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Viticoltura sudalpina: un settore in continua evoluzione

  • 10 lug 2025
  • Tempo di lettura: 6 min

Una storia ricca di trasformazioni

L’uomo continua a trasformare il paesaggio culturale utilizzando il territorio in funzione delle sue esigenze. La viticoltura non fa eccezione ed è in continua evoluzione a dipendenza del contesto socioeconomico generale (legislazione, condizioni di mercato, innovazione tecnologica, pressione fitosanitaria e cambiamento climatico) e delle condizioni di produzione locali (tipologia e motivazione dei viticoltori, aspetti storico-culturali, onere gestionale, aiuti specifici, marchi di qualità, possibili usi alternativi del territorio).

Notevoli in questo ambito sono state le vicissitudini e le trasformazioni del settore vitivinicolo del Sud delle Alpi della Svizzera (Ticino e Moesano) negli ultimi due secoli. Un settore che, malgrado avesse raggiunto verso il 1850 un’estensione di superficie coltivata pari a 7-8 volte quella attuale (Fig. 1), ha subito nel tempo una costante erosione, anche a causa di alcune debolezze strutturali. Nell’Ottocento la vite era infatti una coltura a carattere promiscuo e complementare nell’ambito di un’economia di sussistenza. Il prodotto era vocato soprattutto all’autoconsumo e si caratterizzava per l’estrema eterogeneità delle varietà nostrane coltivate, nonché per pratiche colturali e metodi di vinificazione spesso inadeguati.

Non sorprende quindi la diminuzione dell’area vitata nella seconda metà di quel secolo, sia a causa delle nuove malattie arrivate sul nostro territorio (nell’ordine: oidio, peronospora e fillossera), sia in seguito al mutato contesto socio-economico (interesse per la birra come bevanda alternativa, espansione delle colture cerealicole in risposta al crollo della produzione di patate colpite dalla Phytophthora, chiusura degli sbocchi commerciali con la Lombardia durante il blocco austriaco, distruzione di molti vigneti e nuovi sbocchi commerciali in seguito alla costruzione della ferrovia del Gottardo, emigrazione della popolazione attiva). Le stime disponibili sull’area vitata nella Svizzera sudalpina, per quanto affette da alcune incertezze dovute ai metodi di rilievo, evidenziano una marcata contrazione a partire dai ca. 7’500 ha del 1890 ai circa 5’500 ha riferiti al periodo tra le due guerre mondiali (Fig. 1).

Sarà soprattutto l’avvento della fillossera a stimolare un cambiamento strutturale. Grazie al sostegno di Confederazione e Cantone si compiono decisivi passi verso una ristrutturazione di tutto il settore. Viene dapprima istituita una cattedra ambulante per l’agricoltura, seguita poi dalla scuola di Mezzana dove viene anche istituita una cantina modello. Attraverso la sperimentazione scientifica viene individuato il Merlot quale vitigno per la ricostruzione dei vigneti con uve di qualità, si introducono nuove regole per contrastare le vendemmie troppo precoci, si crea il marchio Viti e sia i viticoltori che gli altri attori del settore si organizzano in associazioni di categoria. Un’ulteriore spinta al settore è data dal lavoro pioneristico di alcuni viticoltori provenienti da oltre Gottardo che hanno recuperato vigneti abbandonati, creato nuove vigne e soprattutto contribuito alla professionalizzazione della filiera produttiva fino alla vinificazione. Anche i produttori di vino locali iniziano a impiantare nuovi vigneti o ad appoggiarsi su grandi produttori, contribuendo in maniera sostanziale all’aumento della superficie media degli impianti.

Nonostante i notevoli passi avanti a livello di competenze tecnico-colturali e della qualità del prodotto, nei decenni successivi l’erosione dell’area vitata continua inesorabile, complice il crescente fermento edilizio e il progressivo abbandono dei vigneti più impervi e discosti, molto onerosi da gestire e al limite della redditività economica. In base all’analisi delle varie edizioni delle carte topografiche nazionali, verso il 1990 la superficie vitata si era infatti ulteriormente ridotta a circa 1’880 ha (Fig. 1), di cui quasi il 38% (717 ha) in zona edificabile.

Evoluzione della superficie vitata nella Svizzera sudalpina (Canton Ticino e Moesano) negli ultimi 200 anni ricostruita in base ai dati cartografici dell’Ufficio federale di topografia e alle prime statistiche disponibili.
Evoluzione della superficie vitata nella Svizzera sudalpina (Canton Ticino e Moesano) negli ultimi 200 anni ricostruita in base ai dati cartografici dell’Ufficio federale di topografia e alle prime statistiche disponibili.

Evoluzione recente

Uno studio di dettaglio sull’evoluzione dei vigneti al Sud delle Alpi nell’arco dei 30 anni a cavallo del millennio (1989-2020) ha evidenziato un’ulteriore riduzione del 39% (-727 ha) dell’area vitata, che ora si attesta sui 1’143 ha. Le zone edificabili si sono confermate quelle con il rischio più elevato di cambio di utilizzo, con una perdita di ben 548 ha di vigneti, vale a dire oltre tre quarti (-76%) delle vigne ancora presenti nel 1989.

