nel 2001 ho assunto la direzione della Federazione Orto-Frutticola Ticinese (FOFT) per poi passare all’amministrazione cantonale: sono stato caposezione della Sezione dell’agricoltura alla Divisione dell’economia. Qui mi sono occupato della promozione del prodotto agricolo, ma mi sono pure dedicato alla revisione della legge sull’agricoltura. Caso vuole che in quegli anni ho partecipato alle fasi embrionali della creazione di questo Ente: insieme al gruppo di lavoro ho preso parte all’elaborazione del Piano di utilizzazione cantonale (PUC) del Parco del Piano, cioè lo strumento pianificatorio che regola in modo vincolante, l’uso di quel particolare territorio d’interesse sovracomunale. Dopo tutte queste esperienze lavorative mi sono impegnato con delle aziende attive nella produzione e nel commercio del vino e per l’azienda di famiglia. Poi è arrivata questa opportunità e, visto che vivo io stesso nel Parco, compilando il concorso ho trovato molto interessanti le tematiche… quindi ho spedito la candidatura e la Fondazione mi ha scelto. Ora sono pronto a lavorare». 

Come valuta il suo ruolo come direttore?

«Sono arrivato in una struttura che si è creata negli ultimi anni e dove chi c’era prima di me, come direzione e a livello di comitato, ha fatto un ottimo lavoro, visto che era un’entità del tutto nuova. Ci sono molti progetti in corso ed è chiaro che la mia esperienza, soprattutto di conoscenza di persone e istituzioni, mi potrà portare a dialogare molto con gli attori del territorio e da lì spero nasceranno ulteriori iniziative. Il ruolo della Fondazione, e quindi il mio in qualità di direttore, è quello di ascoltare chi il Parco del Piano lo vive e ci lavora per poi arrivare a proporre delle idee nuove che diano del valore aggiunto a questa zona. Condividendo e creando una rete di contatti si costituisce una base con l’obiettivo di realizzare qualcosa di solido. Non dimentichiamo che il Parco è stato creato con un PUC che detta le misure, cioè delle linee guida che la Fondazione deve attuare per raggiungere gli obiettivi prefissati».

Che cosa fa il Parco in concreto? 

«Partendo dal principio, la Fondazione è stata costituita il 12 ottobre 2016 ed è dotata di un Consiglio composto da 17 membri con un Comitato direttivo di 5 persone; negli ultimi anni è mancata (nell’ultimo anno e mezzo) la direzione e pertanto è stato il Comitato a portare avanti il lavoro operativo. Gli obiettivi sono: valorizzare la qualità del paesaggio, la ricchezza ecologica e la varietà della biodiversità; rafforzare il settore agricolo e sostenere le aziende agricole favorendone la collaborazione; proteggere, gestire e promuovere le componenti naturali e funzioni ecologiche; valorizzare lo svago di prossimità quale componente dell’offerta turistica regionale; promuovere sinergie tra agricoltura, natura e svago; garantire una mobilità coordinata su misura per gli obiettivi del Parco; migliorare la qualità ambientale al suo interno; informare e sensibilizzare sui suoi contenuti e i suoi valori. Dunque sono molte le iniziative che proponiamo, tanto che è nata da poco la piattaforma agricola: con questo strumento si vogliono condividere tutte le iniziative in atto sul Piano al fine di cercare consenso tra gli attori, ma pure di ricevere critiche costruttive così da poter migliorare sempre le offerte.

Al momento mi sto dedicando, insieme a Tior e all’Unione Contadini, all’organizzazione della Festa del Piano di Magadino. Si terrà il 19 settembre e si svilupperà su un percorso ciclistico di 23 km all’interno del Piano; ci sarà la possibilità di visitare 8/9 aziende agricole, dove si terranno delle degustazioni e, grazie a Sapori Ticino, ci saranno degli chef stellati che cucineranno delle prelibatezze a chilometro zero. 

Stiamo lavorando anche al Piatto del parco: con questa iniziativa si vogliono far conoscere ai ristoratori le peculiarità dei prodotti generati all’interno del Parco. 

Non mancano però iniziative più tecniche. Per esempio stiamo sostenendo un progetto pilota che monitora la presenza della piralide del mais e della Popillia japonica; uno studio di ingegneria invece si occupa del monitoraggio degli ungulati sul Piano. Tutto ciò per poi riuscire a dare delle contromisure agli agricoltori che sono direttamente coinvolti con queste tematiche. E non dimentichiamo i progetti didattici, come quello sviluppato dalla Supsi per creare del materiale che probabilmente verrà inserito nel programma scolastico; o quelli di carattere turistico. Stiamo creando le segnaletiche per i percorsi ciclistici al fine di poter coinvolgere tutte le “città-campeggi” limitrofe e per poter rendere attrattiva la zona senza tralasciare coloro che fanno vendita diretta, insieme all’Usi vogliamo lanciare un’app che permetta di visualizzare queste aziende». 

È un Piano a 360 grandi

«Sì. È quello che vogliamo creare e il ruolo della Fondazione è di mettersi a disposizione degli attori del Piano, per risolvere eventuali conflittualità che ci sono all’interno del piano stesso o per aiutare coloro che hanno bisogno. L’intento è di far andare bene tutte le sinergie che si trovano in questi 2’350 ettari». 

Sabrina Ferrari-Grandi