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L’annosa questione di reperire mano d’opera qualificata all’alpe

  • 2 giu
  • Tempo di lettura: 7 min

Alla fine d’aprile sono stati pubblicati i risultati di uno studio della BFH-HAFL, la Scuola universitaria professionale di Berna, che analizzava i principali fattori della difficoltà di trovare personale esperto e qualificato per la stagione alpestre.

Il problema è emerso come uno dei principali anche dai risultati del sondaggio che la Società Ticinese di Economia Alpestre (STEA) ha condotto presso i propri associati. Ma quali sono le cause? E soprattutto che margine di manovra c’è per migliorare la situazione?

«Il numero di alpeggi che non riesce a trovare personale esperto e qualificato è in costante crescita negli ultimi anni». Così riferiscono, in base allo studio HAFL, i 17’000 responsabili d’alpeggio in Svizzera che sottolineano come le difficoltà si riscontrino «soprattutto per i ruoli di responsabilità, quelli legati alla gestione del bestiame o alla produzione di formaggio». Ancora una volta emerge la distanza che separa l’idillio della vita all’alpe dipinto da alcuni e una realtà lavorativa che se ne discosta e di parecchio. I ricercatori della BFH-HAFL oltre a indagare le cause della difficoltà di trovare personale esperto si è anche chiesta come mai in diversi casi ci sia personale esperto che non torna nello stesso alpeggio la stagione seguente.

Brune alpine in Garina Püsced. Foto d’archivio.
Brune alpine in Garina Püsced. Foto d’archivio.

La durata media d’impiego di personale formato è di tre anni e c’entra, e molto, anche il resto dell’anno e le possibilità lavorative “a valle”.

Come dichiarato da Sandra Cotzen, docente alla BFH-HAFL e coautrice dello studio, «chi passa diversi mesi all’anno all’alpe per lavorarci d’estate, è costretto a organizzarsi per trovare soluzioni che siano sostenibili per il resto dell’anno e questo non solo sul piano professionale, ma anche su quello privato». Le difficoltà nel gestire questa vita ibrida, divisa tra due luoghi, aumentano di fatto con l’avanzare dell’età «ad esempio quando si vuole metter su famiglia». Naturalmente non sono da trascurare le condizioni di impiego all’alpe. «Il ritorno di personale formato dipende anche dal contratto di impiego, le condizioni di assunzione, l’organizzazione del lavoro e la gestione del personale», riassume Alexander Röösli, anche lui coautore dello studio. A questi elementi bisogna aggiungere l’apprezzamento da parte del datore di lavoro, la certezza della pianificazione, una comunicazione trasparente e una gestione che sia il più professionale possibile. Non da ultimo contano anche salari adeguati, che aumentino in base all’esperienza acquisita. Un altro punto emerso dallo studio è che per molti il lavoro all’alpe è ancora visto come una fuga dalla società, una specie di bolla.

Un dato certificato dallo studio è che quando manca continuità con il personale e si hanno avvicendamenti frequenti, avviene naturalmente una perdita di conoscenza e la gestione degli alpeggi ne risente.

Per risolvere il problema della mancanza di manodopera formata per l’economia alpestre è necessario intervenire su più piani e con misure diverse. Lo snodo fondamentale, per gli autori dello studio, risiede nel passaggio tra la stagione alpestre e quella a valle. «È questo il fattore determinante per molti. Servono senz’altro migliori intermediazioni tra le due realtà e un maggior riconoscimento delle competenze acquisite durante la stagione alpestre», riassume ancora Cotzen che invita il settore dell’economia alpestre a produrre documenti che certifichino l’esperienza professionale acquisita con attestati spendibili sul mercato del lavoro. Certo è che, e forse qui è più facile intervenire, vanno migliorate anche le condizioni di impiego all’alpe. Gli investimenti nelle infrastrutture, pur rimanendo fondamentali, infatti non bastano più. «È importantissimo costruire una relazione comunicativa che consideri le esigenze di entrambe le parti e orientata a soluzioni che non scontentino nessuno. In questo modo si possono risolvere molti problemi ancora prima che si presentino». Il comunicato stampa relativo allo studio della BFH-HAFL si conclude con una considerazione sulla presenza in futuro delle vacche sui pascoli alpini, che non dipenderà tanto dagli alpeggi in sé, «ma da condizioni quadro che considerino, oltre alla fatica e all’impegno che servono per lavorare all’alpe, anche le esigenze personali e famigliari di questo lavoro, sia durante la stagione alpestre che durante il resto dell’anno».

