Per la felicità di tutti i bambini e meno per quella di coloro che volevano lavorare di fuori fino alla fine del mese, la neve è arrivata puntuale e abbondante a inizio dicembre. Più precisamente il giorno di Santa Barbara, patrona dei minatori e dei costruttori di gallerie. Lo scorso 4 dicembre cadevano fiocchi grandi quanto monete da 2 franchi, mentre la recente apertura della nuova galleria AlpTransit del Ceneri ci ricorda che la Santa protettrice dei costruttori di gallerie ha ancora ragione di essere invocata.

La luce in fondo al tunnel
In questi ultimi giorni di questo strano 2020, l’apertura della galleria del Ceneri ha avvicinato le città di Lugano e Locarno. Ultima tratta della nuova ferrovia che aveva accelerato il collegamento fra Zurigo e Milano, Genova e Berlino. Passati i muri di Gneiss e le cascate di Santa Petronilla, da Pollegio ad Arth-Goldau è ormai tutto buio. La Leventina la si può provare a immaginare: con la chiesa romanica di San Nicolao a Giornico, le gallerie elicoidali e tutto il resto. La Valle di Blenio, senza i ricordi della vecchia tratta ferroviaria, è ancora più difficile da concepire in questo viaggio verso nord. Riguardo ai terreni agricoli sottratti per la costruzione di AlpTransit: fra Pollegio e Biasca e fra Camorino e Rivera, si tratta di oltre 100 ettari. Alcune mozioni e interpellanze depositate in Gran Consiglio ticinese ci ricordano delle difficoltà nel cercare di trovare una compensazione per tutta la tratta AlpTransit. Riguardo ai terreni agricoli utilizzati temporaneamente per il cantiere, essendo alcuni di questi terreni SAC, si auspica che il lavoro di ripristino verrà svolto con impegno e non “alla buona” come purtroppo già successo per qualche terreno. Ma questo non è di certo il momento di “fare polemica”.

Speciale di Natale 2020
Con uno sguardo verso il futuro, che vede il Ticino proiettato verso un avvenire all’avanguardia nel settore dei trasporti, con neologismi come “Città Ticino”, in questo ultimo speciale di approfondimento dell’anno vogliamo dimenticare le preoccupazioni del 2020 e ritornare al secolo scorso, attorno al 1950, per riscoprire alcuni simboli del Natale in un paio di famiglie di due Valli discoste del nostro cantone.

Troppo poveri per il Natale
«Da noi a Spruga il Natale purtroppo non si è mai fatto». Ci racconta Eli Mordasini da in cima alla Valle Onsernone, ora ricoperta da un metro di neve, «Da bambini eravamo così poveri che non avevamo niente: né regali, né panettoni e nemmeno l’albero. Qui in valle c’erano molte famiglie povere e c’era poco tempo per festeggiare: tutti avevano le mucche in stalla ed eravamo ricoperti di neve».
L’avvenimento principale era probabilmente la messa di mezzanotte, ma noi in casa non eravamo tanto cristiani e quindi non ci andavamo. Qualcosa di simile al Natale, come lo conosciamo oggi, c’era alla fine dell’anno, quando si andava a dire “Buon dì Buon ann” a tutti i parenti e si riceveva un “pensiero”: un po’ come si fa anche ad Halloween. Succedeva la mattina del 1° gennaio, quando si andava a dare il primo buon giorno dell’anno ai nonni e agli zii che ci regalavano qualcosa: mandarini se ce ne erano, qualche spagnoletta e qualche franchetto… mi correggo, qualche centesimo, perché i franchi valevano tanto. Mi ricordo che mio nonno mi dava due monete da 5 centesimi, che corrispondevano a due grosse caramelle alla liquirizia. Poi, per i più grandi, a Capodanno c’erano le feste danzanti, nella sala comunale, con i musicisti e gli strumenti.
Nonostante in valle fossimo poveri, il Natale si sentiva comunque, e a ricordarcelo c’erano pure le vacanze. A Natale tornavano gli emigrati, perlopiù muratori e gessatori in Svizzera tedesca, che però non sempre erano ricordati come dei “doni”. C’erano dei papà che, quando tornavano, lo facevano più per punire e tirare le orecchie che altro. Comunque, “ora che mi fai ricordare”: c’era la nostra maestra che ci portava dei regali, fungendo quasi da Babbo Natale, quello che non abbiamo mai avuto. Oppure c’era la Pro Juventute che distribuiva dei doni ai bambini poveri. Ricordo una slitta e degli sci, oppure una volta, l’Ambrì e il Lugano ci avevano regalato dei bastoni da hockey.
Prima usavamo dei rami, e giocavamo nella pista fatta da noi: spalavamo la neve al centro della piazza e la facevamo gelare».

Il Natale di ogni piccola comunità
Armando Donati ci racconta del Natale a Broglio in Val Lavizzara.
«Quando ero bambino aspettavamo con ansia il dicembre per la neve. Se non c’era la neve per Natale, eravamo tristi. I miei genitori non erano dello stesso parere perché rendeva il lavoro molto più difficile. Dovevano portare le bestie nelle stalle in mezzo ai prati, camminare in mezzo alla neve, schiacciarla più volte al giorno e c’erano sempre ancora altri lavori da fare prima della neve di gennaio.
Il Natale girava tutto intorno al paese, anche nei piccoli villaggi come Broglio, con circa 70 abitanti: il Natale era il Natale della comunità. In generale si viveva sempre lì e si dipendeva poco dall’esterno. C’era la scuola, il ristorante, la chiesa e il negozio. Per Natale si festeggiava tutti insieme. Tutte le sere si celebrava la novena con i canti natalizi, si suonavano le campane e, se nevicava, diventava tutto ancora più bello. Oggi però è diverso perché la vita in paese non esiste più. Non esiste più la scuola, non c’è più il ristorante e nemmeno il negozio e la chiesa, e il prete arriva solo per celebrare la messa. Questa mancanza di servizi nei paesi cancella le occasioni di incontrarsi e socializzare. Oggi le dinamiche sono cambiate.
Riguardo ai festeggiamenti in famiglia si faceva il presepe ma l’albero no. L’albero lo facevano pochissime famiglie, le più benestanti. Le famiglie contadine con poche mucche si limitavano a fare un piccolo presepe e i regali erano perlopiù doni poveri. Anche se posso affermare di aver sempre ricevuto qualcosa per Natale. I miei genitori ci davano un giocattolo e un cestello con mandarini, spagnolette e qualche cioccolato. Anche i nonni ce ne davano uno, di cestello con le vivande. Un anno mi ricordo di aver ricevuto un Meccano. Poi, un altro anno è arrivata anche la slitta e gli sci, perché col passare del tempo, mio papà se l’è cavata discretamente a livello economico. Questo perché caricava l’alpe e l’alpe rendeva: bisognava lavorare tanto, tutta la famiglia, però si guadagnava di più. La situazione è migliorata, il formaggio ha cominciato a salire di prezzo e il burro era ritirato dalla centrale di Bellinzona.
Il pranzo di Natale era modesto. Noi mangiavamo in famiglia come facevamo di solito nei giorni di festa. Di sabato passava il macellaio di casa in casa e, chi poteva, si comprava un pezzo di carne di manzo o vitello per la domenica».

Abg