Nove nazioni, un obiettivo: rafforzare il settore equino europeo
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Oggi parliamo di un progetto che ha come scopo la condivisione di conoscenze e buone pratiche nella cura e nell’allevamento del cavallo nelle aziende agricole.

Il progetto si chiama EUnetHorse ed è finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma Horizon Europe e, per la Svizzera, dalla Segreteria di Stato per la formazione, la ricerca e l’innovazione SEFRI. Oltre alla Svizzera ne fanno parte Belgio, Finlandia, Francia, Portogallo, Romania, Spagna, Germania e Polonia.
Per il Ticino la referente è Giulia Meroni, l’ho incontrata nella sua azienda a Rancate per farmi spiegare questo progetto europeo. Giulia non solo nella sua azienda alleva cavalli, ma insegna anche a Mezzana agli apprendisti professionisti del cavallo ed è la responsabile per il Ticino del corso per l’ottenimento dell’attestato di competenza detenzione del cavallo.
Benessere, sostenibilità e redditività: le tre sfide del progetto EUnetHorse
«Era noto che il cavallo, in ambito agricolo, spesso non ha vita facile. E poiché si tratta di una problematica diffusa in buona parte d’Europa, ci si è posti una domanda: perché non creare un gruppo di lavoro per cercare insieme delle soluzioni?» mi dice Giulia. Così è nato il progetto EUnetHorse, che si concentra su tre aree: quella della performance socio-economica; quella del benessere e della salute degli equidi; e quella della sostenibilità ambientale.
Per quanto riguarda il miglioramento del benessere e della salute degli equidi è essenziale adottare pratiche in grado di prevenire la diffusione di malattie emergenti, o parassiti che rischiano di diffondersi da un Paese all’altro. Ad esempio Giulia mi racconta che quando un cavallo rientra dopo aver soggiornato in Francia «è fondamentale un controllo accurato sotto la coda e nella criniera per individuare ed eliminare le mosche piatte, insetti particolarmente fastidiosi. Anche se attualmente non sono presenti nei nostri territori, esiste il rischio che si diffondano anche qui, ed è qualcosa che vogliamo assolutamente evitare».
Gli obiettivi principali di EUnetHorse sono «costituire una rete di diversi attori, con esperienze lavorative e percorsi di formazione diversi, per diffondere delle conoscenze che siano incentrate sia sui bisogni del proprio Paese ma anche, e soprattutto, che possano valere a livello globale». Inoltre, il progetto cerca di migliorare la performance delle aziende che si occupano di cavalli e di anticipare delle sfide economiche, politiche, sociali e sanitarie alla quale ogni attività, indipendentemente dai propri obiettivi di lavoro, si affaccia. Sì, perché il progetto riguarda tutte le aziende che detengono cavalli: sia che gli animali vengano addestrati per competizioni sportive, come i Mezzosangue dell’azienda di Giulia, sia che siano allevati come cavalli da sella per il tempo libero, sia che siano destinati alla filiera della carne.
A questi temi si affiancano questioni trasversali. L’accesso al territorio agricolo, per esempio, rappresenta una sfida significativa per molte aziende equine, spesso ostacolate da vincoli normativi. «La legge da una parte dice che i cavalli devono avere dei ripari», mi spiega Giulia, «ma dall’altra proibisce di costruire nuove strutture sui terreni agricoli. Questo è un grosso ostacolo per coloro che desiderano migliorare le condizioni di detenzione dei propri animali in zona agricola». Un altro aspetto trasversale riguarda la formazione e il trasferimento delle conoscenze: la diffusione di buone pratiche e innovazioni sostenibili sarà fondamentale per favorire la crescita del settore, migliorandone la competitività.