Gabriele Bernardi, casaro d’estate e informatico il resto dell’anno. Qui in una foto d’archivio all’alpe Vegorness. Quest’anno per la stagione alpestre tornerà a Pesciüm.
Gabriele Bernardi, casaro d’estate e informatico il resto dell’anno. Qui in una foto d’archivio all’alpe Vegorness. Quest’anno per la stagione alpestre tornerà a Pesciüm.

La testimonianza di un casaro ticinese

Nel corso degli anni e nelle uscite fatte in alcuni degli alpeggi ticinesi ho potuto conoscere qualche casaro e mi sono ritrovato confrontato con situazioni molto diverse tra loro. Di sicuro, in Ticino c’è un casaro-informatico (Gabriele Bernardi) e un casaro-architetto (Federico Cecconi), due persone che hanno trovato la via dell’alpe con un percorso personale difficilmente riproducibile, ma non sono gli unici, anzi: sono in molti in Ticino ad avere percorsi personali e storie di vita difficile da immaginare. E ci limitiamo ai casari. Di recente, in modo quasi spontaneo, si è formato un gruppo di casari con lo scopo di condividere problemi legati alla tecnica casearia, ma non solo. È senz’altro legittimo interrogarsi e confrontarsi anche sugli altri aspetti legati alla professione.

Tra di loro c’è anche Sergio Grossi, 46 anni, che dopo aver iniziato la formazione di casaro d’alpe nel 2020 è ormai attivo in Ticino da alcuni anni come casaro. Di formazione perito elettronico, nato in Svizzera ma cresciuto in Liguria, Sergio ha collezionato davvero molte esperienze lavorative e all’alpe ci è arrivato dopo aver installato centraline telefoniche, gestito una palestra di bouldering, sbarcato carbone al porto di Genova, passando anche per la ristorazione. «Per me già a 19 anni era chiaro che non avrei fatto lo stesso lavoro per tutta la vita. Ho iniziato subito a cercare qualcos’altro, qualcosa che mi appassionasse, e che mi piacesse fare. Anche per una crescita personale». Dopo aver letto i risultati dello studio, sembra un paradosso, ma lui è proprio così che è arrivato a lavorare all’alpe. E anche se mi conferma che uno dei problemi principali è legato alla visione romantica che in molti hanno dell’alpe, nelle cose che mi dice sembra ribadire quella visione. «In realtà, bisogna dirlo: la maggior parte delle persone non ha la più pallida idea di che cosa voglia dire lavorare all’alpe. C’è davvero poca conoscenza ed è davvero molto idealizzata. Per me resta però il lavoro che voglio fare. Perché è un lavoro che mi appassiona e che sono orgoglioso di fare. È un lavoro antico e sono fiero di partecipare alla produzione di un formaggio DOP. Quello dell’alpe poi è un lavoro che ti costringe a trovare un altro ritmo, a seguire il passo delle mucche e a rimetterti in gioco e in discussione ogni anno. A me è servito molto e mi serve ancora molto lavorare all’alpe. Mi ricarica e mi fa vivere al ritmo della natura». Ma quindi, fammi capire, tutto quello che è emerso dallo studio, secondo te non trova riscontri in Ticino?

Sergio Grossi mentre munge le Lacaune di Stefania Canonica a Leontica, nel breve periodo che separa il suo impiego presso il Caseificio del Gottardo dall’inizio della stagione alpestre.
Sergio Grossi mentre munge le Lacaune di Stefania Canonica a Leontica, nel breve periodo che separa il suo impiego presso il Caseificio del Gottardo dall’inizio della stagione alpestre.

