top of page

San Carlo Borromeo tra storia e arte in Ticino

  • 12 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

Nel 1538, nacque ad Arona un personaggio che segnò la storia delle Valli ambrosiane e che lasciò dietro a sé una scia di testimonianze storiche ed artistiche che ritroviamo ancora oggi presenti nel patrimonio culturale ticinese.

Quadro di San Carlo Borromeo, 1665 circa, Collezione Museo di Leventina
Quadro di San Carlo Borromeo, 1665 circa, Collezione Museo di Leventina

Carlo Borromeo nacque in una famiglia importante: la madre Margherita Medici era la sorella del cardinale milanese Giovan Angelo Medici che il 25 dicembre 1559 divenne papa. Eletto con il nome di Pio IV invita subito a Roma i figli della sorella. Lì, Carlo e il fratello Federico vivono in uno sfarzo regale e ricevono ben presto alte cariche con ricchissime e numerose prebende. Carlo viene fatto cardinale nel maggio del 1560 mentre il fratello viene fatto sposare con Virginia della Rovere, figlia del duca d’Urbino. Nel 1562, il fratello Federico morì a soli ventisette anni e dopo pochissimi giorni di febbre. Questo evento scosse profondamente Carlo che vide in un attimo l’inutilità di tutti i suoi benefici materiali.


Il Borromeo si ritrovò in quella situazione come unico erede maschio della famiglia. Da qui le molte insistenze da parte di parenti e amici, ma soprattutto da parte dello zio papa Pio IV, a voler sposare la vedova diciottenne del fratello. La tenacia con cui Carlo persisteva nel perseverare nella sua vocazione, convinse il papa a desistere ed in fine eleggerlo Cardinale Prete e consacrarlo vescovo.


Più volte negli anni, confidandosi con il suo procuratore Speciano, ricorda come la scomparsa improvvisa del fratello fu il mezzo con cui si servì il Signore per spingerlo ad un radicale cambiamento di vita perseguendo con severità e rigore il percorso religioso. Il Cardinale iniziò dunque a digiunare con pane e acqua un giorno alla settimana e a dedicare moltissime ore alla preghiera. Ridusse le spese della sua casa licenziando un una sola volta ottanta dei suoi familiari. In una testimonianza del 1592, si riporta come vivesse in modo castissimo e religiosissimo e che ben di rado si vedesse un nipote di papa, in età così giovane (aveva solo 27 anni) in una Corte con tante comodità, superare sé stesso, la carne e il mondo. Le economie e le austerità che Carlo si imponeva gli davano i mezzi inoltre per aiutare ospedali e altre opere a favore di sprovveduti e traviate.


Negli anni in cui Carlo Borromeo si trovava a Roma era in atto il concilio di Trento conclusosi nel 1563 e il cardinale si convinse che il compito più urgente fosse quello di attuare i decreti tridentini. Solo due anni dopo, e con molta insistenza riuscì a farsi mandare nella sua sede di Milano. Questa diocesi all’epoca si estendeva oltre i suoi attuali confini comprendendo le valli Blenio, Riviera, Leventina e la Capriasca, oltre a vari luoghi della sponda occidentale del Verbano. Un complesso che comprendeva 750 parrocchie, 5000 sacerdoti e 3400 religiose. A quel numeroso clero mancava un’adeguata preparazione e i preti non erano incoraggiati all’impegno della loro missione dai troppi esempi di vita mondana dei prelati.


Nei suoi 19 anni di episcopato, dal 1565 al 1584, il Borromeo si dedico alla sua gente attraverso innumerevoli azioni. Tra queste la costruzione di chiese e scuole, la stampa di legislazioni e innumerevoli visite pastorali in tutti i paesi e villaggi della diocesi. In particolare, nelle terre delle valli ticinesi di confine, di fatto quelle più a contatto con i protestanti e che potevano essere soggette al problema delle eresie. C’era inoltre il problema che le autorità dei cantoni protestanti, ma anche di quelli cattolici, persistevano nella decisa volontà di mantenere la tradizione di autonomia, ovvero di non permettere ingerenze da parte delle autorità ecclesiastiche negli affari riguardanti le chiese locali. Il clima di tensione tra cattolici e protestanti che si respirava in tutta Europa fece da sfondo alle cinque visite di San Carlo nelle valli svizzere: molte se si considera che nelle altre pievi furono una o due al massimo.

 

A seguito di queste visite, e dopo la grande ricognizione del 1570, il Borromeo chiese a Roma che fosse stabilita una nunziatura nella Svizzera. In questa missiva non mancò di lodare il popolo delle valli, «buono e valente» e molto attaccato alla religione descrivendo come si potesse viaggiare per strada senza pericolo di rapine e che nessuno, anche in cambio di molto denaro, violasse le feste per portare il bagaglio di un viandante. In fine, riporta come abbia trovato uomini di provata capacità politica e militare, forniti di grande ricchezza e prestigio sia in patria, sia all’estero che si dedicano agli interessi cattolici con ammirevole sacrificio. Tra questi indica Ludovico Pfyffer di Lucerna, Hans Zumbrunnen di Altdorf, Walter Roll di Uri e Melchior Lussy di Untervaldo.


Per i chierici delle valli ambrosiane Carlo Borromeo istituì un seminario minore a Pollegio, mentre per la preparazione teologica creò, nel 1579, il Collegio Elvetico a Milano. La sua azione si concentrò inoltre sul ripristino delle grate nei monasteri di clausura, a richiamare preti e parroci all’osservanza del celibato, all’evitare che si facessero traffici e baldorie nelle chiese e per evitare tresche nelle stesse, fece installare steccati fissi per separare le donne dagli uomini.

La sua azione riformatrice non mancò di risvegliare contrarietà e ostilità nei suoi confronti. In Ticino, dopo la sua morte e nei secoli a seguire rimase in eredità un notevole corpo di opere d’arte a lui dedicate e ancora visibili.

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page