Agroforestazione è una parola semplice all’apparenza: ci parla di un’interazione tra attività agricole e alberi. A fare la differenza però è la conoscenza del dettaglio. In Ticino è ben nota e praticata, soprattutto nel passato, l’agroforestazione silvopastorale che, ad esempio, coniuga il pascolo delle pecore nelle selve castanili. Quella viticola, che punta a creare una sinergia tra specie arboree e la vigna per creare un ecosistema più resistente verso i nuovi agenti patogeni e le nuove condizioni climatiche estreme è forse meno esplorata.

In questi ultimi anni, a Pedrinate, Marta Cavallini con lo sviluppo del suo lavoro di progetto durante il Bachelor in agricoltura biologica all’Università di Kassel sta ridando nuovo slancio a percorsi e pratiche in parte noti e in parte ancora da scoprire. Sono molti i concetti che si intersecano in un progetto di agroforestazione viticola, ma la parola chiave è senza dubbio sinergia: tra gli alberi e la vite, tra le piante e il suolo, ma anche tra il terreno coltivo e l’area che lo circonda.

Già mentre salivamo a piedi per raggiungere la zona in agroforestazione viticola Marta mi indicava gli arbusti che con un progetto di interconnessione agricola hanno rinfoltito una siepe a bacche per uccelli e per la piccola fauna. «Lì c’è il sambuco e poi la rosa canina». E subito ha iniziato con esempi concreti: «Sulla pianta della rosa canina si riproduce l’antagonista della drosofila». Me l’ha ripetuto più volte, anche perché confondevo la rosa canina col sorbo, sul quale, sotto la corteccia, si annidano invece acari predatori che si nutrono degli acari fitofagi della vite. Due esempi così specifici possono già dare un’idea di quanto complesso e quanto nel dettaglio si spinga un progetto di agroforestazione. E lo scopo di attirare organismi utili e scacciare quelli nocivi è solo uno tra i tanti. Si tratta infatti di creare un ecosistema agricolo molto complesso, dove non conta solo la resa del prodotto ma anche il contributo in favore della qualità del suolo, del microclima che si svilupperà attorno agli alberi del sistema e dell’aumento della biodiversità. Inoltre gli alberi fissano il carbonio, un fattore importantissimo in una situazione di crisi climatica e permettono anche di diversificare i settori produttivi dell’azienda. Grazie alla produzione di legna e frutta la rendono più resiliente alle oscillazioni del mercato o del clima. Marta sta realizzando il progetto sugli ultimi terrazzamenti di un vigneto dove i suoi genitori Grazia e Luciano Cavallini coltivano Merlot in conversione biologica. La vite in quella zona della collina del Penz è coltivata da più di tre secoli. Al margine del bosco, su una superficie di circa 2’000 metri quadrati, al posto del Merlot ha impiantato filari di barbatelle di Souvignier gris e uva americana delle varietà Isabella e Noah. Ma soprattutto una trentina di alberi: frassini, tigli, aceri, mandorli, giuggioli, olivi, sorbi.

Alberi ad alto fusto e alberi da frutto: alcuni nel filare, altri no

Ci sono ad esempio alberi da foraggio, come il salice o l’acero che in ottica futura produrranno foglie e germogli per completare l’alimentazione delle pecore. In realtà anche le bacche del sambuco o della rosa canina potrebbero essere, un domani, molto apprezzate da eventuali galline che pascoleranno nella vigna, ma bisognerà tenere controllata la loro maturazione e raccolta per non incentivare la riproduzione del moscerino dei piccoli frutti (drosophila suzukii). «Le foglie del salice ad esempio contengono salicina, che aiuta il metabolismo degli animali. L’agrifoglio, invece», continua Marta, «potrebbe fungere da vermifugo». Ma la funzione degli alberi? E perché alcuni sono all’interno del filare ed altri no? «Quelli nel filare sono alberi da foraggio che verranno poi capitozzati, con i rami della corona che resteranno al di sopra dell’ultimo filo. La capitozzatura obbliga alcuni alberi ad aumentare lo sforzo radicale per cercare sostanze nutritive ed acqua, a questo scopo incrementeranno la simbiosi radicale con i funghi micorrizici. In autunno le foglie cadranno sul terreno, faranno da pacciamatura, e contribuiranno alla creazione di humus e al miglioramento delle qualità microbiotiche del suolo. Altri sono invece alberi da frutto che si adattano bene alle condizioni del luogo e che, soprattutto, non trasmettono malattie alla vite». Poi alcuni sono a scopo didattico: «la sughera, ad esempio, oltre ad avere un enorme numero di insetti e microorganismi che vi ci vivranno sopra e nelle vicinanze, l’ho piantata anche per mostrare come si forma il sughero per la produzione di tappi per le bottiglie».

