Il frigo accanto al negozio di Claudia e Fabrizio Patà a Sonogno. Foto: Patà

Se da un lato c’è tutta la passione che si mette nel produrre formaggi, frutta, ortaggi, carne, uova, insaccati o marmellate di qualità, dall’altra rimane aperta la questione del giusto canale di smercio. La vendita diretta in azienda permette di creare un contatto con la clientela, di farsi conoscere ed è senza dubbio un valore aggiunto. Ma assumere qualcuno per gestire un negozietto o farlo in prima persona è spesso troppo dispendioso. E allora la soluzione qual è? Il self-service.

Il frigo posizionato di recente dalla famiglia Gianettoni a Sonogno. Foto: D. Gianettoni

Clienti affezionati e perfetti sconosciuti
Non sono pochi gli agricoltori in Ticino che hanno iniziato a vendere i propri prodotti sistemando un piccolo frigo con una cassetta per i soldi accessibile 24 ore su 24, oppure creando dei piccoli negozietti in azienda in cui i clienti possono servirsi da soli. Difficile individuare chi siano stati i primi a mettere in piedi un negozietto self-service, anche se in molti mi detto che tra i primi c’è stata la tenuta Bally con i distributori di patate nel Luganese. A Fusio, in alta Valle Maggia, a iniziare con una piccola bancarella da mercato, una decina di anni fa, è stata invece l’azienda Dazio Campo la torba.
Cerchiamo un po’ di capire a quale clientela ci si rivolge con il self-service: «Ci sono sia persone che conosciamo, sia perfetti sconosciuti. L’azienda è anche segnalata online. In valle c’è chi ci conosce e compra i nostri prodotti, però la maggior parte delle persone si fermano semplicemente perché vedono il self-service, che si trova vicino a una strada abbastanza trafficata», ci dice Michele Dazio. Ma non tutti i punti self-service sono su una via di transito o ben visibili dalle strade più trafficate. Ebe Bortolotti, della Festuca a Biasca, ha optato per una scelta diversa, orientata soprattutto ai propri clienti. «Noi abbiamo aperto il self-service per fornire un servizio in più ai nostri clienti, che magari passavano di qui e non ci trovavano. È una cosa che spieghiamo anche sul nostro sito dove si può leggere l’invito ad annunciarsi, così da conoscersi ancora meglio e poter spiegare come funziona».

Cartello con indicazione della vendita a Molare in Leventina da Giorgio Falconi. Foto: Falconi

La famiglia Patà a Sonogno, il cui caseificio con il relativo negozietto si trova in una zona pedonale di passaggio e in una località molto turistica, offre ai propri clienti entrambe le possibilità dal 2018. Negozio e frigo self-service. Il negozio però è aperto dalle 10.30 alle 11.30 e dalle 14 alle 17.30. «Sono molti però i clienti che passano sul mezzogiorno o dopo le 17.30 oppure al mattino presto, i camperisti ad esempio, che prendono il formaggino, l’uovo o il pezzo di formaggio per la colazione. Per questi clienti la modalità self-service è un ottimo servizio» ci dice Claudia Patà.
Sempre in Val Verzasca, dal 2016 ormai, Gloria e Lorenzo Schärer con il self-service vendono tra l’80 e il 90% della loro produzione casearia «È molto comodo per noi, perché non potremmo fare altrimenti. Passiamo 6-7 mesi all’alpe e non potremmo pagare un venditore».

