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Quale valore vogliamo dare ai cereali panificabili svizzeri?

  • 12 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

Sui giornali agricoli della Svizzera interna sono già stati pubblicati diversi articoli sul tema e un titolo significativo è quello di Jil Schuller apparso a metà febbraio sulla BauernZeitung. «La battaglia contro i gipfel congelati: 200’000 tonnellate di importazioni mettono all’angolo i cereali svizzeri». Ma a suscitare diverse perplessità è tutto il settore della produzione e commercializzazione dei cereali in Svizzera che, in vista della riunione che si terrà lunedì 15 giugno quando SwissGranum definirà il prezzo per il 2026, teme un ritorno ai prezzi di prima della pandemia o un declassamento a cereali da foraggio.

Campo di grano sul Piano di Magadino
Campo di grano sul Piano di Magadino

Si registra un certo disinteresse per una questione piuttosto rilevante

Come evidenziato da Schuller, anche se i problemi del settore cerealicolo svizzero sono davvero molto simili a quelli del settore lattiero caseario, messo sotto pressione anche dalla concorrenza estera, la sovrabbondanza di grano legata all’ottimo raccolto dello scorso anno non sembra interessare molto la politica e l’economia svizzere. In base alle stime della Federazione svizzera dei produttori di cereali (FSPC) infatti, prima del prossimo raccolto, nei silos saranno già stoccate 127’000 tonnellate di cereali nazionali, che corrispondono al fabbisogno dei mugnai svizzeri per circa tre mesi. Ma questi cereali verranno lavorati o si preferirà importare dall’estero prodotti da forno già lavorati?


Non si arresta l’aumento di importazioni di prodotti da forno

Da più parti viene infatti sottolineata l’impennata dei prodotti di panetteria importati, che sembra inarrestabile. In base a quanto riportato sul sito del marchio Pane svizzero, lanciato nel 2021 e passato decisamente sottotraccia, «le importazioni di prodotti di panetteria sono praticamente triplicate nel corso degli ultimi 20 anni, raggiungendo quasi le 155’000 tonnellate. Un dato in linea con quanto diffuso dall’Ufficio federale delle dogane, per cui tra il 2012 e il 2025 si è passati da 40’000 a 140’000 tonnellate per un valore che si aggira attorno ai 500 milioni di franchi. E se si amplia la forchetta temporale, come ha fatto Matthias Biswanger in uno studio commissionatogli dall’Unione Svizzera dei Contadini che analizza gli effetti della protezione doganale sullo smercio dei prodotti agricoli svizzeri, la crescita è ancora più marcata. Come riportato nell’articolo di Schuller citato, in 26 anni, quindi a partire dal 2000, le importazioni di prodotti da forno sono aumentate di ben 17 volte.


A un primo livello, a favorire le importazioni è il funzionamento delle barriere doganali. Come chiarisce sempre Binswanger nel suo studio: i dazi vengono applicati sul valore delle materie prime e non sul valore aggiunto del prodotto già lavorato. Di modo che per il mercato è più conveniente importare dei prodotti già lavorati che alla fin fine costano meno rispetto a quelli prodotti con farine svizzere. Ed è così che ci si ritrova con scorte di grano svizzero che deve essere declassato perché manca la domanda. È chiaro che questo è soltanto un aspetto, anche perché il commercio dei cereali è sostenuto anche per le esportazioni, ma qualcosa nel fragile equilibrio di gestione sembra non funzionare più.


Il marchio “Pane svizzero”? Non pervenuto

Per Massimo Turuani, presidente della Società Mastri Panettieri Pasticcieri Confettieri del Canton Ticino e delle Valli Mesolcina e Calanca (SMPPC), se si guarda a valle della filiera, la situazione è davvero tragica. Dal 1° febbraio del 2025, «dopo un lavoro che è durato una marea di anni», è entrato infatti in vigore l’obbligo di dichiarazione dell’origine del pane e dei prodotti di panetteria fine: il marchio che dovrebbe certificare la provenienza delle farine è però praticamente sconosciuto. «Le faccio un esempio», mi dice Turuani al telefono, «in base a quanto prevede la legge, dall’inizio dello scorso anno, al piede dei menu dei ristoranti, nello stesso modo in cui è indicata la provenienza delle carni, andrebbe indicata anche la provenienza dei prodotti di panetteria». Personalmente non mi è mai capitato di vedere questa specifica. E chiedo a Turuani, qual è, in base alla sua esperienza, la percentuale di ristoranti che osserva quest’obbligo? «Guardi, se le dicessi il 20% sarei piuttosto ottimista». Gliene chiedo i motivi. «Il pane», secondo me, «ha sempre sofferto della sua semplicità, della sua umiltà». Si tende a darlo per scontato e raramente viene valorizzato. «Qualificandolo poco, ci si ritrova poi spesso a squalificarlo proprio. Ci sono, naturalmente, anche gli esempi virtuosi, di ristoranti che lo valorizzano, ma in generale è un prodotto che fa fatica a farsi considerare dalla tavola». Chiedo a Turuani anche delle valutazioni sulla cifra incredibile di oltre 500 milioni di franchi che corrispondono alla fetta di mercato che si mangiano i prodotti da forno importati. Che termini di paragone possiamo utilizzare per dare una dimensione del problema? «Non ho cifre specifiche, ma alcuni calcoli si possono fare. Quella somma corrisponde ai salari di 3’000 impieghi nel settore per intenderci e, a stima, corrisponde a circa un quarto del volume finanziario dell’intera panificazione nazionale».


Non si può ragionare per compartimenti stagni: la politica deve tutelare l’intera filiera

Dell’attuale situazione del mercato è ben cosciente anche Alessandro Fontana, titolare del Mulino di Maroggia, che si augura che alla riunione di SwissGranum si riesca a mantenere per la qualità migliore il prezzo di 60 franchi al quintale, e che ribadisce come sia necessaria una maggiore attenzione al prodotto a valle della filiera, piuttosto che restare legati al grano in sé. «C’è chi punta il dito contro le importazioni di grano che, a prima vista, potrebbero sembrare la causa principale del problema, ma in realtà la questione è molto più articolata. Il grano importato non può fregiarsi del marchio d’origine svizzero e viene quindi utilizzato per due ragioni: o per produrre farine speciali che il grano svizzero non riesce a garantire a livello qualitativo, oppure per realizzare prodotti panificati a basso costo, in cui la provenienza della materia prima non è un criterio determinante».


Dal suo punto di vista il problema è che non ci si può limitare a difendere un settore soltanto, senza considerare l’intera filiera produttiva. «La politica federale si è limitata a difendere soltanto il settore agricolo, trascurando le altre parti della filiera. Il meccanismo è chiaro ed è lì da vedere: se il panettiere non vende il pane, il mugnaio non vende la farina. E se il mugnaio non vende la farina il contadino non vende il grano. Mettendo in relazione i diversi dati questa realtà è piuttosto evidente. E se da un lato il problema è piuttosto complesso, da osservare è piuttosto lineare. La soluzione non può che essere politica, soprattutto per quanto riguarda gli accordi di libero scambio, che ancora una volta sembrano penalizzare più che tutelare il nostro Paese».


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