«La parte più difficile della vita all’alpeggio sono le relazioni umane»

In realtà Sergio mi conferma i diversi punti critici emersi dallo studio della BFH-HAFL, ma ci tiene a sottolineare come forse, in base alla sua esperienza, la sfida principale sia riuscire a costruire relazioni che funzionino e una comunicazione efficace. Con il gestore, «ma anche con le persone che dovranno lavorare con te all’alpe». C’è forse, a monte, anche una grossa difficoltà per i contadini ad operare una selezione efficace del personale. «In questi anni mi sono reso conto che il tempo per incontrare e selezionare il personale d’alpeggio, i contadini spesso proprio non ce l’hanno. Si ha la sensazione che la formazione della squadra all’alpe sia un pensiero da togliersi, più che qualcosa in cui investire tempo». Parlando con Sergio ci siamo chiesti se non fosse magari il caso di organizzare un servizio per gestire le assunzioni all’alpe o quanto si faccia a livello di formazione per far sì che anche gli agricoltori sappiano gestire un colloquio d’assunzione. Per poi partire magari proprio da lì a chiarire quali sono le mansioni di ognuno e di chi è la responsabilità delle diverse operazioni.

Sergio, dopo due anni di lavoro come casaro in Garina Püsced, quest’anno farà la stagione all’alpe Croce Lucomagno come pastore.
Sergio, dopo due anni di lavoro come casaro in Garina Püsced, quest’anno farà la stagione all’alpe Croce Lucomagno come pastore.

«Per il salario varrebbe la pena definire una rapporto con il numero di capi»

Mentre parliamo, con Sergio, affrontiamo diverse questioni legate ad esperienze personali e facciamo un po’ fatica a rimanere nei termini del sondaggio. Tentiamo però di tornare alle domande di fondo. La questione del contratto e del salario. In Ticino come funziona? «Dipende molto», mi dice Sergio, si tratta infatti di questioni riservate condivise tra pochi. «Per quel che riguarda il contratto, anche se c’è quello di riferimento per l’impiego di personale all’alpe, non è sempre chiaro se il vitto e l’alloggio vengono dedotti o meno, oppure a chi spetta pagare la cassa malati, soprattutto se parliamo di personale che viene dall’estero. Credo che una buona base per partire sia chiarire fin da subito questi dettagli, assicurandosi che sia chiaro per entrambe le parti». E il salario? «Il salario in realtà può variare e anche non di poco, però non si capisce bene in base a quale criterio. È chiaro che la mole di lavoro in un alpeggio con 50 vacche è ben diversa da quella di uno in cui se ne caricano 120 e l’ideale sarebbe riuscire a definire una relazione tra numero di animali e paga del casaro. Ma anche questa è un’operazione che richiede diverse valutazioni e per cui è necessario prendersi del tempo». Certo la questione di avere un contratto collettivo chiaro e che specificasse tutti i diversi punti citati, farebbe già parte di quella comunicazione chiara e trasparente a cui accennava lo studio. Per quel che riguarda riconoscimento e apprezzamento, Sergio mi dice che in realtà c’è, ma è molto difficile che venga espresso verbalmente. E spesso anche la comunicazione, in genere, è fatta più di non verbale che di verbale, codici che vanno appresi col tempo.

Federico Cecconi, dopo qualche stagione passata come aiuto casaro di Marisa Martinelli in val Carassina, quest’anno lavorerà come casaro assieme a Sergio all’Alpe Croce Lucomagno.
Federico Cecconi, dopo qualche stagione passata come aiuto casaro di Marisa Martinelli in val Carassina, quest’anno lavorerà come casaro assieme a Sergio all’Alpe Croce Lucomagno.

E la questione del resto dell’anno?

In Ticino è ancora più sfaccettata, perché molto del personale impiegato nei nostri alpi viene dall’Italia e in alcuni casi il salario di cento giorni di stagione in Svizzera possono corrispondere o addirittura superare quello di un anno intero in Italia. «Quindi si potrebbe tranquillamente fare la stagione alpestre e poi andare a vivere all’estero il resto dell’anno», ma per Sergio è un’ipotesi remota anche se, mi dice: «è difficile trovare un lavoro il resto dell’anno e anche gli Uffici di collocamento spingono per un posto al 100%». Lui al momento lavora al Caseificio del Gottardo e non è l’unico dei casari d’alpe ad esser riuscito a trovare un impiego in un caseificio attivo tutto l’anno. In altri casi c’è chi trova impiego come operaio agricolo oppure ancora all’interno del settore con altre funzioni, ma è certo che un sistema collaudato e che funzioni per tutti non esiste. E la questione privata? «Anche lì bisogna valutare caso per caso. È chiaro, non è facile. Però c’è chi è riuscito, facendo il casaro d’alpe a tirar grandi tre figli anche in Svizzera. Ma forse quello dipende di più dall’altro lavoro, piuttosto che da quello che si fa all’alpe».

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