In Myanmar l’iniziativa cinese “Belt and Road” promette sviluppo grazie al commercio e alla costruzione forzata d’infrastrutture, mettendo però in pericolo diritti fondiari, biodiversità e cultura.

La Belt and Road Initiative (BRI, iniziativa “cintura e strada”) è molto probabilmente il progetto di costruzione d’infrastrutture più ambizioso della nostra epoca. Con la Cina al comando, più di 120 paesi, Svizzera compresa, hanno firmato accordi di cooperazione per la BRI. Le passate esperienze di progetti titanici in Myanmar, vissute dalle comunità locali, mostrano un pericolo per i diritti fondiari e della diversità culturale, sociale, biologica. La gestione e l’utilizzo delle terre e i diritti fondiari saranno decisivi per sapere se la BRI favorirà lo sviluppo sostenibile o meno.

I dirigenti mondiali hanno posto in alto l’asticella dei loro obiettivi: durante l’ultimo Belt and Road Forum, 40 paesi, tra cui la Svizzera, hanno ribadito il loro impegno a favore dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile e riconosciuto nella BRI gli obiettivi comuni di crescita forte, sostenibile, equilibrata ed inclusiva, come pure il miglioramento della qualità di vita delle popolazioni. Prima ancora di essere un insieme di progetti, la BRI è un concetto visionario potente a vasta portata. Sviluppando infrastrutture di trasporto, energia, commercio ed industria su larga scala attraverso Asia, Europa e Africa, l’iniziativa promette un avvenire migliore per tutti.

La promessa è enorme, ben sapendo che spesso e volentieri, nell’ultimo decennio, i progetti di dimensioni faraoniche hanno avuto l’effetto inverso. In molti casi hanno provocato lo spostamento di intere comunità locali, il furto di terre, prodotto conflitti sociali e degrado dell’ambiente: è stato, in altre parole, compromesso lo sviluppo sostenibile e la qualità di vita delle popolazioni locali. Un’insidia di questi grandi progetti è rappresentata anche dalla riduzione della diversità di utilizzo delle terre, trasformando paesaggi dalle funzioni ecologiche, sociali ed economiche multiple, in mero sito di insediamento d’infrastrutture. L’importanza e la pertinenza mondiale dei paesaggi multifunzionali sono illustrati in modo chiaro attraverso l’esempio del sistema di uso delle terre, detto “jhum”, del popolo Naga nel Myanmar.

Lo stile di vita jhum

I Naga sono un popolo autoctono composto da più di 40 tribù. Il Nagaland è geograficamente ripartito sul nord-est dell’India ed il nord-ovest del Myanmar (ex Birmania). Dei circa 4 milioni di Naga, mezzo milione vive sul territorio del Myanmar. Per questa popolazione la terra non rappresenta solo una risorsa da sfruttare ma è anche e soprattutto un luogo di legami storici, culturali e spirituali profondi. La terra viene gestita secondo il sistema tradizionale della proprietà fondiaria dei Naga, garantendo l’utilizzo sostenibile delle risorse. Sugli altipiani del Nagaland birmano, il principale utilizzo delle terre avviene attraverso la coltivazione itinerante, localmente chiamata “jhum”. Questo sistema di utilizzo intensivo si fonda sul principio di rotazione: vengono piantate semenze diverse, che sommate ai molteplici periodi di maggese consentono alla popolazione un ampio utilizzo del suolo. Si produce di tutto: dai materiali per la costruzione alle piante medicinali, passando dagli alimenti di qualità. Jhum è sinonimo di forte biodiversità e di stoccaggio di grandi quantità di carbonio, a vantaggio dell’ecosistema mondiale. Lo “stile di vita jhum”, come definito dai Naga, considera e gestisce le terre in modo olistico preservando così in modo durevole i paesaggi multifunzionali.

Malgrado i timidi e recenti segnali positivi, la legge in vigore in Myanmar non riconosce ancora i diritti consuetudinari locali sulla terra. Senza riconoscimento formale dei diritti fondiari i progetti di infrastrutture previsti rappresentano una seria minaccia per le popolazioni autoctone, compresi il loro stile di vita e le funzioni locali-globali dell’utilizzo del suolo.