L’esperienza diventa rete
Tra il 2023 e il 2024, sono stati identificati i bisogni delle aziende equine attraverso interviste e workshop nazionali. «L’obiettivo è stato innanzitutto quello di raccogliere le conoscenze scientifiche e le buone pratiche già esistenti, perché oggi esistono già numerosi approcci efficaci che vengono applicati con successo». Si è quindi cercato di selezionare le informazioni più utili per poi condividerle con tutte le figure professionali coinvolte nel settore: agricoltori, istruttori di equitazione, maniscalchi, veterinari e così via. «In sostanza, chiunque lavori a contatto con i cavalli dovrebbe poter accedere ai risultati di questo progetto».
Il discorso però ci sta facendo viaggiare avanti nel tempo: attualmente il progetto si trova ancora nella fase in cui le soluzioni trovate vengono valutate e in parte già adattate alle diverse realtà. Ogni Paese si sta concentrando su uno o sull’altro tema, organizzando delle giornate dimostrative in aziende particolarmente resilienti, preparando le prime schede tecniche. In Svizzera il team di Agroscope si trova regolarmente per gli incontri nazionali con gli attori del settore agricolo e equino. In primavera è stata anche organizzata la prima visita aziendale presso l’azienda Caesar Peak ad Alterswil nel canton Friborgo, per diffondere le conoscenze di alcune buone pratiche selezionate, dove è stata discussa la tematica della riduzione del carico di lavoro fisico e mentale per il personale attivo nelle pensioni per cavalli.
In Svizzera, per l’identificazione dei bisogni, sono state coinvolte 40 aziende equine, di cui circa l’80% sono aziende agricole. Il progetto prevede che ad ogni raccolta di informazioni a livello nazionale corrisponda una successiva messa in rete a livello europeo, per poi riportare i risultati di nuovo a livello nazionale e di singole aziende, in un continuo passaggio da locale a sovrannazionale e viceversa.
Il confronto tra realtà di Paesi diversi
Un aspetto interessante del progetto è che alcuni agricoltori dei 9 Paesi coinvolti, tra cui anche Giulia, sono invitati a visitare alcune aziende negli altri 8 Paesi, in modo da poter entrare in contatto con realtà, problematiche e opportunità diverse e potersi confrontare con altri professionisti. «Per quanto riguarda gli standard di benessere animale la Svizzera è un passo avanti rispetto all’Europa», mi dice Giulia, che con questo progetto spera si crei una maggiore omogeneità «è chiaro che si spera che non ci siano solo delle limitazioni, ma anche delle agevolazioni, penso ad esempio all’accessibilità del terreno agricolo, alle dinamiche di mercato, al sostegno alle federazioni e ai programmi di allevamento, per questo è importante che siano stati coinvolti anche degli attori della politica». Uno degli scopi del progetto è quello di creare delle schede tecniche, quindi «anche se non si arriverà a iscrivere determinate pratiche in leggi e ordinanze ci sarà la possibilità di seguire delle linee guida di buone pratiche con queste schede e con i corsi che verranno messi in atto, il settore equino potrà informarsi e informare a sua volta tutti gli attori coinvolti direttamente e indirettamente».
Parlando con degli agricoltori della Spagna – ricordiamo che l’Italia non prende parte al progetto – Giulia si è accorta che «climaticamente parlando la realtà ticinese assomiglia quasi più a quella spagnola, piuttosto che alla Svizzera interna». Diventa allora molto interessante, nell’ottica del cambiamento climatico, l’opportunità di confrontarsi anche al di fuori dei confini nazionali e «capire quali soluzioni sono state trovate a sfide come, ad esempio, la siccità o i periodi in cui le risorse sono ridotte». Il clima è infatti un fattore molto importante perché «influenza le condizioni di vita dell’animale, la disponibilità delle risorse, ma anche le condizioni di lavoro di chi opera nelle aziende, trattandosi di un lavoro fisico». Anche per quanto riguarda le razze ce ne sono alcune che si adattano meglio alle diverse temperature «in Polonia una delle aziende ci ha mostrato una razza tradizionale polacca, il cavallo Konik, molto polivalente a livello di impiego, ma soprattutto che resiste molto bene al freddo. Infatti, nonostante gli inverni molto rigidi tipici della Polonia dell’Est, è possibile gestire questi cavallini grigi, molto rustici e decisamente poco esigenti, con la detenzione al pascolo tutto l’anno. E ciò a favore della biodiversità, poiché si contribuisce a preservare una popolazione geneticamente piccola».

La sfida per salvare le razze indigene
Per quanto riguarda la protezione delle razze equine indigene, prosegue Giulia «La Svizzera ha potuto portare un grande esempio, perché i Franches-Montagnes sono una razza per cui esistono da diversi anni dei programmi di promozione genetica». Le razze di cavalli esistenti sono molto numerose e sono tante quelle che hanno bisogno di sostegno per non estinguersi e mantenere la diversità genetica necessaria per restare sane. Per quanto riguarda i Franches-Montagnes, pur essendocene tanti, ci sono delle linee che stanno rischiando di scomparire. «Nel tempo probabilmente sono state privilegiate delle linee che erano più adatte al cavallo da tempo libero, che producono soggetti più leggeri, più “alla moda”, mentre linee più rustiche, più pesanti, oggigiorno hanno meno mercato e sono dunque state messe da parte. L’allevatore spesso preferisce far coprire la sua femmina da stalloni più moderni. All’inizio il Franches-Montagnes era un cavallo da lavoro, sui campi o nel trasporto, quando poi è stato necessario avere a disposizione dei cavalli per la cavalleria militare già si è alleggerito un po’, poiché doveva muoversi di più e più velocemente. Poi ha preso piede anche come cavallo da tempo libero: le linee “vecchie” hanno un po’ perso di interesse, tranne che per pochi allevatori che ancora utilizzano i Franches-Montagnes per lavori di esbosco o per utilizzi legati alla tradizione e per coloro che hanno a cuore il mantenimento delle linee rare».

