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All’alpe? È importante che ci sia un bell’ambiente

13 ore fa
Tempo di lettura: 8 min

A inizio estate avevamo parlato delle condizioni di lavoro in alpeggio ed era emerso che la durata media d’impiego del personale è di circa tre anni. Ma ci sono delle eccezioni, come ci conferma Giorgio Dazio.

Vacche al pascolo a Campo la Torba
Vacche al pascolo a Campo la Torba. Foto: Claudia Ciani.

«Il Krysztof sono 13 anni che viene a Campo la Torba. È straordinario. Per sostituirlo ce ne vorrebbero due», ci dice. «E anche la Rachele, la pastora, anche se è solo al primo anno, ha un feeling incredibile con le vacche. Ne ho avuti di pastori bravi, ma lei… Era da anni che non avevo una squadra così all’alpe».


«Mi fanno tornare la voglia di stare qui», continua Giorgio Dazio, «perché sai, quando hai il personale che non funziona è un attimo che si crea un clima teso e alla mia età, poi, non stai più qui volentieri». A 67 anni, dopo aver ceduto nel 2024 la gestione dell’azienda al figlio Michele, Giorgio è alla sua cinquantanovesima stagione. «Avevo 8 anni quando sono salito la prima volta, come bocia». Da “pensionato” continua, di fatto, a gestire i lavori in caseificio. «A me», ci dice, «non è mai capitato di essere stufo del lavoro, però è facile stufarsi dell’ambiente che si crea, se è teso. Qui si vive tutti assieme e se c’è un bell’ambiente ne beneficiano tutti, ma se le cose non vanno, tutti ne subiscono le conseguenze». Per i gestori degli alpeggi è sempre più difficile trovare personale formato e con la giusta motivazione. «Fanno già fatica le aziende normali, come le imprese di costruzione. Immagina qui. Questo è un lavoro particolare, deve piacerti, perché se lo fai per i soldi e basta, solo a stare qui, già ti stanchi». Ma quali caratteristiche devono avere le persone che vogliono lavorare all’alpe gli chiedo. «Dev’esser gente che gli piace la montagna e che gli piace camminare. Quelli che ho qui quest’anno non è gente che il sabato sera ha il muso perché non può andare in discoteca».

Io e Claudia abbiamo incontrato Giorgio Dazio il 30 di luglio a Grasso di dentro, il corte principale dell’Alpe Campo la Torba, di proprietà del Patriziato di Airolo, ma in cima alla Vallemaggia. Era un po’ un’occasione speciale: oltre al personale d’alpeggio era salita anche tutta la sua famiglia e Grazia, sua moglie, ci ha preparato il coniglio arrosto. L’abbiam mangiato con la polenta e i formaggi dell’alpe tutti insieme: Giorgio, Grazia e Michele con sua moglie Giulia e i figli; e la squadra: Davide Maruca, Elia Spinelli, Rachele Lingeri e Krysztof Drewnowski. Una dozzina di persone sedute attorno a un tavolo, chi della famiglia e chi no.

Con un po’ di nostalgia, e scherzando, Giorgio ci ha detto: «Quando ho iniziato eravamo io, mio papà, mio zio Giacinto ed i miei cugini, e dormivamo tutti nella stessa stanza. Adesso in quella stanza son dentro da solo, mi hanno abbandonato tutti», non è proprio così ma è forse in questa battuta – che sottolinea come da una dimensione prettamente famigliare si sia passati in alcuni decenni a una che sempre più spesso ricorre a personale esterno – che sta uno dei principali cambiamenti del lavoro all’alpe. E in quella relazione tra famiglia e operai c’è forse uno dei segreti di una stagione all’alpe che funzioni. Con Giorgio ci siamo incontrati soprattutto per conoscere Krysztof, che quest’anno è arrivato alla sua tredicesima stagione a Campo La Torba e con cui, negli anni, si è costruito un rapporto di fiducia totale. Le lodi di Giorgio nei suoi confronti si sprecano: «Questo qui è unico, un altro così non lo trovi».


Krysztof Drewnowski
Krysztof Drewnowski, con una forma casata il decimo giorno a Campo La Torba.

