Di pecore, pastorizia e… capre
- 10 lug 2025
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La 5a Giornata nazionale del pastore di pecore, organizzata da Agridea e tenutasi a Illnau (ZH), è stata all’insegna dell’esperienza pratica e della riflessione sulla realtà della pastorizia in Svizzera. Ed ha anche affrontato il vecchio pregiudizio che pecore e capre si escludano a vicenda.
Nella sala ricavata dal vecchio fienile dell’azienda Güggenbühl, le rondini sotto al soffitto accompagnavano le presentazioni.
Qual è la realtà dei pastori di pecore in Svizzera oggi? Ci si è chiesti in un contesto evidentemente diverso rispetto al passato, fatto di recinti di protezione e cani da guardiania, lotta a vecchie e nuove malattie e con la necessità di trovare e soprattutto formare personale competente.
Tutto questo senza dimenticare sé stessi perché, come evidenziato da Kasimir Schuler, uno dei relatori presenti: «si pensa alla sicurezza degli animali ma meno alla propria».
Durante la 5a Giornata nazionale del pastore di pecore tre dei sei relatori erano pastori che hanno parlato delle loro esperienze su alpeggi singoli (capre o pecore) e uno misto, condividendo la loro esperienza sull’allestimento dei recinti diurni e notturni e sulla preparazione di aree di emergenza in caso di nebbia o nevicate. Oppure come impiegare le capre al meglio per la gestione delle superfici imboschite perché, come notato dalla pastora di capre Tabea Baumgartner, «le capre apprezzano i germogli di piante e arbusti per la prima mezz’ora, ma non ci si può aspettare che mangino solo quelli».
Pecore e capre allo stesso alpe e 30 ettari recuperati
Secondo un luogo comune: un alpe o è per pecore o per capre. Si tratta di animali troppo diversi tra loro, con differenti necessità e che richiederebbero un continuo barcamenarsi, complicato da una maggiore facilità di trasmissione delle malattie tra le due specie. È per questo che, fra gli alpeggi misti, sono molto più diffusi quelli con mucche da latte e capre.

Il padrone di casa Bruno Zähner la pensa diversamente. Da anni carica l’alpe di Zanai (SG). Inizialmente solo per ovini, nel corso degli anni le 5 capre «prese per curiosità» sono aumentate a 200. L’idea era di sfruttarle per ridurre l’imboschimento, essendo meno schizzinose delle pecore in tal senso (escluse quelle Engadinesi). Ovviamente senza compromettere la salute degli animali o la qualità del loro latte. I recinti devono quindi contenere un’adeguata proporzione di arbusti e di pastura e l’intervento umano segue quello animale per rimuovere meccanicamente le piante brucate. Le superfici recuperate verranno poi mantenute dalle pecore. Una strategia integrata e caparbia che ha permesso di recuperare 30 ettari di alpeggio in 10 anni e una riaffermazione dei benefici dell’alpicoltura anche per il territorio.
La zoppina e l’alpeggio
Nella sua presentazione sulla zoppina, Sven Dörig, responsabile della sezione ovini del Servizio consultivo e sanitario piccoli ruminanti (BGK-SSPR) ha ripercorso l’arrivo della malattia in Svizzera tramite alcune pecore del Württemberg nel 1929 e la sua diffusione, fino all’avvio dei primi progetti negli anni ’90 quando si dimostrò che il risanamento era possibile. La campagna nazionale per l’eradicazione ora in corso ha dunque radici e preparazioni profonde, ma richiede comunque un impegno e un investimento non indifferenti da parte degli allevatori. Specialmente in questo periodo, tra fienagione, lotta alla lingua blu, la preparazione all’estivazione e l’incertezza legata alle analisi positive. L’auspicio di Dörig è che Confederazione e Cantoni siano meno rigidi nell’applicazione delle limitazioni al carico degli alpeggi nei primi anni.
Anche l’accompagnamento dei Cantoni varia: nel canton Berna, dopo il secondo risultato con presenza del batterio nel gregge, un consulente cantonale si reca in visita nell’azienda per un’analisi volta a trovare misure correttive, mentre in Turgovia gli animali vengono trasportati, trattati in una struttura apposita e riportati in azienda. In Ticino il ricorso ai consulenti è invece volontario e interamente a carico degli allevatori.
Rispondendo a una domanda del pubblico sulla possibilità che le pecore risanate e portate all’alpeggio vengano reinfettate dai selvatici, Dörig ha rassicurato che «ora sappiamo che il batterio è sempre introdotto dagli animali da reddito, non persiste tra le popolazioni di selvatici».
