Ripercorrere la storia di un territorio permette di capirne il presente. Sono stati molti i conflitti che hanno portato in passato a lottare per i pascoli più verdi e dividersi gli alpi è stata, a tratti, una vera e propria lotta. Sui pendii aspri e ancora oggi scarsamente popolati c’è chi continua a credere nel potenziale della valle e nel suo futuro. Gli inverni che sembrano non finire mai e le estati brevissime non scoraggiano tutti, anzi. C’è addirittura chi ha l’intenzione di trasferirsi lì in pianta stabile per realizzare un progetto di vita.

Quella di Bedretto è l’unica valle ad economia essenzialmente pastorizia. Essa rappresenta una zona unitaria e relativamente ristretta in cui è possibile approfondire la ricerca, penetrare meglio modi e usi, così da evitare osservazioni e conclusioni parziali ed affrettate. Essa è tra le valli meno influenzabili; per la sua situazione geografica costituisce un’area chiusa non influenzata dal grande traffico; è rimasta per secoli e fino a pochi anni fa isolata, con vita a sé stante, pressoché senza contatti con il mondo esterno. Scriveva Ottavio Lurati nel 1968 nel suo volume dal titolo “Terminologia e usi pastorizi di Val Bedretto”.

La Valle Bedretto è la parte superiore della Leventina, va da Airolo alla Novena, si estende su una lunghezza di 18 km e dal 1803 è Comune del Canton Ticino. Oggi conta unicamente una ventina di abitanti. In passato l’importanza economica che rivestì Bedretto fu notevole. Basti pensare ai suoi alpi, che facevano capo a passi come il San Giacomo o il Gries, o alla vendita dei boschi dell’800. Già dall’età del ferro, data la sua altitudine, Bedretto fu sempre poco abitata. In particolare si popolava durante il periodo estivo dalle comunità della Bassa-Media Leventina che non avevano delle zone alpestri sufficienti.

Nel 1200 i boschi si alzarono oltrepassando i 2’000 metri di quota. In Leventina le campagne erano dissodate e terrazzate. Si coltivava la segale e si allevava il bestiame. La vacca attorno agli anni 1000 era piccola e produceva circa 3,5/5 litri di latte al giorno in media su un periodo di 6/8 mesi all’anno. Perciò ogni contadino teneva molti capi di bestiame. Si ritiene che nell’anno 1200 la Leventina avesse circa tremila abitanti; i villaggi attuali erano occupati, la campagna era bonificata e coltivata a segale, orzo, canapa e lino e il fondovalle della val Bedretto era sistemato più o meno a maggengo.

Fin agli inizi del 1200 gli alpi erano proprietà del Comune di Leventina e così come i boschi erano beni comuni gestiti in base alle necessità delle singole vicinanze. Nel 1227 il comune cedette in proprietà gli alpi a singole vicinanze dietro giuramento. Tutti e 12 gli  alpi della Val Bedretto furono dati in proprietà a coloro che li sfruttavano ormai da secoli. Probabilmente si era giunti a una saturazione nell’uso del territorio e alla necessità di stabilire confini chiari e proprietà. Bedretto non ricevette nessun alpe e nessun documento fino ad ora scoperto ne riporta il motivo. Elia Spizzi nel volume Valle Bedretto, appunti di storia ipotizza che l’importanza di Bedretto non fosse tale da competere con le altre vicinanze molto più numerose. Forse a Bedretto tutto l’anno ci rimanevano 50 persone.

Sviluppo dei trasporti

Dal XIV secolo si svilupparono i trasporti con la Val Formazza attraverso il Passo del San Giacomo. Ronco diventò punto di sosta e di cambio cavalli. La popolazione aumentò, così come il bestiame.

Nel 1400 nacque la Vicinanza Bedretto, che riuscì a rivendicare i propri diritti con l’arbitrato del 1407, che implicitamente riconosceva a Bedretto il diritto d’alpeggio. Erano infatti ormai trascorsi due secoli dalla divisione degli alpi. Bedretto contava ormai 38 fuochi, ossia circa 160 persone. Il numero dei capi di bestiame era aumentato e la mancanza di alpeggi poneva dei seri problemi. Una commissione decise che i bedrettesi avevano il diritto di mettere il loro bestiame sugli alpi della valle in sovrappiù alle mandrie forensi. Ogni bedrettese aveva il diritto di alpeggio fino a un massimo di 6 vacche.