Estendere le vie di comunicazione può sicuramente facilitare l’accesso a regioni periferiche. Un migliore accesso è però generalmente seguito da rivendicazioni su superfici a uso commerciale. Il governo del Myanmar invita espressamente ad investire su tali superfici. Come dimostrato dal dibattito sull’accaparramento delle terre (Land Grabbing) dell’ultimo decennio, queste esigenze rimettono in causa i diritti delle comunità locali. La pressione sulle persone ed il loro sistema di sfruttamento dei suoli non cessa di intensificarsi.

Una delle ragioni d’essere dei progetti di mega-infrastrutture è quella di facilitare il commercio internazionale. Occorre però un grande quantitativo di superficie. Questo entra appunto in contrasto con il sistema di multifunzionalità delle terre, secondo lo stile di vita jhum. Un recente rapporto mondiale della Piattaforma IPBES (Piattaforma intergovernamentale sulla biodiversità e sui servizi ecosistemici) ricorda che una grande fetta della biodiversità terrestre si trova in zone tradizionalmente gestite da popolazioni autoctone o comunità locali. L’uso comunitario duraturo delle terre è da sempre all’origine di conoscenze ecologiche, identità sociali e di culture diverse. Questi grandi progetti, che de facto sradicano comunità locali dalle loro terre, non solo minacciano la biodiversità del pianeta ma anche la sua diversità culturale, sociale e istituzionale.

E la Svizzera cosa fa?

La partecipazione della Svizzera e di altri paesi europei alla BRI sostiene e legittima l’idea che la costruzione d’infrastrutture di dimensioni colossali favorisca lo sviluppo. Ma che tipo di sviluppo? Che idea di sviluppo difende la Svizzera? In una dichiarazione d’intenti firmata nel mese di aprile 2019, il nostro Paese si iscrive ufficialmente alla BRI, sostenendo così l’aspettativa che questa nuova via della seta sviluppi infrastrutture laddove ve n’è un urgente bisogno.

Tuttavia, l’esperienza di effetti nefasti causati da progetti faraonici nel corso dell’ultimo decennio mostra che spesso i bisogni, i diritti e la voce delle popolazioni locali non sono presi in considerazione. La garanzia di un mantenimento delle strutture comunitarie locali e l’utilizzo delle terre dovrebbe imperativamente far parte integrante dell’impegno svizzero per la BRI.

Il ruolo cruciale che svolge l’uso locale delle terre nello sviluppo sostenibile è stato fino ad ora ampiamente ignorato nei dibattiti sulla BRI. Occorre dunque sottolinearne l’importanza.

Se l’infrastruttura, come la BRI, deve anche promuovere lo sviluppo sostenibile, delle regole vanno allora stabilite in questo senso. Quando, oggigiorno, si parla di creare o estendere infrastrutture, devono essere considerati i principi d’investimento verde e la sostenibilità del debito. Queste priorità devono essere applicate mettendo l’accento sulle terre e i sostenitori della BRI, come la Svizzera, devono incoraggiare i Paesi destinatari degli investimenti a riconoscere esplicitamente i diritti fondiari e territoriali delle popolazioni autoctone. In caso contrario, la BRI saboterà gli sforzi per la sostenibilità globale dell’Agenda 2030.

Christoph Oberlack, Athong Makury e Andreas Heinimann

L’articolo è apparso sull’ultimo numero di global, la rivista di Alliance Sud.

Traduzione: Samuel Notari

Christoph Oberlack dirige il ramo Gouvernance sostenibile del Centre pour le développement et l’environnement (Centro per lo sviluppo e l’ambiente, CDE) dell’Università di Berna.

Athong Makury è stato presidente del Consiglio per gli affari Naga ed è direttore esecutivo dell’ONG Resource Rights for the Indigenous Peoples in Myanmar.

Andreas Heinimann è direttore aggiunto del CDE responsabile della cooperazione regionale.