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Allevamento ovino in Svizzera: tra cambiamenti strutturali e una lana senza mercato

  • 30 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 9 apr

Se la carne rappresenta oggi il principale obiettivo economico dell’allevamento ovino, la lana ne costituisce il lato più fragile. Due pubblicazioni del LID affrontano la situazione.


Foto: archivio APTdaiGP
Foto: archivio APTdaiGP

Negli ultimi anni l’allevamento ovino in Svizzera ha mostrato segnali contrastanti. Martedì 20 gennaio, un’infografica del Servizio di informazione agricola (LID) indicava come tra il 2016 e il 2024 l’effettivo di ovini fosse tornato a crescere, dopo il calo registrato nel decennio precedente. Tuttavia, nel 2025 questa tendenza sembra essersi improvvisamente interrotta, stando ai dati pubblicati, sempre dal LID, nella retrospettiva agricola 2025. Nel 2025 infatti il numero di ovini ha subito un calo di circa 20’000 unità rispetto all’anno precedente, sulla base dei dati di Identitas. Secondo il LID, parte di queste oscillazioni potrebbe essere legata a ritardi nella registrazione di capre e pecore nella banca dati sul traffico animale. Ma l’ipotesi che la diffusione della lingua blu abbia influito sulla riduzione degli effettivi è piuttosto verosimile.

 

Spazio alle cifre

Ma torniamo alla crescita fra il 2016 e il 2024. Negli ultimi dieci anni il settore ovino svizzero ha conosciuto anche una trasformazione strutturale: il numero di aziende ovine è in costante diminuzione già dagli anni 2000, ne consegue che le aziende rimaste allevano sempre più animali. Una dinamica ben diversa rispetto alla metà del diciannovesimo secolo, quando un allevatore possedeva in media meno di cinque pecore. Oggi, invece, un gregge supera mediamente i 45 capi. Nel 2024, in Svizzera pascolavano complessivamente circa 374’200 pecore, come mostrava l’infografica del LID. La distribuzione degli animali varia tuttavia in modo marcato da cantone a cantone, riflettendo differenze di superficie, morfologia e tradizione agricola. In Ticino, l’allevamento ovino mantiene dimensioni contenute, con 10’743 pecore nel 2024. Il numero di capi e la densità risultano inferiori rispetto ai grandi cantoni alpini e prealpini. A fronte di una superficie simile, nel canton Vaud pascolano 16’624 pecore. In Vallese invece, se ne contano 35’792. Il canton Berna registra il numero assoluto più elevato di ovini, con oltre 50’000 capi, un dato che va letto alla luce della sua ampia estensione territoriale, della forte vocazione agricola e che rispecchia la tradizionale transumanza invernale sull’altipiano che ancora resiste. Se si considera invece la densità, Appenzello Esterno e Svitto presentano i valori più elevati, con circa 30 pecore per chilometro quadrato.

 

Una produzione orientata alla carne

Dal punto di vista produttivo, il settore ovino resta fortemente orientato alla produzione di carne. La produzione di latte ovino e la trasformazione lattiero-casearia rivestono un ruolo marginale. A differenza di paesi come la Grecia infatti, dove il latte ovino rappresenta una componente centrale della filiera agroalimentare, in Svizzera questo comparto rimane di nicchia, con volumi relativamente stabili negli ultimi anni.

 

La lana, da risorsa a onere

Un articolo dello Schweizer Bauer del 21 gennaio affrontava la questione della lana in Svizzera assieme a Dante Pura, presidente della Federazione ticinese di allevamento ovino e caprino, nonché coordinatore della raccolta della lana a Castione per la Fiwo.


Come ricordava lo Schweizer Bauer, «in Svizzera circa 230’000 pecore producono ogni anno oltre 480’000 chili di lana. Tuttavia, solo una piccola parte viene effettivamente utilizzata». Prezzi bassi, costi elevati, mercati tessili rigidi e poche visioni di valorizzazione, sono tutti elementi che mettono sotto pressione gli allevatori che si trovano costretti a gettare la lana. «Fino al 2024 il prezzo della lana oscillava attorno a 0,30 franchi/kg per la lana di scarto, e a 1,30 franchi/kg per lana bianca di buona qualità. Nel marzo 2025 i prezzi sono ulteriormente diminuiti, attestandosi tra 0,25 franchi/kg per la lana di scarto e 0,80 franchi/kg per la lana bianca comune. Si tratta di valori insufficienti a coprire i costi della tosatura, che tuttavia permettono almeno di evitare i costi di smaltimento. Con una media di 2 chilogrammi di lana per pecora e un prezzo medio di 0,50 franchi/kg, il ricavo è di appena 1 franco per animale, mentre la tosatura costa circa 5 franchi. Ne risulta quindi una perdita di circa 4 franchi per tosatura, senza considerare il lavoro non retribuito degli allevatori. Per coprire i costi di base, sarebbe necessario un prezzo di almeno 2,50-3 franchi/kg».

 

Un paradosso globale

La difficoltà di valorizzare la lana non è tanto legata alle sue qualità intrinseche, quanto all’evoluzione del mercato tessile. Negli ultimi decenni l’industria dell’abbigliamento ha privilegiato fibre sintetiche, più economiche e adatte alla produzione di massa, riducendo fortemente la domanda di lana naturale. Ne è nato un paradosso: mentre i capi di vestiario durano meno e presentano una qualità inferiore, la lana autentica viene pagata sempre meno agli allevatori. Allo stesso tempo, cresce una nuova attenzione verso materiali durevoli e filiere di produzioni sostenibili. Il dibattito sulla fast fashion, sull’impatto ambientale delle fibre sintetiche e sulla durata sempre più limitata dei capi di abbigliamento ha riportato l’attenzione su materie prime come la lana. Si tratta per ora di una sensibilità culturale e ambientale, più che di un vero cambiamento di mercato. La speranza è quella che nel tempo si riaprano spazi di valorizzazione anche per la lana ovina locale.

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