Christian Zündel e Tancred Götsch, la vite maritata e la questione della potatura

Camminando tra i filari mi accorgo che attorno ai giovani tronchi di alcune piante è avvolta un po’ di lana di pecora. Marta mi spiega che l’odore della lana infastidisce i cerbiatti che entrano nel vigneto e cercano di mangiare i germogli, contro i cinghiali vi è invece una rete fissa. Per lo sviluppo del progetto viticolo oltre alla letteratura disponibile, che di recente sta conoscendo un vero e proprio boom soprattutto in Francia, Marta ha condotto anche delle ricerche storiche. L’interazione tra la vigna e gli alberi si rifà al concetto della vite maritata, un sistema utilizzato dagli etruschi che facevano abbarbicare la vite sugli alberi. Marta mi parla anche di Christian Zündel, di Beride e di Tancred Götsch di Mergoscia e di suo padre Ernst. «Tancred mi ha dato molti consigli. Ernst, suo papà, ha fatto molte ricerche sull’agricoltura rigenerativa-sinergica, su come determinate piante stimolino il suolo e di come contribuiscano allo sviluppo di micorrize». Al momento le barbatelle di Souvignier e americana sono ancora giovani e anche gli alberi devono ancora crescere. Immaginare come crescerà la vite attorno ai rami è piuttosto complicato. «Mi preoccupa un po’ la potatura della vite e delle piante. È difficile da immaginare come si svilupperanno le diverse ramificazioni. Però farò dei tentativi. Me l’hanno ripetuto spesso all’università quanto è difficile lavorare in agricoltura biologica, perché ci sono moltissimi parametri naturali incontrollabili che influenzano il sistema. Tancred però spesso mi ha confortato dicendomi che si può anche provare e magari fare degli sbagli e anche quando mi confronto con altre persone che stanno portando avanti progetti simili al mio mi sento rassicurata e sulla buona strada».

«È incredibile l’influenza anche di un singolo albero»

«Oggi piove, ma d’estate qui si muore dal caldo», mi ha detto Marta quando stavamo ormai scendendo dal vigneto. «Gli alberi faranno ombra, regoleranno l’umidità relativa del vigneto e, quando saranno cresciuti, influenzeranno anche le correnti d’aria accompagnandole verso il basso tra i filari, contenendo così temperatura ed umidità troppo elevate», mi ha detto. Cercare e scoprire o riscoprire pratiche agricole che si integrino il più possibile con l’ambiente circostante e in grado di resistere alle crisi climatiche è senz’altro una delle esigenze principali di ogni sistema agricolo proiettato al futuro. Ma non c’è solo quello: «Un po’ d’ombra poi influisce anche sulle caratteristiche del vino. In una maturazione troppo rapida dell’acino, è difficile che ci sia un buono sviluppo degli acidi e anche la fotosintesi della pianta può migliorare con un po’ d’ombra, perché gli stomi possono rimanere aperti più a lungo». Per adesso è possibile solo osservare e intuire gli sviluppi futuri del progetto, ma c’è davvero molto per far nascere la curiosità. Per chi volesse saperne di più: marta.cavallini@posteo.net.

