La nascita del Vivaio
«L’esigenza di poter disporre di un vivaio forestale cantonale c’era già nei primi anni del secolo scorso» mi racconta Giuseppe Tettamanti «ma ad essere determinante è stata la comparsa del Cancro corticale del castagno nel 1948». Fino a quel momento, le piantine venivano dalla Svizzera interna, e talvolta anche dalla Germania, subendo evidenti shock da trapianto e d’ambientazione. È stato quindi attorno alla metà degli anni ’50, anche sulla base degli evidenti danni che questo fungo stava provocando in altri paesi, che vennero prese decisioni significative come ad esempio l’eliminazione quasi totale delle selve castanili. Fu con i primi progetti di risanamento pedemontano, che nacque il Vivaio forestale cantonale, inteso come un punto di riferimento locale per la gestione del bosco «attorno all’inizio degli anni ‘60» afferma Tet­tamanti. La scelta di Lat­tecaldo avvenne per una serie di motivi: in Valle di Muggio erano già presenti quattro grossi progetti di risanamento pedemontano, i terreni si prestavano bene grazie alla loro esposizione a nord, che garantiva un inverno lungo e poco soleggiato, mentre l’altitudine di 600 m.s.l.m permetteva di produrre sia piantine per le basse quote, sia specie provenienti dalla fascia subalpina. «Non meno importante fu sicuramente anche la presenza del Forestale di Zona; in Valle di Muggio, nostro predecessore, Il compianto collega Turri Sergio, già allora con conoscenze di base di vivaismo forestale». È un po’ in queste prime fasi che ha visto la luce il Vivaio forestale cantonale.

Agli albori, il lavoro era soprattutto femminile
«I miei primi contatti al Vivaio furono attorno all’inizio degli anni ’60» ricorda l’ex direttore «quando allora studiavo all’Istituto agrario di Mezzana e durante le vacanze scolastiche ho svolto un praticantato proprio lì. Era tutto ancora agli inizi, lo stabile appena costruito comprendeva, oltre all’ufficio, le autorimesse e il locale per la manodopera, che ai tempi era costituita da un paio di uomini e una decina di donne». La superfice coltivata era soltanto quella antistante l’attuale Centro scolastico. Le operazioni, escluse le arature dei campi, erano quasi tutte manuali. Nelle parcelle adibite a semenzali vi lavorava esclusivamente personale femminile, che seguiva anche la crescita dei semenzali per uno o due anni, provvedendo a regolari sarchiature e diserbi manuali; «con estenuanti giornate passate in ginocchio a liberare le piantine dalle male erbe» ricorda.
«In questo settore, gli unici interventi del personale maschile, consistevano nella posa e nella rimozione delle arelle (ombreggiature). I relativi trapianti erano effettuati tutti manualmente sempre appunto per la gran parte dal personale femminile».

Vivaio cantonale 1970, donne impegnate nella semina

Prime innovazioni
Dopo i primi anni il Vivaio si ammodernò con diversi macchinari, sia motocoltivatori sia trattori muniti di aggregati. Nel contempo anche lo stabile si attrezzò con due celle frigorifere: una per la conservazione dei semi e l’altra per mantenere e/o bloccare per qualche tempo la vegetazione delle piantine stesse.