I workshop pomeridiani erano invece dedicati ai prodotti caseari di latte ovino, alla conciatura delle pelli di pecora e alla lavorazione della carne di agnello: anche in questo caso un misto di esperienza pratica e spunti di riflessione.
Essere pastori oggi: il Manuale dell’alpe di pecore
La Giornata ha però avuto il suo evento nell’evento con la presentazione ufficiale del Manuale dell’alpe di pecore (Handbuch Schafalp). L’editore non poteva che essere Zalp, responsabile dell’omonimo sito dalla frequentatissima borsa del lavoro per il personale d’alpeggio, con sezioni sugli aspetti salariali e corsi di formazione. Oltre a pubblicare una rivista annuale dedicata all’economia alpestre. Recentemente l’UCT ha avviato una collaborazione con Zalp proprio per rafforzare i servizi in tale ambito.
Daniel Mettler, di Agridea, rievocando i primi passi del progetto su spinta del corso per pastore di pecore e di come si sia sviluppato lo ha definito «un lungo impegno professionale ed emotivo» arricchitosi dai contributi di pastori, allevatori, veterinari e ricercatori per trovare il difficile equilibrio tra esperienza pratica e umana, nozioni fondamentali, consigli e suggerimenti per i diversi compiti quotidiani. Gli 8 autori hanno infatti messo al centro del loro lavoro la volontà di produrre un testo che fosse utile e completo. Basta scorrere l’indice cercando di trovare una lacuna per rendersene conto: cosa tenere in considerazione se si farà la stagione con un’altra persona? Checklist a pagina 33. Quali medicamenti è consigliabile portare con sé? Pagina 54 per le persone, 147 per le pecore. Allestimento dei recinti, gestione dei cani da pastore e da guardiania, i tipi di erbe da foraggio… ogni aspetto trova una sezione o un capitolo apposito. L’unica pecca è la lingua: la prima versione è in tedesco, quella francese seguirà nei prossimi mesi, per quella in italiano purtroppo non si sa ancora niente.

Pastori lo si può diventare seguendo una formazione?
Gli autori notano come dal ritorno dei grandi predatori non solo è aumentata la richiesta di pastori, ma è cambiata anche la loro provenienza: non vengono più solo da un contesto agricolo, e il numero di donne è aumentato. Si delineano nuove realtà e nuove necessità e la formazione può fornire quella base di conoscenze che in altri tempi sarebbero state acquisite in giovane età e direttamente sul campo. È per questo che dal 2009 Agridea ha sviluppato il corso di formazione per pastore di pecore nei Grigioni e in Vallese, a cui partecipano annualmente tra le 30 e le 40 persone. Per gli stessi motivi, in Austria è stato creato un corso per i pastori di ovi-caprini. Anche in Ticino, in seguito alla mozione di Lea Ferrari e cofirmatari, si sta lavorando alla creazione di una formazione per pastori, prevista a partire dalla stagione alpestre 2026.
Sempre in Ticino, esiste anche un’altra possibilità per chi vuole fare una prima esperienza come aiuto pastore in merito alla protezione delle greggi ed è Pasturs voluntaris, l’associazione che forma volontari per aiutare le aziende agricole di montagna ad allestire le protezioni quotidiane, che ha recentemente esteso le sue attività nel nostro cantone. E chissà, magari chi partecipa scoprirà di voler passare più tempo sull’alpe, occupandosi attivamente e completamente degli animali e decidendo di seguire una formazione professionale.
Ma quanto vale davvero una formazione?
Sfogliando il manuale mi cade l’occhio sul paragrafo “i limiti dei libri scolastici” e forse trovo la risposta: «l’importanza dell’esperienza vissuta mostra i limiti dei libri scolastici. Solo chi riuscirà a mettere radici con la pratica potrà “imparare facendo”. Far incontrare i maestri dell’arte con chi ha appena iniziato è importante quanto un regolare scambio di esperienze tra pastori di pecore e di altri animali». Un principio anche alla base della Giornata a cui ho partecipato.
Laura Helbling, una delle pastore intervistate per il libro, interpellata in merito al Manuale ha dato una risposta sensibile che è anche il miglior giudizio sul libro: «più che leggendo la parte che mi riguardava, è leggendo le altre che mi sono trovata fortemente in risonanza, a dirmi che anche io avevo vissuto quella sensazione o quell’esperienza». Parola di pastora.
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