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Dialogando sulla biodiversità

  • 13 feb
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 9 apr

Mercoledì 14 gennaio, presso l’Azienda AgriDaMe di Lodrino, si è svolta la tavola rotonda su “Come favorire la natura presso la propria azienda agricola”, organizzata da BirdLife Svizzera, Ficedula e dal Progetto d’interconnessione Interriviera.


Cumulo di rami e giovani arbusti di specie indigene. Foto: BirdLife/Ficedula.
Cumulo di rami e giovani arbusti di specie indigene. Foto: BirdLife/Ficedula.

L’incontro ha riunito agricoltori, viticoltori e professionisti impegnati nella tutela della biodiversità e nei progetti di interconnessione, con l’obiettivo di confrontarsi su pratiche concrete, risultati e difficoltà. A coordinare la serata è stato Eric Vimercati, collaboratore scientifico di BirdLife Svizzera, che ha introdotto la serata come «un momento per parlare liberamente dell’impegno, dei risultati ma anche delle difficoltà».

Le risposte emerse si sono concentrate sulle esperienze pratiche e le misure promosse da BirdLife e Ficedula: realizzazione di siepi naturali, piantumazione di alberi ad alto fusto, recupero di muri a secco, creazione di mucchi di rami e sassi ai margini dei campi per la piccola fauna, introduzione di bande fiorite e gestione differenziata delle superfici agricole. Elementi presenti nel paesaggio rurale tradizionale, che assumono oggi il valore di infrastrutture ecologiche, capaci di offrire rifugio e nutrimento, luoghi di nidificazione e continuità per la fauna: elementi essenziali di sopravvivenza per molte specie.


La biodiversità funziona solo se fa sistema

È emersa un’idea condivisa: la singola misura funziona solo se inserita in un sistema. Una siepe isolata o una cassetta nido priva di un contesto adeguato difficilmente producono risultati. Continuità spaziale e diversità strutturale sono invece determinanti: è questo l’obiettivo dei progetti di interconnessione, che puntano a creare relazioni tra gli elementi del paesaggio.

Maurizio Cattaneo, titolare dell’azienda Orticola Bio Cattaneo di Lodrino, ha ricordato che: «Una volta c’era talmente tanta biodiversità che non ci facevi caso. Oggi, se fai la compensazione lontano dal luogo di produzione non ne vedi i risultati. Se vogliamo che funzioni, dobbiamo farla dove si produce. Da qui nasce l’idea di interconnessione: dobbiamo cercare di dipendere il più possibile dalla natura». Oggi servono quindi scelte consapevoli.

Risultati concreti, ma non automatici

BirdLife Svizzera e Ficedula sono attive da anni in progetti di conservazione, studio e monitoraggio in collaborazione con il mondo agricolo. Patrick Heitz, collaboratore scientifico di BirdLife, ha sottolineato il valore delle siepi: «Dopo qualche tempo che metti in piedi una siepe e vedi arrivare un’averla piccola, è una bella soddisfazione». I risultati non mancano: il ritorno e la stabilizzazione di alcune specie, come la civetta e l’upupa e, più recentemente, l’attenzione crescente verso l’assiolo, ne sono un esempio. Chiara Scandolara, responsabile della sede ticinese, ha ricordato come dal 2004 a oggi in Ticino le coppie di civetta siano passate da quattro a ventiquattro grazie anche alla piantumazione di centinaia di alberi ad alto fusto e di migliaia di arbusti, e alla posa di cassette nido specifiche, in particolare sul Piano di Magadino e nel Mendrisiotto. Allo stesso tempo, ha evidenziato un limite chiaro: «Sappiamo che le misure funzionano, ma non sempre abbiamo le risorse per monitorarle. Per questo è importante anche il contributo degli agricoltori, e li invitiamo a segnalarci eventuali osservazioni».


Quando la biodiversità contribuisce alla produzione

Diverse esperienze emerse nel corso della serata hanno mostrato come l’impegno a favore della biodiversità possa tradursi in benefici concreti, sia ecologici sia produttivi.

