Giulio Cesare e il vino dealcolato
- 10 lug 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Che paura mi fa parlare di vino dealcolato. Svilito e snaturato, sembra essere la soluzione commerciale per risolvere la diminuzione dei consumi. Un atteggiamento salutista che rappresenta un’alternativa al vino (quello vero) ottenuto da un’azione invasiva. Mi chiedo perché arrivare a tanto e perché ce la prendiamo così tanto con il vino. Contiene alcool e tutto si risolve così, ci mettono in testa che fa male e basta. Oltre che diventare estremamente processato come i cibi spazzatura, diventa caro e pieno di zucchero come la Coca Cola.
Il buono del vino evapora con l’alcol, e con l’alcool evapora anche l’anima che ha dentro.
La vite e il vino sono strettamente legati all’uomo perché da secoli rappresentano non solo un’importante risorsa alimentare e commerciale, ma anche un elemento culturale e sociale. La coltivazione della vite e la produzione del vino hanno radici profonde nella storia dell’umanità (di circa 8’000 anni), influenzando tradizioni, rituali e convivialità in molte civiltà.
Il vino è stato prodotto e consumato come una necessità legata alla conservazione delle uve e alla sopravvivenza. Con il tempo, soprattutto con l’evoluzione delle civiltà, il consumo di vino si è evoluto anche come forma di piacere, socializzazione e cultura rendendolo un simbolo di identità e di legame tra le persone.
In epoca moderna, si può dire che il vino è diventato un simbolo di piacere e raffinatezza, più che un semplice bisogno di nutrizione o conservazione. Questo cambiamento si è sviluppato nel corso dei secoli, in particolare nel Medioevo e nel Rinascimento, quando il vino ha iniziato ad essere apprezzato anche per il suo gusto e la sua qualità, oltre che per le sue proprietà conservanti.
Il vino fa parte dell’evoluzione della specie umana, e dove non c’era vino c’erano altre bevande fermentate che raggiungevano lo stesso scopo: venivano usate su altari per celebrare, o per conservare o semplicemente come fonte di calorie.
Ci sono poi gli studi scientifici che dicono che il vino fa male, mentre altri lo consigliano per le sue proprietà benefiche. Comunque sia fanno male anche lo zucchero, il sale, la farina, la carne, la frutta raccolta da terra, ci fa male l’aria che respiriamo per le polveri fini e ci fa male pure il sole che ci dà la vita. Tutto il contrario di tutto. Sembra di assistere ad una gara a chi la spara più grossa e ci si mettono pure i giornalisti a cavalcarne l’onda.
Ma poi arriva Cantine Aperte e trovi la gente che vuole sapere del nostro lavoro, che è curiosa e che ha la voglia di scoprire. Tanta gente ha visitato le nostre cantine e ognuno di loro ha potuto vivere un’esperienza in un momento conviviale e di gioia. Purtroppo, le vendite non sono state eccezionali. Il costo della vita influenza i consumi e, con il potere d’acquisto che è diminuito, si favoriscono acquisti di primaria necessità.
Questo atteggiamento induce ad una percezione diversa del valore del vino ticinese aumentando le sfide per i produttori. La sostenibilità e la redditività per il viticoltore sono sempre più in crisi. Una sofferenza che è condivisa anche dalle cantine che vedono i loro margini diminuire perché la pressione sui prezzi che fa la grande distribuzione è sempre più forte.
Resistere per rinnovarci, innovare per trovare nuovi sbocchi senza perdere di vista la passione e l’amore per il proprio lavoro.

Le sfide del mercato sono temporanee, la resilienza sta nel saper adattarsi ai cambiamenti, valorizzare le proprie tradizioni e qualità uniche, e continuare a credere nel valore del proprio vino: un’opportunità per rafforzare la propria identità, per mantenere vivo il patrimonio vitivinicolo ticinese, per continuare ad offrire prodotti autentici e di qualità. Dobbiamo contrastare la crescente competizione con altri vini svizzeri o internazionali, che magari offrono gusti più moderni o più conosciuti. Il vino ticinese ha caratteristiche uniche che rappresentano il territorio, le persone che lo producono, gli artigiani del vino, dal piccolo produttore alla grande cantina.
È un momento ostile, in un mercato che è retto dai fili delle grandi aziende di distribuzione e con la percezione del nostro prodotto sfocata da lenti di lettura sbagliate. La società cambia ed invecchia, vediamo i ronchi dei nostri avi abbandonati perché in collina o perché in zona edificabile. Spesso retaggio di una viticoltura ancestrale che non c’è più, perché non ci sono più quei viticoltori.
Non è tutto perso. Il senso del dovere ci impone di continuare nel mantenere, salvare e valorizzare la nostra viticoltura. Ci sono dei grandi cambiamenti in atto, chi saprà cogliere il buono del momento potrà contribuire a (ri)costruire la grandezza della nostra viticoltura.
La viticoltura è presente da più di duemila anni in Ticino, è stata portata dai romani. Ci hanno regalato il sapere del vino. Con il vino ci hanno reso loro sudditi, ma ci hanno fatto scoprire la nobiltà del nettare della terra. Fu Giulio Cesare quando valicò le alpi a diffondere la viticoltura e gli Helvetii figli di Divico la fecero loro. Di sicuro non c’era il vino dealcolato e siamo ancora qua. Dopo 8’000 anni di viticoltura, non ci siamo estinti a causa del vino.
Mi auguro che, come fecero nei secoli passati da Giulio Cesare in avanti, quando si firmeranno i trattati di pace, vengano stappate bottiglie buone e che sia il vino ad unire i popoli.
.png)

Commenti