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C’è un eremita sui monti del Gambarogno

  • 6 mar
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 23 apr

Dalle prime arnie agli alpaca, dai trekking con i lama fino al recupero di una selva castanile: a tu per tu con Andrea Ferrari, meccanico d’aerei e titolare dell’Azienda l’Eremita.


Lama e alpaca dell’azienda L’Eremita si godono il panorama dai Monti del Gambarogno.
Lama e alpaca dell’azienda L’Eremita si godono il panorama dai Monti del Gambarogno.

La strada che da Gerra Gambarogno porta ai suoi Monti sale senza pausa, un tornante dopo l’altro: coloro che vi abitano tutto l’anno si contano su due mani, con il resto di alcune dita. E proprio quassù viveva Attilio Sartori, il quale sul finire degli anni ‘10 del secolo scorso, a soli 22 anni, decise di andarsene da Parigi, dove aveva potuto conoscere filosofi e umanisti d’avanguardia, per vivere da eremita ai Monti di Gerra. Sempre da solo e senza mai riferire a nessuno i motivi di questa sua scelta, ci rimarrà fino alla fine dei suoi giorni.


La storia dell’eremita si intreccerà con quella di Pietro Ferrari, che assieme al suo mulo – e prima della costruzione della strada – si occupava di trasportare, due volte al giorno, viveri e materiali da costruzione dal paese fino ai Monti. Col passare degli anni diventò amico dell’eremita e, alla sua scomparsa, avvenuta nel 1982, ne acquistò la casa. Ristrutturata, diventerà dapprima il “Grotto del Pedro”, gestito dalla nuora Maggie, e poi casa di vacanza. Finché un bel giorno il nipote Andrea, di professione meccanico d’aerei, deciderà di farne casa sua.


Dalle api ai… camelidi

«Nel 2017 ho fatto un corso da apicoltore: teoricamente avrei dovuto solo accompagnare mio papà, ma a lui è “scappata la poesia” dopo alcune punture, mentre io ho continuato e… la passione è cresciuta sempre più. Ho piazzato le prime arnie qui ai Monti, per poi trasformare l’ex baracca degli attrezzi in un apiario in piena regola. Ai tempi vivevo a Quartino, ma ben presto ho capito che fare su e giù sarebbe stato troppo impegnativo. Ho quindi deciso di traslocare e oggi posso dire che è stata la scelta migliore che potessi fare».


A poca distanza, alcuni quadrupedi curiosi – e molto pelosi – ci scrutano, ruminando pacificamente. Il loro arrivo è, indirettamente, frutto del “lockdown”, durante il quale Andrea fu costretto a lavorare da casa, con mansioni burocratiche: mattina e sera dedicate al lavoro, pomeriggio dedicato ai lavori esterni. E proprio lì si sviluppò l’idea che lo porterà a ricreare un angolo di Sudamerica sui pendii gambarognesi.


«Ho pensato a come sfruttare sia i terreni attorno alla casa, sia la grande creatività e abilità di mia mamma nel lavorare i filati. Scartate da subito capre e pecore per il troppo impegno richiesto, la scelta è caduta sui camelidi, ossia lama e alpaca: sono consigliati per prati secchi (come i nostri), non sono troppo esigenti e sono abbastanza tranquilli. Bisogna solo fare attenzione a separare i pascoli da quelli usati da capre o mucche a causa del pericolo di contrarre il distioma epatico, malattia per le quali gli animali europei sono resistenti, mentre quelli sudamericani no».


Tosare, filare, tessere

Mamma Maggie, che da alcuni anni vive anch’essa ai Monti e dà una mano al figlio («Il suo aiuto è fondamentale, senza di lei qui funziona niente!»), porta in tavola alcuni gomitoli: su ognuno si può leggere il nome dell’animale dal quale proviene, sicché capita di sentire frasi come “Sailor è ruvido” e “Lucifero è come seta, perché è Suri”. Lama e alpaca si suddividono difatti in diverse razze, tutte rappresentate nel gregge di Andrea: oltre ai lama Suri, con una fibra molto lunga e che cresce velocemente, ci sono i Wooly (che da vedere «sembrano popcorn») e i Classic (con poco pelo e le gambe glabre), così come ci sono gli alpaca Suri e gli Huacaya.