Sul benessere animale ci sono sensibilità diverse
In Polonia una delle aziende visitate da Giulia allevava cavalli da carne di razza Ardennese polacco «vivevano in gruppo, in un grandissimo pascolo con addirittura una fonte d’acqua naturale, condizioni idilliache, le mamme con i loro piccoli, una bellissima vita», racconta. «Per me sono sorti però dei problemi quando qualcuno del nostro gruppo di visitatori ha chiesto all’agricoltore dove venisse venduta la carne, su che mercato, e lui ha risposto che vende l’animale vivo all’intermediario. Dal mio punto di vista, è un po’ come lavarsene le mani. È proprio lì che possono sorgere questioni etiche: non si ha alcuna certezza che quel cavallo non percorra centinaia di chilometri in condizioni estreme prima di essere macellato, con tutto lo stress, l’inquinamento e le conseguenze che ne derivano. In questo, io ci vedo una certa incoerenza».
Anche un’altra azienda in Polonia le ha suscitato delle perplessità: i cavalli stavano al pascolo tutta l’estate, un pascolo sconfinato e molto bello, ma poi, trovandosi al confine con la Russia, dove gli inverni sono molto rigidi, i cavalli dovevano stare nei ripari: «i box erano piccolissimi, totalmente al buio, con pochissime finestre. Lì la cosa è considerata totalmente regolamentare, in Svizzera non lo sarebbe. Per me e per la maggior parte dei miei compagni di viaggio si tratta di una condizione inimmaginabile, soprattutto pensando che durante il periodo invernale nevica parecchio, e ai cavalli non viene concessa nessuna uscita all’aperto».
Giornata pratica sugli effetti del cambiamento climatico
Tra le attività svolte nell’ambito del progetto EUnetHorse Giulia ha partecipato a una giornata pratica dedicata agli effetti del cambiamento climatico sulla salute dei cavalli organizzata ad Avenches nel centro di competenze Haras National. Giulia racconta che attraverso esempi concreti e lavori di gruppo hanno analizzato i principali rischi che il settore equino si trova ad affrontare: «l’aumento dei periodi di caldo intenso, la diffusione di nuovi parassiti e vettori di malattie, i cambiamenti nella disponibilità e nella qualità dei foraggi e le conseguenze sulla gestione quotidiana degli animali. La giornata» continua Giulia «ha evidenziato come il cambiamento climatico non rappresenti più una sfida futura, ma una realtà con cui allevatori e detentori di cavalli devono già confrontarsi». Allo stesso tempo sono state presentate diverse strategie di adattamento, dimostrando l’importanza dello scambio di esperienze e conoscenze tra professionisti di Paesi diversi.

«Come azienda devi sempre essere alla ricerca di soluzioni alternative»
A tre anni dal suo avvio, dopo aver identificato i bisogni prioritari del settore equino europeo, raccolto e valutato soluzioni innovative e organizzato visite di scambio tra allevatori e professionisti, il progetto concentra ora i propri sforzi sulla divulgazione delle buone pratiche attraverso giornate dimostrative, corsi di formazione e strumenti digitali accessibili a tutti gli operatori del settore. Giulia, partecipando a EUnetHorse, ha avuto diverse occasioni per confrontarsi con altri professionisti, e ha concluso la chiacchierata affermando che «Personalmente, oltre alle tematiche relative alla biodiversità e al benessere animale, continuo a seguire con particolare interesse i temi legati all’efficienza del lavoro e all’organizzazione aziendale, aspetti che possono contribuire a migliorare la sostenibilità e la competitività delle aziende equine». Lei, con la sua azienda, si trova in una fase in cui questo è un tema centrale: da quando il padre è andato in pensione, infatti, l’azienda di famiglia è stata rilevata da lei insieme alla sorella e ad un cugino. È stata portata avanti una riflessione condivisa tra le varie generazioni, che ha permesso a tutti di ragionare ed intervenire su alcuni punti che riguardano obiettivi, personale e impiego delle risorse. Il vantaggio di questo progetto è proprio «avere uno scambio e rimanere curiosi. Tante volte ti viene detto qualcosa a cui non avevi pensato e allora ti dici “perché non provare?” Ci sono sempre un sacco di sfaccettature che non hai preso in considerazione».
Chi fosse interessato a ricevere ulteriori informazioni può consultare le soluzioni validate che verranno progressivamente rese disponibili sulla piattaforma europea EU-FarmBook e messe a disposizione dell’intera filiera su welcome.eufarmbook.eu.
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