Nel primo speciale dell’anno parliamo del rifacimento di un tetto in piode, di guadagno extra agricolo, di alpeggi e di un maggengo: Püscennegro.  Con tante domande: qual è il senso del riparare? E la funzione degli edifici? Un edificio agricolo può diventare qualcos’altro? Ma che cosa? E come? Una casa di vacanza, forse. Ma per le vacanze non si doveva andare lontani lontani? Al caldo? In posti che non si sono mai visti prima? E se invece il segreto per una vacanza perfetta fosse andare in un posto a cui si è legati e che ci lega? In cui non solo si prende, ma qualcosa, anche, si dà? 

Sono le gambe, non gli occhi, a conoscere le salite

Quest’estate, nel mese di agosto, sono andato in visita in qualche alpeggio. L’idea, per le mie vacanze, era fare due cose molto semplici: camminare e leggere. Mi è riuscita molto di più la prima della seconda. È stato in quell’occasione che ho passato un paio d’ore con Christian Monaco, in Rüscada, un alpeggio che si trova sopra Cugnasco e si raggiunge partendo dai Monti della Ganna. Lì, Christian e sua moglie Ester, nella stagione alpestre producono formaggio d’alpe seguendo la tradizione delle valli del Locarnese: 30% latte di capra e il restante di mucca. L’alpe è organizzato in corti e, se Ester rimane in basso, nell’edificio principale, Christian sale nei corti superiori per mungere le capre e le mucche e mandare il latte in basso col lattodotto. Le poche cascine rimaste in Rüscada sono perlopiù abbandonate: «Oramai non viene più nessuno qui, c’è poca pastorizia, e le cascine poco a poco crollano». L’unica ancora sana, appena risanata, è quella in cui Christian mangia e dorme. Ha risistemato il tetto, costruito un piccolo camino e un soppalco dove dormire. «Una volta, se vuoi, quando rifaccio il tetto di una cascina, puoi venire a darmi una mano». Eravamo più o meno rimasti d’accordo così. 

Mentre scendevo, a fine giornata, ho pensato al legame tra quello che Christian faceva come contadino, caricando ancora quell’alpe, e il suo secondo lavoro, il muratore, rifacendo soprattutto tetti in piode. Tre mesi dopo mi ha chiamato «Sono a Püscennegro, a rifare un tetto, vuoi venir su a far qualche foto?». Così, un mercoledì mattina con Argeo Ulrich, che sta facendo uno stage qui all’Unione Contadini, siamo andati a Püscennegro, un vecchio maggengo della val Redorta, sopra Sonogno. Il piccolo nucleo si vede da dove parte il filo a sbalzo. «Quanto ci vorrà ad arrivar su?» Ci siamo chiesti io e Argeo guardando in alto. Per saperlo, basta seguire a piedi il sentiero.

Casa e scuola Corpo caprai

Sono circa una trentina le cascine a Püscennegro e non ci mettiamo molto a trovare Christian, che da in cima al tetto dove sta lavorando ci chiede se mangiamo con lui «Una mezz’ora?». Ne approfittiamo per fare un giro. Siamo in quattro a Püscennegro quel giorno. Oltre a noi tre, c’è anche Marco Perozzi, maestro ormai in pensione, che sta lavorando attorno al suo rustico. È lui che ci racconta di quando gli edifici che ci circondano erano animati e vivi. Si parla un po’ di parentele e di passato. «Qui si saliva con le bestie in maggio, prima della salita all’alpe». La sua casa era un luogo di ritrovo, ci dice «forse perché si trovava al centro del villaggio, forse perché era meglio riscaldata delle altre». Ci lascia scavalcare la staccionata di legno e ci mostra alcuni dettagli. Leggiamo le date incise nel legno della porta. Spicca un 1936 e una scritta, in una calligrafia elegante e che si legge a malapena: Casa e Scuola Corpo Caprai. Diverse date si sovrappongono. Lì, molto probabilmente, una volta, diversi pastori si riunivano per trasmettersi le conoscenze sull’allevamento e condividere al caldo le proprie esperienze. Noi di capre non ne abbiamo vista nemmeno una ma Marco ci spiega che è lì soprattutto per fare delle recinzioni che proteggano i tetti «Con questi recinti magari non salgono, fanno più danni le capre della neve» ci dice. Marco continua a raccontarci di tutti i lavori che ha fatto per salvare quel rustico. Del tempo e dei soldi e di quanti ce ne vorrebbero. Ci dice anche dei prezzi di alcuni rustici lì accanto. «Ma chi li investe, qui, tutti quei soldi?».

Prima di raggiungere Christian per il pranzo, io e Argeo ci facciamo un giretto. Il sole non c’è già più.  Camminiamo sulle lunghe assi di legno verso il fiume e poi sprofondiamo nelle zolle fradice d’acqua ed è già ora di tornare indietro. 

Origine del toponimo

Per gli abitanti della valle il toponimo Püscennégro non è un mistero, ma per tutti gli altri, forse è il caso di chiarirlo. Ci è venuta in soccorso Dafne Genasci, del Centro di dialettologia e di etnografia che ringraziamo.  

