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«Contro l’abbandono degli alpeggi e la gestione burocratica e inefficiente dell’emergenza»

  • 24 ott 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Sabato siamo stati a Bellinzona alla manifestazione indetta dal Gruppo Territorio e Alpeggi, formato da varie organizzazioni agricole assieme alle condotte veterinarie.


I discorsi dopo il corteo.
I discorsi dopo il corteo.

Eravamo davvero tanti. Quanti? Ci si è chiesti più volte. 300? 400? 500? Gira voce che il giornalista del Tessiner Zeitung, di manifestanti, ne abbia inizialmente contati 1’000. Ma non è importante, perché i numeri non sono in grado di misurare le emozioni, le motivazioni e il vissuto della tanta gente che sabato era a Bellinzona a esprimere il proprio dissenso nei confronti dell’attuale gestione della “situazione lupo”.

 

Il suono dei campanacci

A suon di campanacci si è cercato di disturbare l’indifferenza. Le zone più discoste del Ticino sono scese in città indossando cappelli da pastore e imbracciando i tipici bastoni ricurvi in punta. Alcuni striscioni veicolavano una sincera esasperazione. Come rimanere indifferenti? Il messaggio non poteva essere più chiaro: Gli allevatori vogliono continuare ad allevare animali all’aperto, ma la sempre maggiore presenza dei lupi rende la coesistenza molto difficile, se non impossibile. Anche perché le possibilità di difesa autorizzate e a disposizione degli allevatori sono davvero poche. Due per dirla tutta: le recinzioni elettrificate e i cani da protezione. Ma queste misure, oltre ad avere i loro limiti, iniziano a mostrarne di nuovi.

 

Ormai i lupi sono scaltri

«I lupi sono sempre di più»: si parlava con Mariano Cominelli, allevatore di pecore, alla fine del corteo in Piazza della Foca. Mariano carica un alpeggio in Val Bedretto con 1’100 pecore assieme a pastori, recinti per la notte e cani da protezione per il pascolo di giorno. Quest’estate ha avuto sette predazioni con un bilancio di una ventina di animali morti e una trentina dispersi. «Ormai i lupi sono diventati scaltri: predano di giorno e sono sempre lì in agguato, osservando il gregge». «Scelgono il momento e il posto giusto per attaccare. In meno di cinque minuti, due lupi in coppia hanno predato 8 pecore, in pieno giorno e col bel tempo: quando pastori e cani se ne sono accorti avevano predato le prime cinque, poi le altre tre durante l’intervento dei cani». Poi, più volte, il pastore si è trovato il lupo di fronte, «e sta lì fermo, seduto, non scappa». «Poi una seconda volta i lupi hanno predato 3 pecore e ferito gravemente un cane, bello grosso, da 70 chili. L’hanno lacerato da dietro la testa fino al collo: sta guarendo in questi giorni». «Poi una volta un mio cane l’ha preso il lupo, gli ha strappato del pelo e pensavo sarebbe servito». Ma niente da fare, «i giorni seguenti era di nuovo nei dintorni». Quest’anno i lupi attaccavano almeno in due, se non di più, assieme.

 

La manifestazione “Contro l’abbandono degli alpeggi”.
La manifestazione “Contro l’abbandono degli alpeggi”.

Tanta la politica quanto la polarizzazione

Il tema dei lupi in Ticino è molto politicizzato. E la società molto polarizzata sull’argomento. La manifestazione di sabato è stata accompagnata in particolare dai “partiti di destra”. Ma come scriveva bene Giovanni Berardi sugli adesivi che aveva fatto stampare qualche anno fa: “L’agricoltura serve a tutti!” Per riassumere brevemente le parole espresse dai rappresentanti dei partiti in piazza del Governo, si può dire che il coordinatore della Lega dei Ticinesi, Daniele Piccaluga, ha promesso che «Questa dimostrazione di malcontento verrà portata fino a Berna se non cambia la situazione». Piero Marchesi dell’UDC ha criticato l’autorità cantonale di «Non sfruttare i margini a disposizione concessi dalla Confederazione». E Fabio Regazzi del Centro ha ribadito il «fallimento della Strategia Lupo». Poi è stato il turno di Tiziano Zanetti, che ha parlato più in veste di presidente dell’Alleanza patriziale piuttosto che di rappresentate di partito, per opporsi in particolare all’abbandono degli alpeggi: «Sono anni che chiediamo una risposta concreta dal Consiglio di Stato. Oltre a soldi pubblici, altri 200 enti hanno investito milioni di franchi per sistemare gli alpeggi che gli alpigiani mantengono in vita producendo alimenti. Serve una maggiore tutela».

 

«Ci dicono come fare il nostro lavoro»

È seguito il discorso dell’allevatrice di capre Tatiana Guerra, in cui ha espresso ciò che non funziona: «Ci dicono come fare il nostro lavoro e non possiamo permetterci il minimo errore». «Stiamo chiedendo troppo ai nostri animali», ha aggiunto a proposito della convivenza fra animali da reddito, predatori e recinti, «li facciamo vivere contro natura e le conseguenze sono l’aumento dei parassiti e di zoppie, i problemi di fertilità e i disturbi del comportamento». «Bisogna agire subito»: è stato l’appello di Sem Genini. Il vicepresidente dell’APTdaiGP Sandro Rusconi ha messo in allerta sui rischi per l’essere umano mentre l’ex presidente Armando Donati ha ricordato la cronistoria delle quattro volte che è stato davanti al Governo e che gli hanno fatto perdere la fiducia nelle autorità.

La neopresidente dell’associazione, Roberta Soldati, ha poi ricordato a tutti di firmare la petizione “Basta perdere tempo!” (www.agriticino.ch).

 

L’allevamento di montagna non è retaggio del passato

In generale, dai discorsi politici, la richiesta principale emersa era una: sfruttare il margine di manovra autorizzato dalla Confederazione. A giusta ragione, ci mancherebbe. Però, di altre soluzioni concrete, come del sostegno statale finanziario ad assumere un pastore – che inizialmente c’era ma ora non più – non si è detto niente. Vien da sé che una soluzione di questo tipo ha senso solo se si evita che i pastori si trovino faccia a faccia con i branchi. Ma al di là di soluzioni più o meno percorribili, una cosa è chiara: il lupo ha una presenza troppo invasiva nell’ecosistema dove operano le aziende di montagna. E per quanto benefica possa essere l’attività del lupo sulla biodiversità, è l’essere umano, dotato della ragione, a essere il vero custode della biodiversità. Le preziose prestazioni agro-ecologiche garantite da millenni dall’allevamento estensivo di montagna non possono sparire sotto il bosco. Anche perché sono essenziali per affrontare le sfide che ci spettano, come società, nel prossimo futuro. «L’allevamento al pascolo, più che una tradizione, è una ricchezza da tutelare», si è potuto leggere su uno dei cartelli preparati per la manifestazione.


Per fortuna, sabato a Bellinzona, di giovani allevatori e allevatrici ce n’erano tanti.

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