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Luigi Ernst, tra sogni di stoffa e veterinaria di valle

  • 24 apr
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 29 apr

Le portava con sé ovunque andasse. Erano capre e pecore di stoffa: piccole, ruvide, quasi grezze, ma abbastanza vive da animare una fattoria immaginaria nella sua testa di bambino. Le mostrava ai passanti al mercato della Piazza Grande e nelle vie della Città Vecchia, in una Locarno in fermento negli anni ’60. Poi le portava in valle, a Prato Sornico, da Alfredo Medici, il contadino con cui trascorreva le estati, dove imparava i primi gesti della vita rurale: mungere le vacche, sporcarsi gli stivaletti, falciare il fieno. Estate dopo estate.


Luigi, a 3 anni, con le pecore di stoffa durante le vacanze estive a Prato-Sornico.
Luigi, a 3 anni, con le pecore di stoffa durante le vacanze estive a Prato-Sornico.

Nome: Luigi Ernst.

Anno e luogo di nascita: 1955, Locarno.

Residenza: Prato-Sornico, Val Lavizzara.

Formazione: medicina veterinaria a Zurigo,

facoltà Vetsuisse.

Professione: veterinario di condotta della Vallemaggia (1991–2025).

Ambito di lavoro: animali da reddito (bovini, caprini, ovini, suini e cavalli).

Attività parallele: Macello di Locarno; Servizio veterinario di confine a Brissago; attività caprina dal 2003.

Famiglia: sposato con Rosa; tre figli: Nelson, Attila e Tiago.

Oggi: in pensione dal 2026, collabora nella fattoria del figlio Nelson, Azienda Agricola Ernst.

 

Durante l’anno frequentava le scuole a Locarno – prima le elementari, poi le medie e infine il liceo – mentre il padre Bruno, dentista, lo immaginava da grande in uno studio ordinato, tra strumenti sterili e pazienti esigenti. Ma ogni fine anno era di nuovo un ritorno in valle, e lì quel legame con la terra si consolidava, più forte di qualsiasi altro percorso possibile. Luigi, infatti, non si riconosceva in quel futuro cittadino. Dentro di sé gli era già chiaro: una vita all’aria aperta, tra animali e strade di valle da percorrere anche in caso d’urgenza.


Tra nascite e veterinario di condotta

Per intervistarlo, lo incontriamo nell’azienda di allevamento caprino del figlio Nelson, a Broglio. Apprendista muratore, poi ingegnere, oggi contadino, Nelson ha rilevato nel 2023 l’attività avviata dal padre trent’anni prima.

Quando io e Nelson entriamo in stalla, Luigi è già in mezzo agli animali. È chinato accanto a una capra della razza Verzaschese, sdraiata sul fieno. Quando ci vede arrivare ci fa subito segno di tacere. «Zit. Fate piano».

Luigi sta assistendo a un parto. Non c’è spazio per altro. Interviene con calma, controlla le ultime fasi, poi il capretto appena nato prova a sollevare la testa.

Quando tutto è finito si sfila i guanti e si volta verso di noi. «Avete appena assistito al miracolo della vita», ci dice con un sorriso.

 

La scuola sul campo

C’è un’immagine che torna spesso nei  racconti di Luigi: quella di suo padre Bruno che lo immaginava altrove. «Mi avrebbe voluto con quello strumento in mano», dice ridendo e indicando la borsa da veterinario, da cui spunta lo stetoscopio, «ma non qui, tra capre, mucche e animali da allevamento». Nel 1975 inizia gli studi a Friburgo, dove il primo anno è comune a medicina, odontoiatria e veterinaria. In seguito si orienta verso veterinaria e prosegue a Zurigo, alla facoltà Vetsuisse. Quattro anni dopo consegue la laurea.

Nel 1981 incontra il dottor Bosia, veterinario di condotta nel Mendrisiotto: per Luigi, un vero mentore. «Durante il praticantato con lui ho imparato tantissimo», racconta.

Al suo fianco affronta il mestiere sul campo: spostamenti continui, decisioni rapide, interventi urgenti. Soprattutto nei casi più complessi, come i parti difficili, spesso legati a vitelli di grandi dimensioni. In quegli anni la fecondazione artificiale era già diffusa oltre Gottardo, ma meno in Ticino, dove la presenza del toro in stalla era ancora frequente. «Le complicazioni erano più comuni e bisognava essere veloci. Non c’era tempo da perdere».

 

Luigi si interrompe un attimo, lo sguardo lontano, come immerso nei ricordi. «Era una scuola dura, fatta di esperienza più che di teoria. Ma lì ho costruito le basi del mio futuro».


 

Luigi Ernst, ex veterinario di condotta della Vallemaggia.
Luigi Ernst, ex veterinario di condotta della Vallemaggia.

Due milioni di chilometri: tra penna, carta e beeper

In tutti questi anni, quanti interventi ha seguito?

«Centinaia, se non migliaia», dice. Ma sono le distanze che restano. In trentacinque anni ha percorso oltre due milioni di chilometri a bordo della sua Skoda, circa 60mila all’anno, come veterinario di condotta unico in Vallemaggia: da Avegno a Fusio, su per la Lavizzara, la Rovana e la Bavona. «Intervenire nelle stalle dei contadini da solo non era semplice: la vita degli animali dipendeva da me. Una grande responsabilità. Ma lo facevo con piacere, era una scelta di vita».