«I prodotti si vendono abbastanza bene e spesso facciamo ordini su richiesta, ad esempio per calze o felpe. A funzionare, soprattutto nei mercatini, sono i gomitoli: fortunatamente, sembra che sia tornata la moda del passare le serate a sferruzzare. Adesso abbiamo 7 lama e 6 alpaca, con ben 3 giumente incinte, e tutti condividono lo stesso pascolo. Vanno d’accordo, dato che bene o male parlano la stessa lingua. A cambiare è la stazza, la forma delle orecchie e il carattere: i lama sono meno diffidenti e più recettivi, mentre gli alpaca sono più paurosi e sospettosi. Entrambi non sono molto da coccole, ma sanno comunque “dare” tanto. La domanda più frequente che mi fa chi viene a trovarmi è… se sputano davvero. In effetti sì, ma solo tra di loro, per definire la gerarchia interna alla mandria».


Una foto storica dell’eremita dei Monti di Gerra, Attilio Sartori, scomparso nel 1982. Foto: azienda l’Eremita.
Una foto storica dell’eremita dei Monti di Gerra, Attilio Sartori, scomparso nel 1982. Foto: azienda l’Eremita.

A spasso con i lama

Se gli alpaca si fanno preferire per il loro vello, la grande docilità dei lama li rende invece accompagnatori ideali per escursioni. Dopo un primo periodo dove il suo “Lama trekking” veniva pubblicizzato tramite passaparola, il nuovo sito internet ha permesso di renderlo noto al grande pubblico.


«Ad essere interessati sono soprattutto i turisti, ma anche molti locali: spesso sono famiglie con bambini che cercano un’idea alternativa per la festa di compleanno. I bambini sono beati, anche perché possono tenere i lama al guinzaglio e questi non tirano né cercano di scappare. Recentemente ho preso dei basti, così da poterli caricare e ho aperto nuove vie: oltre alle traversate fino ai Monti di Sant’Abbondio e ai Centocampi, saliamo anche all’alpe di Cedullo e all’oratorio di Sant’Anna. Sto valutando di proporre la salita alla Capanna Gambarogno, con cena e pernottamento, ma questa è musica del futuro!»


Oltre alla collaborazione col progetto Scuola in fattoria, un occhio di riguardo è dato al brunch del 1° agosto, per il quale si cucina la polenta sulla vecchia stufa in ghisa che usava l’eremita. I 40 posti a disposizione si esauriscono in poche ore, ma poco male: Andrea e la sua famiglia triplicano la festa, proponendola anche nelle due domeniche successive.


«Gli impegni si accumulano, tant’è che ho ridotto la percentuale lavorativa al 60% e per questo devo ringraziare il mio datore di lavoro per concedermi molta flessibilità. Per ora continuo con i miei mille progetti, l’ultimo dei quali è il recupero della selva castanile che si trova qui dietro casa, ritenuta degna di recupero da parte della Sezione forestale, così da poter aumentare la superficie pascolabile».


Annoiarsi mai

Mentre si avvicina la sera e mamma Maggie inizia a preparare la cena («Stasera stiamo leggeri: cazzöla!»), Andrea si siede sul “sasso dell’eremita”, un macigno sul quale si trovano scolpiti un volto e la scritta “ATTILIO SARTORI FILOSOFO”, per contemplare lo spettacolo silenzioso del tramonto dietro al Gridone.


«Quando ho dovuto decidere il nome della ditta, la scelta è stata logica. La stessa cosa vale per il logo, che riprende un suo ritratto. Tanti mi chiedono se non mi annoio, a vivere quassù, ma la risposta l’ha già data l’Attilio a suo tempo: erano riusciti a intervistarlo per il Natale del 1976, il video lo si trova online negli archivi RSI, e lui disse “Io non mi annoio mai. La noia, non so nemmeno cosa sia!”».

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