Capitozzatura: La capitozzatura è la potatura che viene eseguita sugli alberi ad alto fusto tagliando i rami subito sopra al punto di intersezione con il tronco. Eseguita negli alberi dell’arredo urbano, questa tecnica è spesso criticata, come un intervento troppo brusco che gli alberi faticano a sostenere. Anche in agroforestazione funziona così? «Sì funziona così. Però l’albero non è bloccato nel cemento, ma circondato da un ambiente agricolo ad alta biodiversità. Inoltre il periodo per la capitozzatura viene scelto in modo da non causare ulteriori stress all’albero, evitando ad esempio periodi di siccità prolungata. L’esempio tipico sul territorio ticinese è quello del gelso. Nelle piane agricole ci sono ancora qua e là alcuni gelsi con le loro foglie a picche brillanti. Attraverso la capitozzatura l’albero produce più rami e foglie che cresceranno con molto vigore durante tutta la stagione vegetativa. La zona aerea dell’albero rispecchia il vigore che verrà indotto a livello radicale, con la crescita di radici giovani ed efficienti per l’assunzione e scambio di nutrienti ed acqua con il suolo e la sua microfauna, tra cui gli importantissimi funghi micorrizici. Le nuove radici andranno a sostituire quelle vecchie. Ogni anno vi sarà quindi un ringiovanimento della pianta. Un tempo le foglie venivano utilizzate per l’allevamento del baco da seta. Una capitozzatura simile viene fatta anche con il salice, per poi utilizzarne i rami flessibili per legare la vite. La capitozzatura del gelso e del salice è simile a quella del platano cittadino: vengono lasciate le teste, le capitozze, e vengono tagliati tutti i rametti, ma è da vedere più come una “tosatura”, la testa non cade e viene lasciata spoglia in cima al tronco. Le ferite sono molte ma piccole e si richiudono velocemente. Questa è una capitozzatura che se attuata con attenzione mantiene l’albero in buone condizioni. Un’altra capitozzatura più invasiva che forse è facile da confondere e che dovrebbe essere attuata una o al massimo due volte nella vita di un albero è la capitozzatura per ringiovanire e ridare vigore ad un albero già molto vecchio o abbandonato. L’intervento viene fatto direttamente nel tronco, ad esempio con i castagni ancora in salute. Lo si vede spesso nelle selve castanili appena recuperate. Gli alberi in vigneto subiranno la “tosatura” per ridurre l’ombra e dare vigore alle radici e al suolo».

Micorrize: Con il termine micorriza si indica una combinazione strutturale e funzionale del micelio di un fungo con la radice di una pianta. Sono numerose le piante che ricorrono alla simbiosi micorrizica che permette alle piante superiori di assorbire acqua e sostanze nutritive. I funghi invece sottraggono altre sostanze e in molti casi c’è uno scambio reciproco di sostanze di accrescimento. Come si riesce a creare o privilegiare lo sviluppo di micorrize che abbiano relazioni mutualistiche positive? «Il suolo è un sistema altamente complesso e l’essere umano studia e si interessa relativamente da poco tempo e solamente di una sua piccolissima parte. Lo stesso vale per il mondo dei funghi. Quindi comprendere il comportamento dei funghi all’interno del suolo è una sfida non da poco… Non sono a conoscenza di funghi micorrizici che danneggiano la pianta. Ci sono malattie fungine che attaccano le radici, spesso marciumi. Li si evita rimuovendo le radici di piante morte e con un’attenzione particolare durante la lavorazione del suolo o la potatura. Ma, se si favorisce una rigenerazione del suolo, si crea un’interazione positiva con le piante. Le micorrize sono la fonte principale di resilienza di un sistema agricolo. Il micelio può raggiungere dimensioni chilometriche, trasportare nutrienti e acqua e comunicare con altri esseri del suolo. I funghi micorrizici sulle radici delle piante mantengono l’ambiente umido, aumentando quindi la difesa allo stress ambientale, e assicurano l’apporto di nutrienti (come fosforo ed azoto) normalmente in forme non disponibili alla pianta».

Cristian Bubola