La soluzione fu pessima: dalle ricerche di Elia Spizzi si evince che ci furono litigi a non finire e rivalità continue per sfruttare i pascoli migliori. Per un secolo si portò avanti questa soluzione insostenibile, fino a che Faido non formulò una proposta: la vicinanza di Bedretto doveva rinunciare al diritto di erbatico sugli alpi, e loro in compenso gli avrebbero dato gli alpi di Cassina Baggio, Prato e Mazzeira e in più metà alpe Platano (attuale alpe di Cruina). Bedretto accettò.

Nel 1800, grazie al denaro ottenuto dalla vendita dei boschi, Bedretto acquistò gli alpi Pesciora, Cavanna e Valleggia. Si giunse così alla situazione attuale: il patriziato di Bedretto possiede 6 alpi su un totale di 12: Cavanna, Pesciora, Prato, Cassina Baggio, Valleggia e Folcra.

Gli alpi ancora caricati sono l’alpe di Cioss Prato, che riunisce Prato, Cassina Baggio, Cruina e Corno che è un alpe caricato a Boggia, l’alpe di Valleggia che riunisce Valleggia e Folcra ed è un alpe dato in affitto e le alpi dei forensi: Vinèi, Manegorio, Cruina di Osco, Formazzora, Stabiello e Cristallina.

La situazione oggi

Decido allora di addentrarmi nella Valle e incontrare qualcuno che ancora oggi la vive e ci lavora.

Parto dall’alpe più in alto, in fondo alla Valle, Cruina di Osco, dove Natascha Bettosini è l’unica ancora a caricare con le capre. Raggiungo Natascha una mattina di inizio giugno quando la nebbia sembra non voler lasciare le selvagge vallate di Bedretto. Mi accolgono in casa mentre stanno facendo colazione Natascha, Cleo, una studentessa di Basilea che rimarrà con loro per due settimane, Thea, la pastora, e Giulia, la nuova arrivata che rimarrà due mesi a dare una mano. La sveglia per loro suona alle 5 e dopo la mungitura delle capre si siedono a tavola per gustare un buon caffè e programmare la giornata.

Oggi ho il privilegio di unirmi a loro. Tra poco Thea prenderà il gregge e lo condurrà lungo i pascoli per tutto il giorno fino alla fine del pomeriggio, quando torneranno a casa per essere munte. «La sera usciamo ancora a farle pascolare fin quando diventa buio. Poi le riportiamo qui e le mettiamo nel recinto antilupo».

Durante il giorno il compito di Thea e di Lampo, il loro cane, è di condurle nei pascoli più belli, sorvegliarle e tenerle unite. «Trascorro tutta la giornata con loro: le guardo, le sento, le curo».

In caseificio Natascha si occupa di preparare vari prodotti di capra. «Essere vicini alla strada del passo ha i suoi vantaggi, c’è un bel viavai di gente che al rientro dalle passeggiate si ferma a fare acquisti direttamente qui all’alpe».

Da sette anni Natascha carica l’alpe Cruina. «Attualmente abbiamo 123 capre, 5 vacche vallesane da combattimento, 24 vacche nutrici coi vitelli e poi ne arriveranno ancora sui tornanti della Nufenen. La stagione per le vacche è molto corta, invece con le capre riusciamo a fare anche 100 giorni qui in alto. Da Cruina non ci muoviamo».

Il lavoro di Thea la pastora: «Io le porto dove possono mangiare. Pascolandole le posso condurre sempre in posti nuovi e quindi dove trovano l’erba più fresca. Mentre se si lasciano da sole le capre tendono ad andare sempre negli stessi posti. Bello, brutto, neve, pioggia, sole, io la mattina devo partire comunque e le porto in giro tutto il giorno. Ci sono giornate in cui trovano un posto e si fermano lì. Altri giorni invece devo continuare a camminare e seguirle. Quest’anno c’è un bel problema legato alla siccità. Dove le portavo a pascolare gli altri anni, anche se di erba ce n’è, i ruscelli spesso sono asciutti e devo andare a cercare l’acqua. Poi dipende anche tanto dalla meteo. Ci sono anni in cui in alcuni posti trovo che l’erba cresca meglio rispetto ad altri».