Una macchina? No, meglio

È il primo con cui parliamo Krysztof, prima di pranzo, nell’oscurità e nel fresco della cantina, con i ripiani già stipati di forme di formaggio. Lo incontriamo mentre le sta pulendo. «Duecento le pulisco in trenta minuti», ci dice, mentre continua a lavorare di straccio e olio di gomito. Ci spiega anche che quando sono un po’ più sporche usa la rete dei sacchi per le patate per grattare via un po’ meglio. Sorride spesso e scherza Krysztof, 42 anni, di Białystok, una città di 400’000 abitanti del nord-est della Polonia, più vicina alla Bielorussia e alla Lituania che a Varsavia. «Quando ho fame mangio un pezzo di formaggio», ci dice, e ride. Non so se credergli. Per rompere il ghiaccio continua, dicendoci che all’alpe gli manca il dolce: «Qua bevo caffè con latte. Invece in Polonia bevo il tè e mangio il salame a colazione. Là non mangio mai marmellata. Qui sì». Piccole differenze, forse per non ricordare le più grandi. Da circa quindici anni la sua vita è divisa in due: otto mesi in Polonia e quattro qui per la stagione alpestre. Ha iniziato nel 2010, ha fatto un paio di stagioni in Bolla Froda, un anno di pausa e poi, grazie a un piccolo annuncio sul giornale, è stato contattato da Giorgio. È impressionante vederlo lavorare. Gli chiedo se aveva già esperienza e come e quando ha imparato l’italiano. «A inizio capivo niente, zero. Dopo, ho imparato». E il dialetto? «Quello ancora niente», mi dice. Mentre parliamo continua imperterrito a togliere gli assi, prendere le forme, passarle con lo straccio, strizzarlo, ripassare le forme. Per quanto riguarda il lavoro agricolo mi dice: «prima ho lavorato con uno che aveva vacche in Polonia, però non guadagnavo e allora ho cambiato». Su consiglio di un amico ha fatto un leasing per acquistare un Harvester, un macchinario semovente che taglia alberi, li srama e li fa a pezzi nel giro di pochi secondi. «Durato non so quanti anni leasing, pagato tanto, però sai, adesso lavoro da solo e sono soldi». Un Harvester, per chi non lo conoscesse, è davvero un mostro di efficienza: basta andare a cercare qualche video online per rendersene conto. E Krysztof, penso, deve aver preso qualcosa da quella macchina che manovra per otto mesi all’anno. Mi dice che i quattro mesi che fa qui per lui «sono come vacanza. Sai, qui fa fresco», probabilmente si riferisce ai 12 gradi della cantina, penso. «Da noi in estate c’è caldo, tanto tanto». In Polonia ci sono sua moglie e sua figlia di tre anni: «Già grande lei, gioca a palla. Quando chiamo con whatsapp dice “Papà stai attento, perché tu devi venire a casa”». Krysztof anche negli altri mesi è abituato a passare molto tempo lontano da casa, va dove ci sono i boschi da tagliare. All’alpe sa fare tutto: la cantina, tirare fili, seguire gli animali ed è Giorgio a dirmi: «Non gli devi spiegare niente, anzi, è lui che mi dice che cosa devo fare. Sai, spesso mi anticipa addirittura». Ma oltre alle capacità, è l’atteggiamento, il modo in cui prende il lavoro e soprattutto come interagisce con gli altri a renderlo speciale. «Non penso che ci sia qualcuno che ha lavorato qui con lui che possa dire qualcosa di male del Krysztof. È sempre disponibile a dare una mano, ad aiutare». Visto che sa fare tutto, come ultima domanda, a Krysztof, gli chiedo qual è la sua attività preferita. Non ci pensa un attimo. «La cantina. Sai, io piace quando tutto pulito».


Rachele Lingeri
Rachele Lingeri, con Grillo, al pascolo al corte Grasso di dentro a Campo La Torba.

«Le vacche? Sono la mia vita»

Ad accompagnarci a incontrare Rachele sul pendio dove stanno pascolando le vacche è Elia Spinelli, bresciano. «Lui è un po’ un jolly», ci ha spiegato Giorgio, «cucina, dà una mano agli altri». All’alpe infatti oltre alle mansioni quotidiane: occuparsi delle capre, delle vacche, della cantina e della produzione del formaggio, c’è anche la gestione dei pascoli, degli arbusti, degli abbeveratoi, bisogna fare legna per la caldaia e bisogna preparare colazione, pranzo e cena e poi, quando qualcosa manca o si rompe, qualcuno deve scendere.

