top of page

Il fascino antico del mulino

  • 26 mag
  • Tempo di lettura: 5 min

Sabato 16 maggio si è tenuta la ventiseiesima Giornata svizzera dei mulini: abbiamo visitato quello di Corippo, piccolo gioiello rurale recentemente restaurato.

Il momento della vagliatura, con la quale si tolgono eventuali impurità e si arieggia la farina
Il momento della vagliatura, con la quale si tolgono eventuali impurità e si arieggia la farina

Corippo, per dirla con Piero Bianconi, è «il più gentile villaggio della Verzasca»: poche case, aggrappate alla montagna che si alza quasi verticale dietro il villaggio. Se dalla piazza, racchiusa tra la chiesa – messa di traverso come per contenere le case che vorrebbero rotolare giù, parafrasando sempre il Bianconi di “Croci e rascane”– e l’osteria, la casa patriziale e alcuni locali adibiti a “info point”, si guarda giù nella valle, seguendo il sentiero che porta a Mergoscia, l’orecchio capta il fragore del fiume, ma l’occhio distingue solo alberi e rocce. Dopo poche svolte del sentiero, nemmeno un centinaio di metri più in basso, ecco però comparire quasi dal nulla il fumo del fuoco sul quale cuoce la polenta, mentre la ruota del mulino – alimentata dall’acqua del fiume Lavadosa, che di lì a poco si getterà nelle acque del Lago di Vogorno – gira senza sosta, catturando ipnoticamente lo sguardo.

Claudio Scettrini, apprendista mugnaio, mentre controlla il flusso di caduta del mais tra le macine.
Claudio Scettrini, apprendista mugnaio, mentre controlla il flusso di caduta del mais tra le macine.

Dal mulino al forno

La macina di questo mulino smise di girare nel secondo dopoguerra, seguendo il destino di molti altri in Verzasca e altrove: tali edifici, un tempo cuore pulsante dell’autosufficienza alimentare, iniziarono a essere abbandonati e andare verso la rovina. Questo di Corippo vivrà poi un primo, infruttuoso tentativo di restauro una trentina d’anni fa, per poi trovare nuova linfa grazie all’intervento della “Fondazione Corippo”. A raccontarne è il presidente del Consiglio di fondazione, Marco Molinari.

«A seguito di un suo rinnovo, il Consiglio di fondazione decise di fissarsi come obiettivo il ripristino di questo antico mulino, da tutti ritenuto un piccolo gioiello da salvaguardare. Il restauro, conclusosi nel 2019, ha riguardato il tetto in piode, la sistemazione degli ingranaggi e della tramoggia, senza dimenticare il canale di adduzione dell’acqua, lungo più di 100 metri e rifatto interamente in ferro, evitando in tal modo i problemi che dava quello precedente in legno di castagno. L’investimento è stato notevole, pari a 450’000 franchi, ma ne è valsa la pena.»

Il via vai è ininterrotto, tra gruppi di amici, turisti e corippesi emigrati Oltralpe che tornano regolarmente a far visita alle proprie radici, tanto che a fine giornata si parlerà di diverse centinaia di persone. Marco, nelle vesti di “presidente operaio”, apre una forma di formaggio – rigorosamente verzaschese, e ci mancherebbe altro – e inizia ad affettarla, alternandolo alla stappatura di un paio di bottiglie di rosso e al raccontare di come l’intervento di recupero del mulino rientri nella strategia del progetto “Paesaggio Corippo”, mirato a valorizzare il territorio e le peculiarità di questo piccolo lembo di terra. Se il progetto faro rimane l’albergo diffuso, rientrano nel concetto anche il ripristino dei terrazzamenti, del mulino o del forno del pane, di proprietà privata e ceduto in usufrutto alla Fondazione, che lo ha recentemente restaurato.

«L’obiettivo della Fondazione è di far funzionare il mulino a scopo dimostrativo e didattico, senza alcun obiettivo economico, integrandolo ad esempio con il forno: vengono organizzati dei momenti – come durante le “Notti incantate” che si tengono a dicembre – nei quali si prepara il pane e si mostra questo elemento della civiltà rurale al visitatore, all’ospite dell’albergo o a chiunque sia interessato alla storia della Verzasca. Il nostro obiettivo è di organizzare almeno quattro giornate all’anno di apertura del mulino, se non di più. Inoltre, a metà settembre festeggeremo i 50 anni di vita della Fondazione Corippo e terremo una giornata di porte aperte, mulino compreso. La farina prodotta ha successo ed è molto richiesta, tant’è che le scorte si esauriscono rapidamente. Oltre all’Osteria Corippo, ce la richiedono anche altri esercenti e negozietti della valle.»

