Salmerini sotto il sole di mezzanotte
- 22 ago 2025
- Tempo di lettura: 3 min
A pesca tra zanzare e caribù alla ricerca di pesci infuocati.

Ci sono diverse ragioni che mi spingono a viaggiare per andare a pesca in giro per il mondo, e quella principale è senza dubbio il senso di avventura e di libertà che provo quando dopo un lungo viaggio mi trovo sulle rive di un fiume, di un lago o di un mare con la possibilità di pescare dei pesci incredibili in posti da favola. Mi sento infinitamente fortunato ad avere la possibilità di farlo e di questi viaggi mi godo ogni singolo minuto. Poi ne pago le conseguenze al rientro, in debito di sonno e fisicamente a pezzi… ma mentalmente rinato. O almeno così mi piace credere.
Fatto sta che a metà luglio, con una manica di svizzero italiani, uno zurighese e un paio di vallesani, ci siamo fatti infilare in un camp da 10 tende sulle rive del fiume Napiarissat, non troppo lontano da Sisimiut, che con i suoi 5’000 abitanti è la seconda “città” più grande della Groenlandia. Durante il paio d’ore di barca per raggiungere l’amenissimo luogo, sotto una discreta nebbia e qualche goccia d’acqua, abbiamo affrontato i 5 gradi esterni per gustarci lo spettacolo delle balene. Un inizio perfetto. Una volta installati bagagli e provviste e nutrito la ciurma, finalmente, il primo approccio al fiume. Con Michael, che si è occupato della cucina, abbiamo approfittato del sole perenne per lasciare al meritato sonno il resto del gruppo e avviare una sessione di pesca tra le 22.00 e le 5.00. Periodo durante il quale sono riuscito a non togliere praticamente mai gli occhiali da sole.
Si pesca a mosca, quindi armati della “frusta”, una canna che permette di proiettare un’esca sprovvista di peso a qualche decina di metri di distanza grazie ad un filo pesante chiamato coda di topo. Una tecnica che, rispetto alla pesca con artificiale, è più lenta, cosa che ben si addice a una vacanza relax in mezzo al nulla, lontani da ogni connessione telefonica o di rete internet e a strettissimo contatto con la natura.

Nel concreto, l’obiettivo era reperire le migliori zone dei 10 chilometri di fiume. In questo modo sarebbe stato più facile scegliere le zone di pesca dei giorni successivi. Ripensare a quei momenti, al silenzio e alla pace del luogo, mi fa sognare. E a far sognare c’erano anche i salmerini artici, che in estate lasciano il mare di Baffin per risalire i fiumi dell’estremo nord del pianeta e prepararsi alla frega autunnale. Pesci che entrano in acqua dolce portando colori argentei, ma che dopo alcuni giorni di permanenza si trasformano in lame di fuoco, colorandosi di un arancio sempre più vivo. Nel primo giorno di pesca, ai nostri ami (streamer, ninfe e gurgler), si sono allamati soprattutto pesci “freschi” appena risaliti dall’acqua salata. Ma con il passare dei giorni siamo riusciti a portare a riva delle vere opere d’arte. Pesci potentissimi, con dimensioni tra i 40 e i 70 cm.
Il mix tra ambiente da sogno di una gentile vallata nata dai ghiacciai, la facilità con cui si incontrano animali selvatici quali caribù, lepri artiche e volpi e una pesca davvero spettacolare è quello che ci vuole per ricaricare le batterie dopo un’annata passata davanti al computer, tra meeting, appuntamenti, decisioni e una corsa dietro all’altra. E poco importa il freddo, il vento, i moscerini e le zanzare, l’assenza di una vera doccia o di un vero gabinetto. Poco importa se la tenda lascia entrare qualche goccia d’acqua quando piove.
A restare sono le risate, i pesci persi, le canne rotte, le birrette in compagnia, i salmerini grossi, gli animali visti, le storie raccontate e i ricordi di sette giorni completamente isolati dal resto del mondo. Senza notizie, senza telefonate, senza problemi! Poi ovvio, l’annullamento di alcuni voli al rientro e i quattro giorni di ritardo sulla tabella di marcia del viaggio verso casa hanno causato qualche giramento di scatole, sul momento. Ma anche questo farà parte dell’avventura che ci ricorderemo per anni. E mi spingono a preparare la prossima!
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