La prima parte del toponimo è stata avvicinata a nomi simili come Püscèd e Püscíd, sempre a Sonogno. Puscèd (Sobrio), Püscéd (Prugiasco), e come questi è stata ricondotta al latino PICEA(M) ‘abete’ con l’aggiunta del suffisso -ETU(M) che serve a formare nomi che significano ‘luogo caratterizzato da’ come ad esempio in italiano lariceto, faggeto, querceto. La forma latina PICEA(M) è anche la stessa che si trova alla base del termine péscia, che nei dialetti della Svizzera italiana indica l’abete rosso. La seconda parte del toponimo di Sonogno, invece, risale al lat. NIGRU(M): ‘nero’, ma anche ‘scuro’. Il toponimo Püscennégro dovrebbe significare dunque ‘bosco scuro di abeti rossi’. 

Il guadagno extra agricolo

Mangiamo in un rustico subito sotto la chiesa. Christian è lì da una decina di giorni e ci parla un po’ del suo lavoro. Lo fa soprattutto in inverno e ci dice che preferisce ricostruire i tetti con piode vecchie, perché è più interessante. Ci parla di pendenze, costi e di come ha imparato «Me l’ha insegnato mio zio. Alla scuola di muratori ormai non ti insegnano nemmeno a costruire un tetto in piode, anche i muretti a secco adesso li fanno i giardinieri paesaggisti» ci dice. Non gli pesa più di tanto essere isolato e di sicuro preferisce il freddo al caldo e anche la solitudine non gli pesa. «Meglio fare un tetto in piode, che andare al mercato, con tutta quella gente». Ma non si tratta solo di una questione di gusti «Quante volte a noi contadini ci han detto di investire nell’attività agrituristica, di ampliare di qua e sistemare di là. Io son convinto che avere un’altra professione sia una risorsa. Certo io ho la fortuna che mia moglie manda avanti l’azienda da sola, però, saper fare qualcos’altro, che sia riconosciuto a livello professionale, vale senz’altro la pena». In realtà la conferma di quanto ci dice, la si può ricavare anche dal rapporto agricolo, infatti, nel 2019, circa un terzo del guadagno dei contadini di montagna, è extra-agricolo.

Piode “vecchie”, piode “nuove” e profumo di larice

Bastano pochi passi per andare dall’alloggio di Christian alla cascina che sta ristrutturando. Mentre mangiavamo ci ha spiegato che le falde dovrebbero avere una pendenza del 70% e se questa percentuale diminuisce servono piode più lunghe e il peso per metro quadro aumenta. Su un metro quadro di tetto ci sono circa 500 chili di gneiss. A guardare Christian lavorare sembra non pesino niente le piode, ma non è così. Vederlo fare avanti e indietro sul tetto mi mette paura. «Dai, son pochi metri, è come attraversare la strada e non devi nemmeno guardare a destra e a sinistra» mi dice scherzando. Il Cantone dà un contributo di 200 franchi al metro quadrato per il rifacimento di un tetto, che però copre solo circa il 20% della spesa. E se non hai i soldi per ristrutturare una cascina, che cosa fai? 

La lasci andare in malora oppure la vendi. Ma a chi? E con quale garanzia che poi venga ristrutturata? Dall’esterno della cascina siamo passati all’interno. Il profumo del larice è una meraviglia. Christian ci racconta delle difficoltà avute con le travi ottagonali e degli incastri a coda di rondine per fissarle. L’ha aiutato un suo figlioccio carpentiere a fare la struttura in legno del tetto. Ci spiega anche quali finestre possono essere mantenute e quali no. Ritrovarsi in spazi così intimi, ridotti, in rifugi minimi per uomini e animali, anche per pochi minuti risveglia sensazioni incredibili. Ci si sente lì, ma anche nel passato. 

Tornati fuori, Christian ci dice due parole su Daniele Piscioli, l’ultimo contadino che ancora porta le bestie a Püscennegro, e Elia Sonognini che con alcune capre e bovini da carne trascorre l’estate in Redorta e infine di Simon Sonognini, di cui abbiamo visto le sculture salendo. «Abbiamo anche creato un’associazione, la Pro Püscennegro. Sono ormai cinque o sei anni che facciamo una giornata di pulizia nei rustici e non hai idea della roba che si trova». Ci spiega che servirebbe un acquedotto, «perché l’acqua c’è, solo che adesso va da tutte le parti. E sai, se uno viene su e vuol farsi la doccia tutti i giorni…». 

Tentativi, ipotesi, possibilità

In realtà a Püscennegro c’è davvero molto, molto di più di quanto si potrebbe immaginare e un piccolo gruppo di persone sta cercando di capire come fare a dare una nuova vita a quel piccolo nucleo. Senza dubbio, un buon inizio è cominciare a raccontare la storia di quegli edifici che si trovano a pochi passi da Sonogno, per risvegliare in tutti noi un sentimento di cura e protezione, che rende unico anche un luogo vicino.

Associazione Pro Püscennegro

Tra gli scopi dell’associazione c’è innanzitutto quello di mantenere Püscennegrovivo tutto l’anno. 

Sostenere l’agricoltura di montagna degli alpi Redorta, Fornaa e Mügaia. Lottare contro l’abbandono e il degrado e armonizzare i bisogni dell’agricoltura di montagna con i diritti dei proprietari degli stabili. 

Chi volesse sostenere l’associazione o ottenere più informazioni, può contattare Simon Sonognini all’indirizzo mail: nordic-yeti@bluewin.ch o al numero di telefono: 079 506 47 91.

Cristian Bubola