Porzionare, etichettare e rifornire
Il prodotto più venduto nei frighi self-service in Ticino, dalla breve indagine che abbiamo fatto, è senza dubbio il formaggio: d’alpe, formaggelle, robioline, büsción e ricotte. Prodotti molto apprezzati che però vanno etichettati con la data di scadenza e soprattutto porzionati seguendo le esigenze dei clienti. Giorgio Falconi, che vende i prodotti caseari della propria azienda e quelli dell’Alpe, a seconda della stagione, in un self-service a Molare, sottolinea come il self-service sia molto meno gravoso e permetta di controllare il negozio quando «si ha il tempo per farlo» senza obbligare quindi a una presenza costante e «permette di vendere i prodotti a un prezzo molto più vantaggioso e sapere da dove viene e chi lo produce».
«Alcuni clienti preferiscono non doverci venire a cercare» ci dice Dafne Gianettoni «ed evitare l’imbarazzo di dover per forza scambiare quattro chiacchiere. Funziona così soprattutto per chi non ci conosce». Ce lo conferma anche Cesare Bassi che da diversi anni ormai vende succo di mele anche con la modalità self-service. Dafne, che ha iniziato da poco con il self-service, è molto soddisfatta «Va davvero bene e in Verzasca sono in molti a farlo, non so perché non ci abbiamo pensato prima» E per la porzionatura? Come funziona? «Io faccio tutti pezzi di formaggio a cifra tonda, abbiamo iniziato così e mi sembra risponda bene alle esigenze dei clienti» Per Cesare invece a funzionare molto bene per il succo sono le Bag-in-box da 5 litri a cui ha anche affiancato anche gli anelli di mele secche. I vantaggi sono rappresentati dall’assenza di un intermediario, o dai costi di gestione ridotti, non vanno però dimenticati altri fattori. «L’impegno necessario ad imballare, etichettare e posizionare i prodotti nei self-service non è da sottovalutare. Per i nostri prodotti va anche tenuto conto del fatto che al giorno d’oggi sono sempre più richiesti i quantitativi ridotti, che possono essere consumati in pochi giorni. Un fattore che noi consideriamo nel nostro punto vendita» come ci dice Michele Dazio.

Frigorifero del Caprile biologico In sü la scima a Brione Verzasca. Foto: Schärer

Metodi di pagamento e videosorveglianza
Per il pagamento della merce quasi tutte le persone che abbiamo contattato ricorrono a una semplice cassetta di metallo in cui mettere i soldi. Ruth Togni, la famiglia Dazio e Gianettoni danno anche la possibilità di pagare con Twint. Nella maggior parte dei casi non si sono registrati grossi furti, magari ogni tanto i conti non tornavano ma come si sa, spesso, l’occasione fa l’uomo ladro. Uno dei fattori più critici è la distanza tra il self-service e l’abitazione del proprietario. Monica Giandeini, dell’azienda Rampiga, ci dice che lei purtroppo ha avuto delle brutte esperienze: «Io col self-service ho iniziato per lasciare la merce ai clienti. Già nel 2003 con le bottiglie di latte. Poi con le uova e i formaggini su cui lasciavo un bigliettino col nome. A un certo punto però le uova sono iniziate a sparire e poi anche i formaggini e le formaggelle». Il problema è stato risolto con l’istallazione di una telecamera nascosta. Anche Ruth Togni, dell’azienda Scarp, all’inizio non aveva installato un sistema di videosorveglianza «ma già al secondo mese d’apertura era sparita una somma ingente di denaro dalla cassetta». Con la videosorveglianza i furti sono subito cessati. In tutti i casi il negozietto self-service è una soluzione non troppo impegnativa, che vale la pena adottare.
Installare un sistema di videosorveglianza anche solo a scopo preventivo è un accorgimento che vale la pena prendere.

E la valorizzazione del prodotto?
Bisogna trovare una comunicazione alternativa
L’unico limite che può avere la vendita self-service, soprattutto se i proprietari sono distanti o quasi mai presenti, è la valorizzazione del prodotto. «Non abbiamo il contatto col cliente e non possiamo spiegare il nostro lavoro» ci ha detto Gloria Schärer. «Manca la possibilità di dare informazioni aggiuntive, sull’azienda e sui prodotti» ci conferma anche Michele Dazio. «Per sopperire a quest’aspetto abbiamo affisso alle pareti del negozietto degli articoli di giornale che parlano della nostra azienda e poi abbiamo un sito internet». Riuscire a dare un’immagine dell’azienda online, riportando anche la scelta dei prodotti disponibili 24/24 in un negozio self service, è senza dubbio una scelta vincente. Non bisogna però nemmeno dimenticare di lasciare al cliente un canale di comunicazione fisico, al negozio. Possono essere dei post-it a forma di mela, come da Cesare Bassi. Dei semplici blocchetti o perché no, una lavagnetta come da Monica Giandeini: «Non so perché la lavagna, forse perché scrivi e cancelli, senza troppi problemi. Basta che il cliente mi scriva quello che gli serve e io vedo di farglielo trovare».

CB