Mais giallo da polenta che cade tra le macine del mulino.
Mais giallo da polenta che cade tra le macine del mulino.

L’importanza del volontariato

I molti volontari si spartiscono i compiti, talvolta intercambiandosi: chi alimenta a ritmo regolare la tramoggia di chicchi di mais (acquistati da OriginTI), chi controlla il buon funzionamento della macinatura, chi vaglia la farina ottenuta per togliere le impurità, chi la pesa e chi la confeziona e la vende. Oltre a chi, con l’occhio allenato da una vita da impresario, supervisiona. Il tutto in pochi metri, ché gli spazi sono davvero ristretti. A fare da “apprendista mugnaio”, assieme a Luciano Tenconi, è Claudio Scettrini, corippese DOC e con un legame molto stretto con questo mulino, dato che apparteneva al suo bisnonno.

«Qualcuno deve sempre buttare un occhio a che tutto funzioni per il verso giusto, non ci si può allontanare per troppo tempo. È importante regolare sia l’afflusso d’acqua, tramite un sistema di chiuse che si trova all’inizio del canale, sia il flusso del mais che cade tra le macine, sia la velocità della macina. Abbiamo imparato… facendolo, ma anche da una trasferta al mulino di Bruzella, durante la quale la mugnaia Irene Petraglio ci ha spiegato qualche trucco del mestiere. L’anno scorso macinavamo 40 kg/h di mais, ma grazie ai suoi consigli ora possiamo arrivare a 60!»

Un tempo, ogni paese della valle – e questo vale non solo per la Verzasca, ma in generale per le valli alpine – aveva spesso più di un mulino e Corippo in tal senso non faceva eccezione, come racconta Claudio, tanto che la sua valle ne ospitava ben quattro. «Oltre a questo, risalente alla metà dell’Ottocento, ve n’era uno qui sotto, a pochi metri di distanza. Probabilmente uno macinava il grano e l’altro la segale, viste le diverse tipologie di scanalature che si possono vedere sulle macine, tutt’ora presenti. Un altro si trovava più all’interno della valle, ma è stato distrutto da una valanga: questi tre macinavano con la stessa acqua, nel senso che il canale di abduzione era uno solo! Un quarto si trovava infine sotto il paese, in un luogo molto impervio: se ne intuiscono solo le rovine, ma si vedono ancora i resti del canale che vi portava l’acqua, ed è qualcosa di spettacolare.»

Il mulino di Corippo è alimentato dalle acque del fiume Lavadosa, che scorre a pochi metri di distanza.
Il mulino di Corippo è alimentato dalle acque del fiume Lavadosa, che scorre a pochi metri di distanza.

«È pronta la polenta!»

Un’altra volontaria è Rosanna Tenconi: nel suo stretto dialetto verzaschese racconta di come frequenterà a breve un corso di panificazione, in modo da poter avere le conoscenze per poter collaborare e dare una mano anche con il forno del pane.

«Il mulino e il forno rappresentano per me una nuova sfida. Io e mio marito Luciano non ci tiriamo mai indietro, quando ci sono cose “nostrane” da fare a favore della valle e per mantenere delle tradizioni che sarebbe peccato far sparire. Speriamo, così facendo, di invogliare anche un ricambio generazionale: così come abbiamo cominciato noi, possono farlo anche altri!»

«Il fascino del gesto antico attira e fa piacere al cuore», racconta Samantha Bourgoin, volontaria per le attività culturali organizzate dalla Fondazione. «Secondo me, chi arriva qui e rimane incantato cerca qualcosa che lo metta in contatto con le proprie radici, che ti riavvicina alla terra e ti mette in pace con il mondo. Corippo affascina per quella semplicità e quell’essenzialità che può riportarci a qualcosa di antico che sta dentro di noi.»

Molti bambini, ma non solo, sembrano confermare le parole di Samantha, rimanendo ammaliati di fronte ai chicchi che cadono a ritmo regolare e la farina che scende a poca distanza.

«Sto cercando il signor Schettrini», chiede a Rosanna un giovane con accento nordico. “Scettrini, non Schettrini!» ribatte lei: «È lì fuori che sta facendo la polenta». A invogliare all’acquisto – e sono pochissimi quelli che risalgono verso Corippo senza un pacchetto di farina sottobraccio – è senza dubbio la possibilità di poterne assaggiare il risultato finale: qui non si parla di chilometro zero, ma di pochi metri di distanza. Sotto gli occhi attenti di alcune turiste olandesi, Silvano Scettrini – dal cognome indiscutibilmente corippese – sta rimestando il terzo paiolo della giornata. Dietro di lui, una decina di persone armate di piattino e forchetta attendono di poter gustare una polenta che, così buona, forse non l’hanno mai mangiata.

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page