L’impronta di Giuseppe Tettamanti
«Dopo il praticantato al Vivaio mi recai a Birmensdorf in seno al WSL e dopo aver conseguito il diploma alla scuola Forestale nel canton Grigioni, nomi­nato Forestale di Zona, divenni gestore di cantieri forestali di montagna dell’Alta Valle Maggia. Fui docente di materie professionali alla SPAI e primo Istruttore e in seguito Capo corso ticinese, per i Corsi interaziendali pratici di taglio e allestimento legname in unione e per conto di Bosco Svizzero a Soletta.
Approdai al Vivaio come direttore nel 1984 e iniziai subito a promuovere la formazione di selvicoltori e di vivaisti presso il vivaio stesso». Tra i suoi progetti principali Giuseppe Tettamanti ricorda la costruzione di serre e tunnel per le semine, «al fine di limitare i danni delle intemperie» o la posa di una rete metallica a maglie più strette per ridurre quelli provocati dall’intrusione di animali. «La soluzione più divertente che ricordo è stata quella in cui decisi di introdurre i gatti come “rimedio” contro i roditori. C’erano gatti ovunque al Vivaio, per la felicità di alcuni e il malcontento di altri». Di sicuro, la prevenzione contro danni sia da roditori che da uccelli, (passeri e fringuelli sulle semine di larice, faggio, pino e abete nei semenzali; ma anche verso i danni provocati da corvi e cornacchie sulle semine in campo aperto: con ghiande di quercia, castagne e noci) era determinante. «Come determinante lo è ancora oggi la lotta contro le malattie e gli insetti (nuovi arrivi). In quegli anni la produzione annuale di piantine si aggirava intorno alle duecentomila».
Naturalmente si occupò anche di nuove pratiche colturali. Fino ad allora le piante venivano fornite a radice nuda quindi i tempi di piantagione erano limitati. Fu lui a introdurre la produzione in vaso, fitocella e in zolla. Giuseppe Tettamanti si fece anche promotore della riproduzione di varietà di castagni innestati sia italiani (marroni) sia autoctoni e fu cofondatore del Gruppo del Castagno, divenuto poi in seguito l’attuale Associazione dei Castanicoltori della Svizzera italiana. «Mi impegnai per la propagazione di varietà di piantine da frutto innestate, in collaborazione con Pro­Spe­cie­Ra­ra. Dando seguito a specifiche direttive e normative emanate da Berna promossi e realizzai un catasto di luoghi per la raccolta di semi di piante forestali che spaziava su tutto il territorio cantonale. Pro­mos­si la propagazione delle specie per la compensazione ecologica in agricoltura e di diverse specie di salici per la rinaturazione dei riali». Ideò anche la prima piazza di compostaggio in Ticino. «Era il 1986, dopo il decreto sui fuochi all’aperto e il compostaggio, creammo proprio qui la prima piazza. In seguito divenni consulente e promotore di piazze di compostaggio in tutto il Ticino. A causa delle nuove normative e indicazioni, con l’avallo e il sostegno dei superiori, promossi e coordinai il progetto di ammodernamento e funzionamento dell’intero sistema, dotato anche di un complesso impianto di pesatura; entrato in attività appena dopo il mio pensionamento». Una vita, fatta di «anni intensi, con un lavoro che non aveva orari o giorni festivi. Ho investito tantissimo nel Vivaio e sono molto fiero di quello che siamo riusciti a realizzare, che va a beneficio di tutto il cantone».

Panoramica sul vivaio forestale cantonale oggi. Foto: Francesco Bonavia

Una nuova gestione del bosco
«Io sono arrivato al Vivaio nel 2011» mi dice invece Francesco Bonavia, l’attuale direttore. «Per quello che riguarda le piantine da bosco oggi il Vivaio è molto ridimensionato. Si pianta molto di meno e si prediligono specie particolari o rare. Negli anni a cavallo del 2000, mentre studiavo a Zurigo, c’è stato un grosso cambiamento nella selvicoltura. In pochi decenni si è passati da una gestione ”indotta dall’uomo” in cui le piantagioni erano la norma, a una gestione più ”naturale”, in cui ci si orienta maggiormente sulla rigenerazione naturale, lasciando che siano gli alberi madre di un bosco, a riprodursi spargendo grandi quantitativi di semenza. La piantagione quindi, per come l’ho vissuta io dal 2011, è un po’ più confinata a progetti particolari come la creazione di biotopi, la ricoltivazione di superfici dissodate (discariche inerti, cantieri stradali e ferroviari) o la rinaturazione di fiumi e argini. Vi sono inoltre cantieri di alta montagna in cui il ripristino di una copertura boschiva è troppo lento, se lasciata ai tempi della natura, o superfici in cui il bosco fatica a rigenerarsi per problemi legati a malattie o particolari situazioni geologiche. Malgrado la piantagione sia un metodo veloce di rigenerare un bosco, un fattore importante che limita la possibilità di piantare alberi è oggi soprattutto determinato dalla selvaggina e dai costi elevati che una recinzione di protezione in bosco comporta». Nel tempo sono cambiate molte pratiche. Ora ci si orienta di più verso un ripristino della biodiversità, mentre lo scarso rendimento della materia prima legno, non permette di investire molte risorse nella selvicoltura.

