Lo scorso fine settimana si è tenuta a Cadenazzo l’esposizione avicunicola cantonale. La mole di lavoro per l’organizzazione è stata enorme. Abbiamo seguito le valutazioni dei sette giudici venuti da Oltralpe per capire un po’ di quello che rende un Hotot, un coniglio, o una Orpington, una gallina, dei campioni. Un’esposizione è sempre un’ottima occasione per incuriosire i visitatori e per stimolare gli allevatori che cercano di migliorarsi in modo costante.

Conigli

Quando arrivo al capannone Giuliani a Cadenazzo, verso le otto di venerdì mattina, sono già tutti lì. Non è così facile valutare quasi 300 conigli e dieci gruppi di razze diverse di galline. I punteggi da inserire nelle schede di valutazione dei conigli sono numerici e i giudici procedono in maniera piuttosto individuale. Quando sistemano il coniglio sul tavolo sembra quasi lo facciano rimbalzare, per fargli prendere la posizione. Nadia Martinelli, che mi aiuta a capire come procedono, mi dice indicandomi un coniglio quasi sdraiato sul tappetino: «ecco, diciamo che quello non è proprio il modo migliore di presentarsi. Un coniglio», mi spiega, «deve dar l’impressione di aver voglia di mostrarsi. Tenere quindi una posizione fiera, eretta». È uno degli aspetti che possono essere allenati. L’allevatore deve abituare il coniglio a stare in posizione al di fuori della gabbia. Il discorso della valutazione è davvero complesso, anche per gli addetti ai lavori, perché se da un lato ci sono delle caratteristiche comuni a tutte le razze, come il portamento appunto, la linea del ventre e la cura e la salute, poi per ogni razza si vanno a cercare caratteristiche peculiari. «Per gli Hotot ad esempio», mi spiega Nadia, «è il contorno nero degli occhi a fare stato. Deve avere un determinato spessore ed essere uniforme, e poi non può esserci nemmeno una macchiolina nera sul manto bianco. Quello è un difetto grave». Mi mostra i suoi Hotot e mi fa vedere il contorno occhi. Quello del maschio è più spesso e regolare. Sopra l’occhio, quello della femmina, un po’ si assottiglia. Soltanto con l’aiuto di un allevatore o di un giudice è possibile notare finezze del genere.

Storie del Fulvo di Borgogna

Il lavoro dei giudici dei conigli è frenetico; sui tavoli passano Fuocati, Arieti, Olandesi, Screziati inglesi, Volpi svizzere, California. La valutazione dura circa tre minuti. I membri delle diverse sezioni cantonali sono perfettamente organizzati e fanno avanti e indietro tra le gabbie e i tavoli per portare i conigli ai giudici. Tra loro ci sono due ragazzi con cui avevo parlato poco prima. Sono Oscar Minoggio e Matteo Ambrosini: due entusiasti. Allevano entrambi Fulvi di Borgogna. Matteo se ne occupa soprattutto nel fine settimana, perché sta studiando a Berna. Non è da tanto che hanno cominciato, però sono molto appassionati e iniziano a parlarmi del club ticinese del Fulvo di Borgogna, l’unico club di razza in Ticino. «L’esperto però è lui», mi dice Oscar. «Ha vinto anche il concorso nazionale». Lui è Guido Florioli. Gli chiedo di parlarmi del premio nazionale e la prima cosa che mi dice è che in realtà è stato suo figlio, Ryan, a raggiungere il primo rango nella categoria gruppi a Zunzgen, vicino a Basilea. Ryan ha cinque anni e ha seguito le orme del padre, così come aveva fatto a suo tempo Guido con Clemente. «È stato mio papà a trasmettermi la passione. Il club del Fulvo di Borgogna esiste da più di quarant’anni e ancora oggi siamo un bel gruppetto di allevatori». Il momento della valutazione del Fulvo di Borgogna si sta avvicinando e Oscar non sta più nella pelle.

Frédéric Mathéz

Verso le dieci del mattino c’è una breve pausa e ne approfitto per scambiare quattro chiacchiere con uno dei giudici dei conigli: Frédéric Mathéz. Mi dice che la qualità degli animali è «très bonne, très bonne». L’ho visto più volte verificare, passandovi la mano, il pelame del dorso, controllare lo stato del bottone all’orecchio, le zampe e le unghie e prendere la misura delle orecchie. Gli chiedo, sapendo già la risposta, se alleva anche lui conigli. «Ovvio», mi dice. Che razza? «Dei Russi, da quando sono bambino». È il decano dei giudici svizzeri e a 76 anni si chiede per quanto ancora potrà continuare. «Un anno forse, se la testa tiene». È davvero incredibile la quantità di dati che conosce a memoria. Ogni anno partecipa come giudice a una quindicina di manifestazioni in tutta la Svizzera. Sono quarant’anni che lo fa e mi spiega che per diventare giudici nazionali dei conigli servono diversi anni di scuola. «All’epoca erano tre», mi dice, «adesso forse qualcosa di meno». Gli chiedo come sono stati questi ultimi due anni, con la pandemia. «Quasi tutte le manifestazioni sono state annullate: sono mancati gli incontri, gli scambi con le persone. Qualche valutazione a porte chiuse però l’abbiamo fatta e la qualità è rimasta alta. Solo che non è stato possibile mostrarla».