Proprio prima di fare quei pochi metri di salita per arrivare al pascolo, passiamo di fianco a due abbeveratoi pieni di acqua limpida. Rachele, con Grillo, il cane da pastore, ci aspetta in mezzo alla mandria di Brune e di Holstein, in piedi, appoggiata al bastone. Ha una voce delicata, un viso aperto e quando racconta delle vacche si illumina: ne parla come se fossero amiche a cui vuole bene. Le segue dalla mattina alla sera e le porta dove c’è l’erba più fresca. «La prima pastura, post mungitura, è un po’ come una colazione. Verso la una o le due scendo, per farle abbeverare, una piccola pausa e poi si torna sui pascoli. L’erba fresca per le lattifere è fondamentale, per la produzione», ci spiega. «Si procede pezzo per pezzo e vanno tenute sotto controllo, perché non siamo in pianura e ci sono pendii che possono essere un po’ rischiosi. È fondamentale che gli animali non si accalchino e anche quando si sdraiano vanno tenute sott’occhio. Al di là del controllo», prosegue, «è altrettanto importante il lavoro di osservazione. Come si comportano, se mangiano o non mangiano, quanto e come ruminano, come si muovono, quali relazioni ci sono tra loro». Tutte cose che vanno poi comunicate al gestore. «Se una vacca si sdraia di continuo, è chiaro che c’è qualcosa che non va e capire i legami, sapere chi comanda, è utile anche per gli spostamenti. La “capa” di ogni mandria tira le altre, che poi più o meno seguono». Ma cosa gli dici per spostarle? le chiedo. «Ma, io, la frase che uso di più è alé hop, alé hop, oppure bösc, per farle andare, invece per farle venire funziona bene un vén scià. È chiaro che poi più che quello che dici, è il tono, la forza che usi. Però capiscono davvero molto». Rachele, 27 anni e originaria della Val d’Intelvi, il resto dell’anno lavora in un’azienda agricola con vacche nutrici a Breganzona, ma sta anche studiando Scienze della produzione animale a Milano e si è formata in fecondazione animale.

Questa sua prima esperienza all’alpe è tutt’altro che casuale e si inserisce in un percorso chiaro. Ci dice che è molto contenta, sia dell’esperienza che dell’alpe e anche delle persone per cui lavora. Apprezza molto la gestione famigliare. Nonostante la giovane età, Rachele il telefonino lo usa solo per le comunicazioni. «Quando mi chiamano, se posso, scendo per pranzo». Le chiedo se non si annoia e qual è il bello del suo lavoro. «Le vacche sono la mia vita e la mia passione sono soprattutto le lattifere. Lavorare all’alpe per me è un’esperienza che cambia le persone. Ci si trova in situazioni che la vita di solito non ti presenta. Magari sei tranquillo e all’improvviso c’è una situazione complicata che devi risolvere tu. Vivi molto con te stesso e serve una grande forza. Sei tu, le vacche e una montagna intera. Ti metti in discussione a livello personale, arrivi a conoscere i tuoi limiti e se hai una buona forza li superi, e così cresci».


Dettaglio della pulizia di una forma di formaggio Campo La Torba.
Dettaglio della pulizia di una forma di Campo La Torba.

Il saperci fare

Con Giorgio, abbiam parlato naturalmente anche di siccità. «Io in quasi sessant’anni, una stagione così non me la ricordo», di come gestirà le vacche tra la fine dell’estate e l’autunno; e di come il lupo abbia cambiato la gestione delle capre. Mi dice che spera che Rachele torni anche i prossimi anni, e anche lei se lo augura. Torna ancora sulla forma fisica Giorgio, ma anche sulla sensibilità che bisogna avere con gli animali. «Il Davide, ad esempio, fa corsa in montagna, e van bene quelli lì per le capre». Poi però c’è anche, il “saperci fare”, il feeling, con gli animali: conoscere le capre e anche le vacche, capirne i bisogni. E di certo quella sensibilità, quel saperci fare è fondamentale anche con le persone, per trovare il giusto grado di confidenza e creare quell’ambiente che fa diventar bello un lavoro che pretende davvero molto da parte di tutti.

Giorgio Dazio
Giorgio Dazio

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