Nella valle di Cadlimo, una laterale della Val di Blenio, da qualche anno ormai, nei mesi estivi, vengono caricati gli Yak o buoi tibetani. Questi bovini originari dell’Himalaya arrivano da Mesocco, Cabbio, Quinto, ma anche dalla Surselva, dal Canton Uri e dal Canton Zurigo. Come spesso accade sono molte le cause e le condizioni che hanno portato oltre un centinaio di questi animali a trascorrere le estati in Ticino. C’entrano uno zoo di Vienna, diverse vicissitudini famigliari accadute nella Svizzera centrale e la storia di vita di Nicola Toscano.

Cercare un nome tutti insieme
Ad accompagnarmi nella salita fino alla valle di Cadlimo è Moira Schera che incontro la mattina di sabato 27 giugno all’altezza del traliccio che emerge dal lago di Santa Maria sul Lucomagno. Sta aspettando alcuni carichi di Yak. Poco dopo arriva Alberto Toscano per accompagnare i suoi ed altri Yak fino al Passo dell’Uomo. Lì ad aspettarlo c’è Nicola Toscano, il pastore che passerà i prossimi quattro mesi a oltre 2’300 metri, con 400 pecore e gli Yak che ormai da qualche estate vengono qui da quasi tutta la Svizzera. Moira è la segretaria della Fe­derazione ticinese dei consorzi d’allevamento ovino e caprino e responsabile d’alpeggio, lavora in un negozio d’alimentari a Rovio e, dall’estate scorsa, ha adottato una giovane femmina di Yak. «È successo allo scarico dell’alpe di due anni fa. Vedi i vitellini che stanno sempre vicini alla mamma? Nel 2018 una vitellina era sola, perché la mamma era morta all’alpe. Io mi sono intenerita e me la sono portata a casa». Nel Mendrisiotto la vitellina di Yak di Moira è piuttosto conosciuta anche perché, dopo averla sistemata nella stalla delle pecore, ha coinvolto i bambini di Rovio per scegliere che nome darle. «Abbiamo messo una vera e propria bacheca e chi voleva poteva proporre un nome. Abbiamo scelto Esmeralda». A trasportare Esmeralda al Lucomagno è Johnny Cairoli, con l’ultimo carico del mattino. Nell’attesa e durante la salita a Cadlimo, Moira mi racconta un sacco di cose di Esmeralda: di quando l’ha allattata, di quando le ha fatto sentire la musica in stalla e di quella volta che in un momento di relax sul prato, Esmeralda le si è addormentata addosso.

Ma che cosa bisogna dire agli animali in transumanza?
Nella salita Moira è in testa e io in fondo a chiudere. Mi dice che ci penserà Esmeralda a trascinare il gruppo. Io da dietro non so bene cosa dire agli Yak per spronarli ad andare avanti e soprattutto evitare le deviazioni. Mi ritrovo a dire frasi senza senso, tipo «Su, su, dai Yak». Mi limito a battere un po’ i sassi col bastone che mi ha dato Moira. Gli Yak salgono agili. Ogni tanto mi capita di guardarli negli occhi scuri, senza riflessi. Poco prima del Passo dell’Uomo tagliamo a destra su un versante pianeggiante. Non manca molto. Poco dopo vediamo un vitello del gruppo che è salito prima che ha perso la mamma e si impunta. Nicola Toscano, aiutato da sei Border collie, non riesce a convincerlo. Moira sale per dare una mano, io invece passo dal sentiero più in basso e imbocco la valle di Cadlimo da solo: pietre e prati, un torrente lontano che nemmeno si sente e nuvole basse all’orizzonte. Gli altri Yak si sono diretti da soli verso la presa. Il vitello proprio non ne vuol sapere. Moira per un po’ se lo carica in spalla, poi viene rimesso a terra e cerchiamo di tirarlo con una corda, ma non va. Nicola ci spiega che bisogna spingerlo da dietro, non tirarlo. Gli do dei colpetti col ginocchio. Penso che così funziona perché potrebbe essere il modo che userebbe sua madre. Ma son tutte cose che penso. Coi colpetti di ginocchio, arriviamo vicino agli Yak adulti. Nicola ci avverte che dobbiamo slegarlo in fretta, perché sennò rischiamo che la madre ci carichi. Mi dice di ripararmi dietro un sasso. Mentre lo slega, Nicola inizia a fare un verso, un grugnito gutturale. Un po’ mi impressiona, anche perché la mamma lo sente e sembra riconoscerlo. Corre verso di noi e di colpo il vitellino abbandona ogni resistenza e la segue.

