Resoconto di una traversata

Eravamo già a fine giornata, su una KIA rossa, Chiara Lurati alla guida e Loretta Solari seduta accanto a lei. Non lontani dalla rotonda di Pasquerio la Loretta si è girata e mi ha chiesto: «Ma poi? Cosa fai? Scrivi qualcosa di questi giri che ti sei fatto sugli alpi?» Le ho risposto che non lo sapevo.
Tra la fine di luglio e la metà d’agosto, un po’ per seguire il consiglio di non andare all’estero per il Covid, un po’ per riuscire a farmi un’idea della vita all’alpe, sono salito in Garina con Chiara, in Mügaia con Chiara e Loretta e in Rüscada e Montoia da solo. L’idea di scrivere un articolo non c’era. Ho scattato qualche foto, approfittato dell’ospitalità e passato qualche ora a parlare di vita all’alpe. In tanti hanno già raccontato la vita all’alpe, uno dei mondi più affascinanti che ancora sopravvivono nel nostro cantone, e subito mi sono venuti in mente “Il Libro dell’alpe” di Giuseppe Zoppi, che dovrei rileggere, o quello recentissimo di Noëmi Lerch, l’ottimo “Willkommen in Tal der Tränen”, letto in tedesco qualche mese fa. Libri scritti da persone che la realtà dell’alpe l’hanno vissuta e continuano a viverla dall’interno. Che cosa posso saperne o capirne io dell’alpe? Che cosa può vedere uno sguardo esterno? Proviamo a partire da una parola.

Tentativi etimologici errati a un’immagine
Di sicuro qualcuno l’ha già scritto. Io però a questa immagine, a questo paragone, ci sono arrivato partendo dal Tünar o Tuinar o Tüner, che fino a qualche anno fa nemmeno sapevo esistesse. È il tuttofare. C’è anche chi lo chiama aiuto casaro, ma a me piace meno. Un amico mi ha proposto il verbo tedesco tun, fare, per spiegarne il significato. Un altro mi ha proposto la tune, il denaro in francese, gergale però1. Al di là della parola, comunque, ogni volta che qualcuno mi chiedeva di spiegare che cosa facesse il Tünar, non rispondevo mai «aiuta il casaro». Dicevo invece: «Hai presente i viaggi in mare? Quelli d’inizio secolo scorso? Ecco, da quello che ho capito io, il Tünar è una specie di mozzo». È nata così quest’immagine, che poi, sempre più spesso, mi ha fatto accostare il periodo di vita all’alpe a quello di una traversata oceanica. Le traversate sui transatlantici, bisogna dirlo, non duravano cento giorni e in una traversata, inoltre, si viaggia, ci si sposta, si va da A a B. Invece all’alpe, all’apparenza, si resta sempre lì. Ma anche quello dell’alpe è un tempo sospeso, con un inizio, una fine e una meta. Anche all’alpe, il sole, il vento e la pioggia sono cocenti, sferzanti e battenti. La natura, la vastità della natura, che circonda quel piccolo edificio è la prima cosa che si nota su un alpe: un vascello immobile circondato da un mare di montagne.

Le mucche all’alpe di Garina Püsced

Garina-Püsced
La prima salita, uno degli ultimi giorni di luglio, è stata in Garina. Chiara voleva vedere le swiss brown di cui si era occupata e le brune originali con corna che adora. Siamo arrivati attorno all’ora di pranzo. Doro, Mosé e Giuliano stavano mangiando. Dopo­ pranzo Doro mi ha raccontato della sua ultima esperienza come casaro, in un alpe in Trentino «Sai dove c’è quel lago che si colora di rosa, per quell’alga?». Mi ha detto che è incredibile la quantità di gente che sale solo per vedere il lago. Lui preferisce un posto più tranquillo, dove puoi concentrarti su quello che fai. Mi ha fatto vedere la stazione di mungitura e poi mi ha aperto la cantina, dove c’erano le forme appena fatte e poi tutte le altre, con i vari livelli di stagionatura e mi ha mostrato il foglio su cui ne marcava i pesi. Poi mi ha chiesto: «Hai visto quante sono? Lo sai quante volte al giorno dobbiamo girarle? Ecco adesso fai un po’ il calcolo». In realtà non avevo molta testa per i calcoli, avevo la sensazione di aver appena visitato un museo.

Il caseificio dell’alpe Montoia

Montoia
A Montoia sono andato di corsa. L’ho deciso a fine mattinata. Sono arrivato che Flavia Anastasia e Mattia Waser, stavano prendendo il caffè, al tavolo in sasso, sotto la rete mimetica bucherellata. Era una giornata splendida, difficile immaginare il vento e la pioggia. Ma quando Flavia mi ha mostrato il caseificio, mi ha detto che non avevo idea di quanto fosse prezioso il nuovo avantetto nelle giornate di pioggia. Dopo una serie di foto sfocate al caseificio, siamo andati in cantina. «Quest’anno le formaggelle, non facciamo in tempo a farle, che sono già vendute», mi ha detto. Per non sbagliarmi ne ho comprate un paio. Mi ha detto di non lasciarle nella carta, se le mettevo in frigo, ma il frigorifero non l’hanno praticamente visto.