Il bosco non è “autonomo”
«Questo è un po’ un pensiero diffuso, vediamo il bosco come una cosa naturale malgrado negli anni non lo sia mai stato: un Vivaio cantonale così come l’attività dei selvicoltori servono a gestire il bosco, in tutte le sue fasi: dalla piantagione, alla cura del ringiovanimento, alla selezione di quegli alberi che 60 anni dopo fornirà legname di qualità ad alto valore aggiunto. La pratica di eliminare i rami fini sui primi 4-8 metri di un tronco, anche se sul momento è un costo importante, permette, decenni dopo, di ottenere grande valore con la vendita di legname d’opera per la segheria. Per poterlo fare, è importante che la selvicoltura investa un paio di generazioni prima che il legname sia raccolto. Ottenere da un seme, grandi alberi dal tronco diritto e sano, è un processo che dura 80-100 anni e anche la scelta del seme e quindi del bosco da cui viene raccolto è importante per ottenere il risultato».

Negli ultimi anni ci si è occupati soprattutto dell’introduzione di nuove specie di arbusti autoctoni «è sicuramente stata una scelta pagante, come del resto, l’ampliata gamma di salici riprodotti da talea» mi dice Bonavia. «Ad oggi presso il Vivaio forestale si raccolgono e riproducono buona parte delle specie di alberi e arbusti selvatici autoctoni e ci si adopera per aggiungerne di nuove».

Dal 2000 cambia il ruolo del Vivaio
«Ha mantenuto un ruolo importante per quel che riguarda la genetica forestale, la conoscenza delle specie e le tecniche di coltivazione. In questo momento di cambiamento climatico (o aumento delle temperature) sta riprendendo la ricerca genetica sui popolamenti boschivi, perché ci si rende conto che non ci sono dati su quali siano le specie e le provenienze che si possono adattare al clima che ci sarà tra 50-100 anni. Il mio professore al Politecnico aveva già previsto che per la fine del secolo (2100-2150 circa), il faggio potrebbe addirittura crescere sul passo del San Gottardo, situato oggi oltre il limite naturale del bosco. Le domande che ci poniamo ora sono: quali piante che già oggi crescono in un determinato luogo saranno adatte al clima che avremo tra un centinaio di anni?».A questo proposito la prossima primavera a Novaggio ci sarà una delle 6 piantagioni sperimentali del Ticino. Inserite in una rete di 60 piantagioni sparse su tutto il territorio svizzero, l’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL) studierà per 30-50 anni una ventina di specie (e diverse provenienze), piantate a diverse altezze. «In questo modo cerchiamo oggi di dare alle future generazioni indizi per anticipare i tempi e prevedere le specie su cui puntare».

Provenienze dei semi forestali, un caso emblematico
«Nel mio lavoro sono sempre alla ricerca di una genetica migliore, come ad esempio nel caso dell’abete bianco. Con l’aiuto dei colleghi abbiamo scovato un bosco esposto e siccitoso in cui gli abeti bianchi crescono sani e vigorosi. La raccolta semi di quella provenienza, ci permetterà di ottenere piante che, una volta grandi, si spera siano in grado di sopportare le mutate condizioni climatiche». La ricerca genetica ci ha permesso inoltre di scoprire che durante l’ultima glaciazione l’abete bianco si è ritirato rifugiandosi in Calabria. «Con il riscaldarsi del clima e la lenta migrazione per ricolonizzare le Alpi, l’abete bianco ha perso una parte del suo patrimonio genetico, quindi in Ticino sarebbe utile introdurre abeti bianchi del sud Italia, in grado di aumentare la resistenza dell’abete bianco a quello che si suppone sarà il clima futuro. Allo stesso modo, in Ticino, si potrebbero raccogliere semi adatti a boschi della Svizzera oltralpe, dove le Alpi hanno impedito che la genetica del Sud-Italia potesse colonizzare i boschi».
Ma oltre all’abete bianco, se dovesse indicare una specie che in futuro potrebbe essere vincente nei boschi di collina? «In molti punterebbero sulla quercia».

La gestione dei semi
Scopro che ci sono semi che possono essere congelati e altri no. «Qui al Vivaio abbiamo il nostro “caveau” e la nostra enciclopedia» mi dice mostrandomi un enorme dossier «dove ci sono tutte le indicazioni sui semi. Ci basiamo su queste ricerche per sapere come comportarci. Se le specie agricole sono state selezionate per germinare al momento in cui vengono messe in terra, quindi non hanno la cosiddetta “dormienza”, in natura invece i semi non funzionano sempre così. Ce ne sono di selvatici che possono anche non crescere subito, ma aspettare le condizioni favorevoli. In Nord America ad esempio, ci sono delle specie i cui semi aspettano il passaggio di un incendio per germogliare. Per fare un esempio locale, il tiglio da noi, può germinare sull’arco di 4 anni. La castagna invece, deve germogliare nell’autunno-inverno in cui matura e se il contenuto di acqua scende sotto il 35% muore. A seconda della specie si può inibire la dormienza, controllando il momento della raccolta (più o meno acerbo), si può stratificare in sabbia umida (al freddo o al caldo) o si possono semplicemente mettere qualche giorno nell’acqua prima di seminarli nel letturino». Mi spiega poi che a seconda degli anni, del tempo di raccolta e di come si gestiscono, cambia sempre il trattamento e capita anche troppo spesso che dai semi raccolti con grande fatica non cresca niente.