Sempre Maurizio Cattaneo ha raccontato come nella sua azienda bande erbose e siepi siano diventate veri e propri elementi di equilibrio tra produzione e natura: «Abbiamo creato una banda erbosa come tramite tra l’ecosistema produttivo e quello naturale. Ci serviva polline e nutrimento da dare ai contro-parassiti: prima arrivano le coccinelle, poi gli afidi. Per la siepe abbiamo inserito una buona percentuale di piante a bacche, con fioriture diverse nel corso dell’anno – nocciolo, viburno, biancospino – così da garantire risorse continue». In questo contesto rientrano anche i maggesi fioriti annuali, oggi in fase di sperimentazione. BirdLife è alla ricerca di superfici adatte, pur riconoscendo le difficoltà legate alla gestione delle neofite, una su tutte la Cespica annua. Fatto sta che la fioritura prolungata offre risorse essenziali per gli insetti impollinatori e contribuisce alla produzione di semi, fondamentali anche come fonte di nutrimento per l’avifauna. Guardando agli effetti sul campo, sono emersi esempi concreti: rondini e passeri nelle stalle che contribuiscono a ridurre la presenza di mosche, ricci che trovano rifugio nelle siepi. Quest’ultimo esempio è stato portato da Flavia Anastasia, che ha raccontato l’esperienza della sua azienda di allevamento caprino a Claro: «Da qualche anno abbiamo messo una siepe che separa i campi dalla strada cantonale. All’inizio qualche problemino c’era, ma oggi è bella da vedere e serve da barriera contro il rumore e l’impatto visivo della strada, e pure per trattenere i rifiuti, che vengono così raccolti. Poi abbiamo intravisto anche un nido di riccio». Un intervento che evidenzia come le misure possano svolgere funzioni multiple, anche per la qualità del suolo, come ha aggiunto Cattaneo: «Per noi è importante che la banda erbosa diventi un luogo di riproduzione per funghi e batteri. Queste fasce funzionano come propagatori di microrganismi che vengono a mancare sul resto del terreno».

Le misure a favore della biodiversità non sempre si integrano facilmente nelle pratiche agricole correnti: la presenza di siepi o alberi ad alto fusto, pur offrendo numerosi vantaggi ecologici, può rendere più complesse le operazioni di sfalcio o la gestione dei macchinari. L’agricoltore Gianpiero Cassina, di Croglio, appassionato di muretti a secco, lo ha riassunto così: «Ho piantato alberi ad alto fusto e siepi per favorire l’arrivo degli uccelli e per rinfrescare l’ambiente. Anche se, quando si tratta di sfalciare, danno un po’ fastidio». È in questo equilibrio delicato che si gioca una parte importante della sfida: trovare compromessi praticabili, adattare le soluzioni al contesto aziendale e accettare che non esistano ricette universali valide per tutti.

Muro a secco con cavità per upupa. Foto: BirdLife/Ficedula.
Muro a secco con cavità per upupa. Foto: BirdLife/Ficedula.

Coltivare conoscenze

Accanto a questi esempi, è emersa anche la dimensione della sperimentazione: vani nei muri a secco per la nidificazione dell’upupa, vecchi tronchi con cavità lasciati intenzionalmente per attirare specie come il torcicollo. Seguono le osservazioni sul campo e l’attesa di scoprire una specie particolare. Tentativi che richiedono tempo e adattamento, ma che contribuiscono a costruire conoscenza.

Il tema della potatura ha aperto una riflessione sulla cura nel tempo e sulla perdita di alcune competenze pratiche. Mauro Giudici della Ganna, viticoltore di Malvaglia, ha ricordato come ogni albero abbia bisogni specifici e come le tecniche varino notevolmente tra alberi ornamentali e alberi da frutto. «Sugli alberi adulti», ha sottolineato, «è essenziale rispettarne la struttura, evitando interventi invasivi che possono favorire l’ingresso di funghi e parassiti». Su questo punto è intervenuto anche Eric Vimercati, ricordando che piantare non basta: «Piantare non è sufficiente, bisogna dare un seguito. È importante accompagnare le piante nel tempo, imparare le tecniche di potatura – ad esempio attraverso percorsi come quelli proposti dalle nostre associazioni in collaborazione con gli esperti di ProFrutteti (o dai Frutticoltori, ndr) – se si vogliono risultati anche a livello di produzione». La potatura emerge così come un sapere che si costruisce con l’esperienza, e che incide sulla qualità del raccolto e sulla riuscita complessiva delle misure a favore della biodiversità.


Difficoltà strutturali e modelli produttivi

La discussione si è progressivamente allargata, toccando questioni più ampie e problematiche strutturali: l’intensificazione della produzione, l’indebitamento delle aziende, i costi dei macchinari e il rispetto delle norme, così come la difficoltà di collaborare e condividere risorse.

È emersa una riflessione critica sul modello agricolo dominante, che spinge verso animali sempre più performanti, investimenti sempre più elevati e margini sempre più ridotti. Ci si è interrogati anche sulla sostenibilità di alcune colture e degli alpeggi. Ad esempio, il mais fatica a completare il ciclo, e si pensa ad alternative come il sorgo, mentre in alpeggio la carenza di acqua e di nutrienti si traduce in una riduzione della produzione di latte. Una situazione che solleva dubbi sulla capacità di questi sistemi di reggere nel tempo senza un ripensamento delle pratiche e delle scelte produttive. Vasco Ryf, allevatore di mucche nutrici nelle Centovalli, si è interrogato su alcune scelte oggi diffuse: «Mi fa strano vedere mais coltivato sul fondovalle per alimentare animali erbivori. Ho scelto le mucche perché sono l’animale più adatto al territorio che ho a disposizione. Abbiamo davvero bisogno di animali sempre più performanti? Con un prezzo del latte che continua a scendere, ne vale la pena?»