Galline

La valutazione delle galline funziona in maniera diversa. Sta procedendo in contemporanea, ma le galline non si possono sistemare su un tavolo. I giudici le tengono in mano e commentano e spiegano in francese. Le loro considerazioni vengono tradotte e trascritte sulle schede di valutazione. Vengono segnalati: qualità, difetti e desiderata, vale a dire quegli aspetti che possono essere migliorati. Anche in questo caso, ogni razza ha le proprie caratteristiche specifiche. Chiedo a Mario Romelli, che oltre ad assistere uno dei due giudici ha portato anche le sue galline all’esposizione, di spiegarmi le difficoltà nell’allevare Orpington nane. «Per le blu, soprattutto, è difficile avere il disegno giusto e la giusta tonalità di colore. Poi, uno dei problemi delle razze nane, visto che sono razze in un certo senso miniaturizzate, è rimanere all’interno dei limiti di peso». Gli chiedo anche quante galline bisogna allevare per arrivare ad avere dei buoni esemplari. «Guarda, a stima, su dieci galline sono due a raggiungere un buon punteggio. Siamo attorno al 20%. Per ottenere dei punteggi super invece devi calcolare una percentuale del 5%». «Poi», mi dice, «nella valutazione dei gruppi è molto difficile anche riuscire ad avere sia il gallo che le galline senza difetti». Continuo a seguire il lavoro di Jacques Bader, lo osservo mentre valuta la cresta, le remiganti, quanto sono fitte le piume delle code. Spesso dopo aver preso una gallina in mano, la rimette nella gabbia accanto a un’altra e la osserva. Poi dice qualcosa in francese e Flavio Derighetti traduce e trascrive. Approfitto della pausa per fargli qualche domanda. Viene dal Jura. È sceso in Ticino ieri con Grossenbacher e Mathéz. Tra un paio di morsi di un panino mi spiega che vengono valutate la taglia, il colore e il disegno. Gli chiedo di spiegarmi come si valuta la tenue, il portamento, e perché spostava le galline da una voliera all’altra. «Per vedere come stanno in posizione. Sul trespolo non si può valutare. È per quello che vanno estratte e poi rimesse nella gabbia. Ogni razza ha una forma e delle caratteristiche specifiche. Per valutarle bisogna guardarle con attenzione».

Gli chiedo quale razza alleva. «Orloff». E come dev’essere un’Orloff? «È una combattente, quindi deve essere piuttosto alta; deve sembrare un po’ aggressiva. Ha spalle molto larghe e arcate sopraciliari molto sviluppate». Mi mostra delle foto e mi spiega che le Orloff hanno tre colori e una picchiettatura bianca, che deve essere uniforme. Qui a Cadenazzo non ce ne sono di Orloff, ma forse avrò la possibilità di vederle in un’altra esposizione. La pausa è finita e i giudici devono riprendere il lavoro di valutazione.

Un lavoro incredibile

La soddisfazione della Federazione avicunicola cantonale per essere riusciti ad organizzare l’esposizione cantonale è palpabile. L’impegno è stato davvero enorme e la risposta del pubblico molto buona, nonostante il periodo che stiamo vivendo. Sono tornato a Cadenazzo domenica mattina ed erano davvero molte le famiglie che avevano portato i bambini a vedere i conigli e le galline. Un modo per trascorrere il tempo, ma anche per appassionarsi all’allevamento, in futuro. C’era anche chi faceva domande agli allevatori per capire da quale razza iniziare, magari per un piccolo pollaio. Giulio Mottini, presidente della Federazione, venerdì mi aveva parlato soprattutto del problema degli spazi per gli allevatori. «È sempre più difficile per chi alleva piccoli animali trovare una stalletta o un posto che non sia lontano e che non dia fastidio. Ormai non si è più abituati a sentire il canto del gallo al mattino e anche per i conigli basta un po’ di odore o qualche filo di paglia che subito si disturba». La speranza è che ci siano nuove leve che si appassionano all’allevamento per poter dare a tutti la possibilità di vedere delle galline e dei conigli e l’immensa varietà di razze. «Quest’anno, poi», ha proseguito Mottini, «non è stato nemmeno facile trovare lo spazio in cui fare la mostra. Il mercato coperto di Giubiasco non era disponibile. Poi, per fortuna, l’abbiamo potuta fare in uno dei magazzini Giuliani, ma è una soluzione provvisoria e per i prossimi anni non sappiamo come faremo».

Cristian Bubola