La perdita di area vitata non risulta però essere omogenea su tutto il territorio. Un’analisi più approfondita mostra infatti notevoli differenze di questa dinamica in funzione delle oggettive peculiarità della viticoltura a livello regionale. Differenze che possono essere evidenziate già da un semplice confronto tra Sottoceneri e Sopraceneri/Moesano in funzione di alcuni parametri principali rilevati nel 2020:

- Area vitata all’interno della zona edilizia: Nel Sottoceneri, la superficie di area vitata a più alto rischio di scomparsa perché situata all’interno della zona edificabile è abbastanza ridotta, sia in termini percentuali (8.9%), sia in termini assoluti (55 su 621 ha), mentre nel complesso territoriale rappresentato dal Sopraceneri e dal Moesano questa proporzione sale al 21.8% (114 su 522 ha);

- Difficoltà gestionale: Attribuendo a ogni vigneto una difficoltà gestionale oggettiva data dalla combinazione di alcune semplici caratteristiche del vigneto (pendenza media della parcella, distanza dalla strada, proporzione di bordo a contatto con il bosco, ecc.), nel Sottoceneri, il 79% della superfice vitata (490.5 su 621.0 ha) risulta a gestione agevolata o facilitata, mentre il 21% (130.5 ha) è stato classificato nelle categorie di difficoltà superiori. La situazione si presenta sostanzialmente differente nel Sopraceneri, dove l’area vitata considerata a gestione agevolata o facilitata scende al 59% (307 ha) a fronte del 41% (215 ha) valutato a impegno gestionale da difficoltoso a eroico.

- Numero di viticoltori e area vitata gestita: I dati indicano in 719 il numero di viticoltori con il baricentro della loro attività nel Sottoceneri e una superficie media gestita di 0.86 ha. Molto più numerosi i 1’861 viticoltori attivi soprattutto nel Sopraceneri e in Mesolcina, che hanno però mediamente in gestione una superficie molto più ridotta (0.28 ha).

Infine, l’analisi dell’evoluzione dell’area vitata negli ultimi 10 anni sulla scorta della serie di aggiornamenti del modello topografico dettagliato del paesaggio svizzero (swissTLM3D) conferma la maggiore suscettibilità all’abbandono dei vigneti del Sopraceneri, che hanno subito una perdita del 11.9% ca. contro una tendenza opposta di un lieve aumento del 2.7% nel Sottoceneri. Un’evoluzione simile è riscontrabile anche nel numero dei viticoltori, che negli ultimi cinque anni sono passati dai 2’580 del 2020 ai 2’339 del 2024, una diminuzione di 241 unità a carico soprattutto del Sopraceneri e del Moesano.  Questi dati confermano l’esistenza da un punto di vista geomorfologico e di approccio operativo di differenti realtà viticole, che vanno dai contesti di pianura e bassa collina, dove è più facile trovare unità aziendali adatte a una gestione professionalizzata coadiuvata dalla meccanizzazione, fino ai vigneti tradizionali di collina e dei versanti più erti, caratterizzati da unità parcellari spesso più piccole e con una crescente difficoltà di meccanizzazione. Due situazioni estreme della viticoltura sudalpina che non si escludono a vicenda, ma coesistono e si integrano, a volte addirittura all’interno della stessa azienda. Una realtà complessa che pone gli operatori di fronte a sfide continue non circoscritte al solo settore vitivinicolo. 


Le nuove sfide e i possibili scenari futuri

La storia recente ha dimostrato come i vigneti in zona edificabile e quelli ad alta difficoltà gestionale siano le tipologie a più alto rischio di abbandono. Se per la zona edificabile la causa è l’evidente interesse economico per un utilizzo alternativo, più diversificate sono le ragioni dell’abbandono nelle altre realtà. Fra queste possiamo citare la minore redditività a seguito dell’aumento delle minacce fitosanitarie e dei danni da ungulati e le oggettive difficoltà a essere proattivi nel mitigare o addirittura anticipare gli effetti del cambiamento climatico (intensificazione del periodo dei trattamenti, riconversione a vitigni ibridi resistenti, ecc.) o a introdurre innovazioni tecnologiche come la meccanizzazione dei lavori colturali e dei trattamenti fitosanitari.

Possono inoltre risultare determinanti anche i crescenti problemi nel trovare giovani interessati a riprendere l’attività. L’età media avanzata dei viticoltori testimonia il grande attaccamento a questa tradizione, ma segnala anche le difficoltà a reclutare le giovani leve.

Citiamo, infine, anche la prevista entrata in vigore tra due anni del cosiddetto “patentino”, vale a dire l’obbligatorietà di un’autorizzazione per l’acquisto dei prodotti fitosanitari professionali a garanzia della qualità del prodotto e a tutela del consumatore. L’alto numero di viticoltori hobbisti che ne è ancora sprovvisto getta un’ulteriore ombra su cosa potrebbe accadere nel prossimo futuro ai vigneti da loro gestiti.

È quindi plausibile ipotizzare anche per il prossimo futuro una progressione continua, se non addirittura un’accelerazione, dell’abbandono dei vigneti con maggiori difficoltà gestionali, presenti soprattutto nelle valli del Sopraceneri e del Moesano. Un’evoluzione probabilmente inevitabile e con ripercussioni che travalicano il ristretto ambito vitivinicolo, ma che andrebbe ritardata il più possibile e con ogni mezzo. Un’ulteriore diminuzione delle superfici vitate porterebbe a una notevole banalizzazione del paesaggio, con la perdita di elementi iconici come i terrazzamenti, ben riconoscibili nel territorio e di alto valore sia ecologico che estetico.

Fortunatamente non mancano le idee e le iniziative sia da parte degli operatori del settore che delle competenti autorità per far fronte alla situazione e cercare di salvaguardare e valorizzare questo prezioso e caratteristico settore produttivo del nostro territorio. I prossimi anni saranno in questo senso decisivi per il futuro della viticoltura sudalpina.

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