Le forme di formaggio nella cantina in Garina Püsced.

Di cibo fresco e forme di formaggio
Qualche settimana dopo, prima di iniziare la salita in Mügaia, da Sonogno, Loretta ci dice: «Io ho portato i cetrioli e i pomodori del mio orto, ma prendiamo anche il pane. Sai che bello è avere il pane fresco quando sei su all’alpe?». Io le altre due volte non avevo portato niente. È stato lì che ho pensato alla dispensa e alla cambusa. Il cibo fresco è prezioso, tanto in nave che all’alpe. Ma la mia fissazione, oramai, erano le forme di formaggio.

«Che cosa c’è di più vero, autentico e vivo di una forma di formaggio?» Mi è capitato di pensare, soprattutto tenendo in mano una forma, una volta tornato a casa. Tutto quello che mi stava intorno, a casa mia, mi sembrava finto, costruito, fabbricato. In qualche modo non autentico. Ad averla in mano, una forma di formaggio, sembra quasi un peccato tagliarla.
«Il formaggio si inizia a farlo in mungitura» mi aveva detto il Doro, il casaro di Garina. Ma poi chissà, dove inizia davvero? Nelle erbe che le vacche mangiano sui pascoli? Nella libertà che hanno di girare sui prati? Difficile dirlo. Forse quando si guarda il cielo per capire se nei prossimi giorni pioverà, o quando i contadini aguzzano le orecchie per ascoltare le previsioni, sperando, a differenza di tutti, nella pioggia, che anche quest’estate è stata decisamente scarsa. E l’acqua, all’alpe, serve almeno tanto quanto il vento in mare. La meta del viaggio all’alpe, ormai era chiaro, è senz’altro il formaggio.

Una delle corti dell’alpe Rüscada

Cose che ho visto in questa traversata
“C’erano tantissime mosche” ho letto nel diario della Mügaia. Le ho viste, immobili, senza vita, sulla carta moschicida, onnipresente in tutti i caseifici. Le ho viste anche mentre le galline saltavano e se le mangiavano al volo, oppure accanirsi sul ginocchio martoriato di un asino che beveva caffè e che aveva la frangetta sugli occhi, per scacciarle. Ho visto le orecchie degli asini, dei muli e dei cavalli, combattere contro le mosche. Ho visto vacche con le corna e vacche senza corna, anche loro piene di mosche. Ho visto le mani abili del Damiano Matasci che plasmavano le forme fresche del formaggio. Flavia Anastasia, che in pochi minuti girava e rigirava tutte le formaggelle. In Rüscada ho visto Ester Monaco, con una pila frontale in testa e la musica rock a tutto volume, che puliva le forme di formaggio in penombra, in cantina.
Ma la cosa più preziosa l’ho vista solo perché me l’ha mostrata Christian Monaco, sempre in Rüscada, l’ultimo alpe in cui sono stato. Dopo il pranzo all’alpe, Christian mi ha chiesto se avevo voglia di salire con lui alle corti più in alto. Sì, perché se Ester sta in basso, a casare, Christian sta più in alto, a mungere. In venti minuti di salita, ne accumulo quindici di ritardo. Una volta arrivato alla corte facciamo una pausa nella sua cascina. L’unica ancora in piedi. L’ha risistemata lui. Tutte le altre mostrano segni di cedimento. Già si confondono con i massi franati. «Crolleranno tutte» mi dice Christian «non ci viene mai nessuno». Lì, anche se ci sono altre cascine, Christian ci vive praticamente da solo. Dalla porta della sua cascina, mi indica un punto distante sul versante pietroso davanti a noi. «Lo vedi quell’albero?» mi dice. Non vedo nessun albero, solo rocce. Inizia a spiegarmi dove guardare e dopo un po’ vedo la chioma verde scura e la radice sporgente nel vuoto di un abete. «Incredibile com’è cresciuto in mezzo alle rocce. È l’unico albero che c’è qui» mi dice «Se pensi che a casa, certe volte, anche nella terra giusta, metti giù delle piante, le bagni e muoiono…».

Allora ho pensato che quell’albero in realtà non era un semplice albero. Ma forse il simbolo della vita degli alpigiani, della loro scelta, della loro forza e della loro ostinazione. Le stesse caratteristiche di chi, il secolo scorso, alla ricerca di un’altra vita, attraversava l’oceano.

Cristian Bubola