Un grande potenziale

Natascha mi dice che si trova bene e che è stata accettata e accolta dalla valle; non ha mai avuto problemi. Cresciuta tra Airolo e Nante, è conosciuta dalla gente che ne apprezza il lavoro. «Ci sono bellissime passeggiate da fare in zona e sono molto apprezzate dai turisti, che nel periodo estivo sono davvero tanti. L’unico punto negativo è un po’ la gestione dell’immondizia. Ci capita infatti di riempire sacchi interi coi rifiuti lasciati sui pascoli dai turisti».

Ma qualcuno a Bedretto ci vive ancora con il bestiame? «C’erano degli anziani che avevano l’azienda qui in Bedretto, ma sono anni ormai che nessuno vive stabilmente qui con il proprio bestiame.

Sicuramente una buona parte di questa decisione è da attribuire alle difficili condizioni meteorologiche. È difficile tenere un’azienda in Valle Bedretto. L’inverno è lungo e l’estate è molto corta. Bisognerebbe avere una sosta molto grande per far uscire il bestiame, perché durante l’inverno, che dura da settembre a maggio, nevica fino a 6 metri di neve. Il problema è anche il foraggio. Devi cibare il bestiame e non ti basta quello che riesci a fare in 3-4 mesi d’estate, quindi sei obbligato a comprarlo».

Scendendo a Cioss Prato invece Milada Quarella Forni e il marito Diego caricano una parte delle loro vacche a Boggia. Da sempre legati alla Valle Bedretto per origini e per amore, nel 2004 decidono di riprendere un’azienda fissa proprio in Valle. Avevano infatti una casa in comunione ereditaria a Villa, dove avrebbero vissuto tutto l’anno. Poi però i problemi si sono accavallati; tra incomprensioni e difficoltà non sono riusciti a portare avanti il loro progetto e hanno dunque ripiegato per una seconda opzione. «Avevamo sei vacche da latte e due manzette. Nel 2006 abbiamo venduto le vacche. Nel 2007 abbiamo fatto il fieno e preso delle manze che inizialmente sembravano brave ma una volta in Bedretto si sono dimostrate schizzate e scappavano ovunque. Dal 2008 al 2010 siamo andati avanti con varie sistemazioni provvisorie finché nel 2010 abbiamo comprato il terreno a Iragna e nel 2011 abbiamo costruito una stalla. Lì abbiamo quasi tre ettari più una selva castanile e un pascolo».

Oggi Milada ha tre vacche da latte che salgono a Cioss Prato e anche le 20 mucche nutrici trascorrono l’estate in Valle Bedretto, mentre d’inverno sono tutte in stalla a Iragna.

Alvaro, il figlio di Milada e Diego, classe 1998, però sogna ancora più in grande. «Mi piacerebbe un giorno riuscire a sistemarmi definitivamente in Valle Bedretto. Amo questa valle e l’idea di viverci con la mia azienda mi affascina molto. Idealmente vorrei costruire una stalla e vivere qui a Villa. Ora che abbiamo potuto acquistare la casa, la vecchia stalla e i terreni della comunione ereditaria, un pensiero più approfondito lo farò. Bisognerà sicuramente procedere per gradi. Prima migliorare i terreni che abbiamo già, per poter far sì che rendano di più, quindi sistemare la stalla e anche la casa dell’azienda. Poi forse ci sarà la possibilità di usufruire di altri terreni o di collaborare con altri agricoltori.

A settembre finirò il bachelor in agronomia e sarò operativo in azienda a tutti gli effetti. Poi da lì si vedrà. Il potenziale indubbiamente c’è, la voglia di fare non manca, procederò un passo per volta e cercherò di vedere se il mio sogno si potrà realizzare».

Prisca Bognuda