 

Tutto, rigorosamente, alla vecchia maniera

Prima dei cellulari, i contadini passavano dal suo cercapersone. «Quando ho iniziato, mi raggiungevano così, come i detective dei film americani», mi dice.

Le chiamate arrivavano al Macello di Locarno, dove lavorava al 60% – incluso il Servizio veterinario di confine a Brissago – mentre il resto del tempo era dedicato alla Vallemaggia. Da lì partivano le comunicazioni fino alle stalle della valle. «C’era un gran giro di telefonate, ma sono sempre stato puntuale con gli agricoltori: ha sempre funzionato», dice.


Poi arrivarono i primi cellulari, infine gli smartphone. Ma lui non cambia abitudini. Fino al pensionamento continua a lavorare con un telefono a tasti, mentre per bollettini, fatture e ordini di farmaci bastano ancora penna, fogli e carta carbone. «Non ho mai acceso un computer, né avuto una mail».

Un modo di lavorare oggi quasi impensabile, nell’era digitale, e che lui non ha mai cambiato. Anche durante le ispezioni del veterinario cantonale nel suo ufficio di Prato-Sornico. «All’inizio erano confusi nel vedermi tra pile di classificatori e fogli scritti a mano, invece che davanti a un computer e a documenti digitali, mentre cercavo il materiale necessario al controllo. Ma alla fine era sempre tutto in ordine».

 

Azienda Agricola Ernst: tre capretti di un mese e mezzo aspettano il latte caldo che Luigi dà loro ogni sera.
Azienda Agricola Ernst: tre capretti di un mese e mezzo aspettano il latte caldo che Luigi dà loro ogni sera.

Il mestiere che cambia

Tra bovini, caprini e ovini, il suo è sempre stato un lavoro fatto di gravidanze, parti, cesarei, vaccinazioni e prevenzione. Ma con il tempo, dagli anni Novanta in poi, l’agricoltura è cambiata  come in parte il suo lavoro. «Quando ho iniziato negli anni ’80 c’erano molti contadini», racconta. «In Val Rovana una ventina di aziende, piccoli greggi, poche bovine, produzione limitata. Poi molte hanno chiuso: i figli non sono subentrati». Le aziende rimaste si sono ingrandite. Più capi e latte, più pressione sul sistema. «Oggi si arriva anche a quaranta vacche per fattoria, con produzioni molto più alte».

Cambia così anche la medicina: più mastiti e squilibri metabolici, e maggiore complessità. «E un uso degli antibiotici molto più prudente, sempre in accordo con l’Ufficio del veterinario cantonale».

 

Il confine dell’imprevisto

A Peccia, negli anni Duemila, una chiamata interrompe la routine. Una vacca non riesce a partorire. Luigi parte subito. Stivali, giacca, strada di valle. Ma quando arriva, il vitello è già nato. Da solo, nella notte. Il problema è un altro: è sparito. Lo cercano ovunque, finché lo trovano poco sotto la stalla, in un ruscello. Sta bevendo acqua, tranquillo, come se fosse sempre stato lì. «Vispo come un pesce», ricorda.

Luigi sorride ancora oggi all’episodio. «La natura segue il suo corso e sa sempre sorprendere. Pensi di avere tutto sotto controllo, ma non è così; questo è uno degli aspetti che mi è sempre piaciuto di più del mio lavoro».

 

Rosa, una figura indispensabile

Nel 1990 decide di stabilirsi a Sornico. La valle diventa il suo centro di gravità. Non è una scelta immediata, ma un assestamento lento. La vita è dura, soprattutto d’inverno. La sera il silenzio pesa. «Ero contento del lavoro, ma sentivo il bisogno d’altro».

Nel ristorante Lavizzara, accanto a casa, incontra Rosa, arrivata dal Portogallo nel 1989. Tra una chiacchiera e un caffè la relazione rapidamente si consolida. «Ci siamo innamorati, lei è stata fondamentale negli anni successivi». Si sposano nel 1991 e arrivano tre figli: Nelson, Attila e Tiago. Il lavoro intanto cresce. Nel 1993 avvia un’azienda caprina, che negli anni si espande fino a 35 capi. Nel 2003 costruisce una stalla per un centinaio di animali, senza contributi pubblici. «Per tutte queste attività servivano stabilità e lavoro di squadra. Rosa è quindi stata indispensabile: senza di lei non ce l’avrei mai fatta».

Oggi Nelson porta avanti l’azienda e ha avviato anche la produzione di formaggio di capra.

 

Le pecore di stoffa tornano a casa

In pensione da dicembre scorso, tra caccia e pesca di trote nei riali della Vallemaggia, oggi Luigi ogni tanto aiuta il figlio Nelson in azienda, un modo per restare vicino al lavoro, e soprattutto alla valle.

 

Nel frattempo la Nera Verzaschese che abbiamo trovato al nostro arrivo in travaglio lecca il piccolo per asciugarlo. Luigi guarda la scena e sorride: «È tutto a posto, è normale così». Poi torna il silenzio. Lo stesso dell’inizio. E forse è lì che tutto si chiude davvero.

 

 

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