Un po’ di ristoro e poi il gelo
Gli Yak sono arrivati a destinazione e noi ci sistemiamo nella piccola casetta in pietre per mangiar qualcosa. Basta un’occhiata ai colori vividi dei mobili che ci circondano per capire che il Tibet è ben presente nella valle di Cadlimo. Nicola, quando si siede, in dialetto, dice qualcosa come: «certo che non c’è come sedersi…». Tiro fuori il taccuino e gli chiedo degli Yak. Mi dice che i primi venivano da uno zoo austriaco, ma un po’ per la cattività, un po’ per le temperature, facevano fatica a sopravvivere. È stato così che sono arrivati a Mesocco e poi da Mesocco ad Andermatt e un po’ in tutta la Svizzera centrale. «Quella è una linea di discendenza. Allevati per la carne. Poi c’è stata anche una ragazza che ha organizzato una cosa più turistica in Vallese1, tipo vacanze con gli Yak. È anche venuta a trovarmi una volta». Iniziamo a parlare della carne: «È quasi senza colesterolo» mi dice «come quella degli stambecchi, magrissima e anche piuttosto ricercata. Il problema è che molto spesso non viene cucinata nel modo giusto. Non ha senso stufarla o farci salsicce. Andrebbe scottata appena, cotta al sangue». Fuori il cielo è coperto e tra poco dobbiamo tornare al Passo dell’Uomo per andare incontro ad altri allevatori. Nel giro di un niente inizia a diluviare. Metto la macchina fotografica in un sacco dell’immondizia e Nicola mi presta una pelerina e ci incamminiamo. Le mani ghiacciano, ma per fortuna dura poco. Più in basso vediamo i circa quaranta Yak che stanno salendo con i loro allevatori. Moira gli va incontro. Io mi apposto per scattare qualche foto, ma poi gli Yak passano da un’altra parte. Nicola invece trova un punto di vista perfetto sulla valle, un po’ più in su sul versante.

Finale di giornata
Finalmente tutti gli Yak sono a destinazione. Adorano l’acqua. Prima di salire ai pascoli in alto ne approfittano per farsi un bagno nel fiume. Nicola sale subito per controllare che ci siano tutti. Io, Moira e gli allevatori restiamo lì e dal fondovalle guardiamo in su col binocolo. Un allevatore grigionese, che mentre parla mastica aglio selvatico, mi lascia un sacchetto da dare a Nicola, poi salutano e se ne vanno. Io e Moira cerchiamo di accendere la stufa, ma dopo la pioggia non è così semplice. Spacco la legna, concentratissimo. Siamo a 2’300 metri e tutto è più difficile, faticoso, rischioso. Una volta sceso, Nicola prende dal sacchetto una salsiccia di Yak e me la regala «Toh, così la provi, la carne di Yak». Gli dico che non è il caso, che l’avrei presa da un’altra parte. Ma lui mi spiega che non è così facile da trovare. Scendendo Moira mi parla ancora degli Yak «Qui da noi vengono allevati soprattutto per la carne e perché non hanno problemi a vivere anche su pascoli difficili, ma anche la lana è molto pregiata, solo che non è così facile trovare qualcuno che la lavora. In Tibet usano tutto: la lana, il latte per il burro e il formaggio e anche lo sterco, per riscaldarsi». Poi mi racconta anche di Nicola, degli anni che ha passato in Tibet. Mi dice anche che parla perfettamente il nepalese.

Era la prima volta che vedevo uno Yak ed era anche la prima volta che salivo assieme a dei bovini in montagna. Io non ho sentito Nicola parlare il nepalese però lui sì che sapeva come parlare con gli Yak. Quando ne ha imitato il verso o quando gridava «Végn scià chilò» non lo dimenticherò mai.

CB