Flavia Anastasia ha parlato di «un circolo senza uscita» e il suo compagno Mattia Waser ha sottolineato l’indebitamento di molte aziende e la necessità di continui compromessi per sopravvivere «A fine anno i debiti vanno pagati. Se non hai una certa produzione e un potere di guadagno sufficiente, la storia finisce», aggiungendo ironicamente che «quando finisci di pagare un trattore, devi già comprarne uno nuovo».

Il tema dei grandi investimenti è tornato più volte, insieme a quello dei costi legati ai controlli e al rispetto delle norme. Giudici della Ganna ha sottolineato anche un aspetto culturale: «Abbiamo tutti macchinari che utilizziamo una volta all’anno. Se ci fosse più condivisione, potremmo ridurre le spese. Ma siamo ancora molto legati al campanilismo e allo status quo».

È stato affrontato anche il tema dell’allevamento caprino in Ticino, sempre meno estensivo e sempre più oneroso, anche a causa delle limitazioni imposte al vago pascolo e dall’arrivo del lupo. Una situazione che mette in evidenza una contraddizione. «Se le capre non possono più pascolare, finiscono in stalla. Devi comprare fieno e mangime. Il risultato è una trasformazione dell’allevamento caprino verso forme sempre più intensive, con più costi, meno margini e anche nuove problematiche sanitarie», ha spiegato Flavia Anastasia.

Questa evoluzione solleva una contraddizione più profonda: da una parte politiche che promuovono la biodiversità e la manutenzione del territorio, dall’altra scelte che finiscono per limitare proprio quelle pratiche — come il pascolo estensivo — che storicamente hanno contribuito a mantenere paesaggi aperti e ricchi di specie. Si apre così anche il tema dell’imboschimento, Danilo Barelli, proprietario dell’agriturismo di Lodrino dove ha avuto luogo la serata, ha aggiunto: «Non lasciando pascolare gli animali, il territorio si chiude, aumentano le neofite e, con l’aumento delle temperature, la vegetazione sale sempre più in alto». Le conseguenze si riflettono anche su alcune specie: il fagiano di monte tende a diminuire dove il territorio si imboschisce, mentre lo stiaccino è più frequente a maggiori altitudini.

Secondo Mattia Waser, il nodo centrale resta l’intensività: «Il Ticino si differenzia dal resto della Svizzera. Bisognerebbe ragionare partendo dal nostro territorio e non applicare modelli standardizzati». E anche la collaborazione tra i contadini non sempre funziona alla perfezione. Constatazioni che riassumono bene la complessità delle sfide emerse: economiche, culturali e politiche, intrecciate tra loro e difficilmente risolvibili senza un ripensamento più ampio dei modelli produttivi. 


Infrastruttura ecologica - prato estensivo con mucchi, alberi ad alto fusto e arbusti. Foto: BirdLife/Ficedula.
Infrastruttura ecologica - prato estensivo con mucchi, alberi ad alto fusto e arbusti. Foto: BirdLife/Ficedula.

Considerazioni sull’incolto

Nel corso della serata è emerso anche un tema meno intuitivo: quello del disordine apparente come valore ecologico. Chiara Scandolara ha ricordato come alcune aziende mostrino risultati sorprendenti proprio grazie a una gestione meno “pulita” del paesaggio: «Dai nostri studi in Riviera abbiamo visto che in alcune aziende il “disordine” porta risultati concreti: torcicollo, upupa, saltimpalo. Non tutte le specie reagiscono allo stesso modo, ma alcune tornano proprio grazie a queste strutture». Un’osservazione che invita a rimettere in discussione l’idea di ordine produttivo come unico criterio di qualità del paesaggio agricolo. Nel corso del tempo sono cambiate le misure, i macchinari, le sensibilità e i bisogni. Resta centrale l’approccio sul lungo periodo e la capacità di creare sinergie tra agricoltura, ecologia e conoscenza pratica. Come dimostrato dalla serata di Lodrino, da un’esperienza ne nasce spesso un’altra, e il dialogo resta uno degli strumenti più efficaci per costruire paesaggi agricoli vivi, produttivi e ricchi di biodiversità.

 

BirdLife Svizzera e Ficedula proseguono con la promozione delle misure concrete di conservazione delle specie dedicate al paesaggio agricolo tradizionale (alberi d’alto fusto, siepi, cassette nido ecc.). Per maggiori informazioni gli agricoltori o i privati interessati a partecipare possono contattare: ticino@birdlife.ch, 091 795 12 80.  Maggiori informazioni alla pagina  www.birdlife.ch/ticino

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