La percezione del tempo non è un problema esclusivo della germinazione
«Qui al Vivaio arrivano clienti che, per esempio, richiedono subito 300 nespoli per un determinato progetto di recupero ambientale e provenienti da una specifica zona, senza rendersi conto del tempo necessario a un nespolo per diventare un alberello da piantare. Seminato in primavera infatti, germinerà solo dopo aver passato l’intera prima stagione sotto terra. Nel secondo anno diventerà un semenzale da 5-10cm in balia di funghi roditori e di numerose “erbacce”. Dopo il trapianto ci vorranno altri 2 anni perché diventi una pianta di 80-100cm da destinare ad un progetto forestale. Questo aspetto spesso viene dimenticato dal cliente. Una parte difficile del mio mestiere è proprio quella di cercare di prevedere bisogni futuri e conciliarli con una produzione che richiede tempi relativamente lunghi».

Un centro di competenza per i fruttiferi
Già negli anni 2008-2010 mi racconta Bonavia, si è iniziato a lavorare sulle specie fruttifere. «Non ci sono più molte persone che innestano alberi da frutto e spesso sul mercato si trovano varietà adatte a frutticoltori intensivi ma meno interessanti per i giardini privati. Collaboriamo con Profrutteti e con ProSpecieRara o con i Castanicoltori della Svizzera italiana. Riproduciamo piante autoctone per delle collezioni che permettono la salvaguardia del patrimonio genetico in frutticoltura. Negli ultimi anni abbiamo un assortimento di piante da frutta in cui riproduciamo castagne, noci, meli (25 varietà!), peri, prugni, ciliegi, peschi, peschi della vigna, ribes, cassis, gelsi, nespoli ecc». Spesso capita anche che privati intenzionati a salvare la varietà del proprio giardino, si rivolgano al Vivaio per la riproduzione di nuove piantine.

La marzoteca cantonale
«Da qualche anno abbiamo creato una marzoteca cantonale: una specie di biblioteca che si estende su ottomila metri in cui sono raccolte le varietà del nostro assortimento e non solo per poterne raccogliere le marze1. Queste piante sono controllate dal Servizio fitosanitario e a volte da laboratori specializzati per certificare l’assenza di particolari malattie di quarantena. In questo modo i privati e i professionisti hanno la possibilità di accedere ad un gran numero di varietà controllate che al momento giusto spediamo direttamente a casa. Credo sia importante offrire questo servizio agli appassionati, per mantenere viva e valorizzare la tecnica dell’innesto degli alberi da frutto, che è parte importante della nostra storia» continua il direttore.
«Il Ticino è sempre stato un po’ un cantone di sussistenza e i migranti che tornavano dalla Svizzera interna o dall’estero si portavano dietro le marze che poi innestavano sulle nostre piante. Oggi questo non si può più fare, perché c’è bisogno di un controllo fitosanitario e il rischio di propagare delle malattie è molto più alto. E in un certo senso oggi è uno dei lavori che facciamo noi come Vivaio forestale cantonale».

«Un’azienda forestale al servizio della biodiversità e della popolazione. È un po’ questo il principale passaggio che ho vissuto negli anni, da un aspetto più produttivo si è passati a uno più di ricerca e consevazione della conoscenza per questo anche più vicini alla popolazione, non solo agli addetti ai lavori».

PB

Il Vivaio cantonale

• 10 varietà di specie resinose
• 60 specie di latifoglie:
• 40 specie arbustive
• Piante innestate di castagno e noce
• oltre 120 varietà di fruttiferi di cui molte antiche varietà recuperate sul territorio
• fornitura di marze controllate e innesto di fruttiferi per privati

• Di regola le piante sono vendute a radice nuda. Sono tuttavia disponibili anche piante in fitocella, container e zolla.
• Per la maggior parte sono disponibili alberi e arbusti indigeni prodotti da semi raccolti prevalentemente al sud delle Alpi.