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Dove finiscono le case, e cominciano i campi

11 minuti fa
Tempo di lettura: 6 min

Un prato può essere edificabile anche se da anni viene falciato da un agricoltore. Sulla carta potrebbe diventare una casa, sul terreno continua invece a produrre foraggio. Ora che diversi Comuni devono ridurre zone edificabili troppo grandi, bisogna decidere quali terreni continueranno a essere edificabili e quali no. Una scelta che riguarda anche il futuro dell’agricoltura.


Cresciano 1930-2025
L’evoluzione a Cresciano dal 1930 al 2025.

Nella pratica non si parte da un foglio bianco: le linee che oggi bisogna ridisegnare sono il risultato di decenni di scelte, costruzioni e aspettative. Spostarne una su un Piano regolatore significa decidere del futuro di un territorio e mettere a confronto interessi diversi. Per l’agricoltore quel prato può essere una superficie produttiva, per il proprietario un patrimonio o il terreno sul quale immaginare la casa per sé o per i propri figli. Per il Comune è parte di uno sviluppo pianificato negli anni. E, visto da un po’ più lontano, è anche un pezzo di quel paesaggio di cui andiamo tanto fieri. La parcella è la stessa, a cambiare è lo sguardo.


Un confine andato perso?

Oggi basta attraversare molti paesi ticinesi per accorgersi che quella linea tra abitato e campagna è confusa. Il nucleo finisce, ma la campagna non comincia davvero. Arrivano una fila di villette, una strada, un parcheggio, alcune casette isolate nel verde, magari un Aldi o una Coop. Poi un prato. Poi un quartiere residenziale con servizi annessi. Più in là un capannone. È l’effetto di una crescita che per decenni ha portato l’abitato ad allargarsi verso l’esterno, mescolandosi sempre più alla campagna e rendendo l’automobile quasi indispensabile per gli spostamenti quotidiani. E con l’auto nuove strade, accessi e parcheggi. Nel frattempo, la vita si è spostata fuori dai vecchi nuclei, lasciandosi alle spalle edifici che hanno perso abitanti o sono ancora in attesa di essere recuperati. I campi, non formano più grandi superfici continue, ma si infilano tra un’infrastruttura e l’altra, finiscono contro una strada e riprendono dall’altra parte.


È su questo territorio che oggi bisogna tracciare linee e prendere decisioni. Con la revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio (LPT), accolta in votazione popolare nel 2013, la crescita deve concentrarsi maggiormente all’interno degli insediamenti esistenti. Da qui anche la necessità di ridimensionare le zone edificabili troppo grandi rispetto al fabbisogno dei successivi quindici anni. Per Sem Genini, segretario agricolo dell’Unione Contadini Ticinesi, non è un passaggio arrivato all’improvviso: «Per anni si è pianificato senza troppi limiti, sfruttando terreni e sapendo che prima o poi questo momento sarebbe arrivato».


campagna Adorna 1933-2025
L’evoluzione della campagna Adorna dal 1933 al 2025.

Le scelte di ieri

Che qualcosa stesse cambiando attorno ai campi ticinesi era già evidente cinquant’anni fa. A riportarci a quegli anni è Tiziano Fontana, presidente della Società Ticinese per l’Arte e la Natura (STAN), che richiama un articolo apparso sull’Agricoltore Ticinese il 16 maggio 1974: La Casa Brucia. Nato da una presa di posizione dell’Unione dei coltivatori di tabacco del Ticino e del Grigioni, denunciava la progressiva scomparsa delle superfici coltive, citando la Campagna Adorna e i terreni attorno a San Martino, considerati un mezzo di produzione indispensabile all’approvvigionamento alimentare. Rileggendolo oggi, mi ha colpito il fatto che a essere occupati dalle costruzioni fossero spesso proprio i terreni migliori per l’agricoltura, mentre quelli più poveri o difficili da lavorare facevano meno gola all’edilizia.


Secondo Fontana, il sovradimensionamento attuale nasce «da errori pianificatori risalenti ai Piani regolatori di prima (1975-1985) e di seconda generazione (2000)». Zone edificabili troppo estese, sostiene, frutto di previsioni demografiche eccessive, ma soprattutto di interessi legati alla rendita fondiaria. E si sarebbe potuto intervenire prima: già negli anni Novanta, ricorda, la giurisprudenza del Tribunale federale aveva posto limiti alle zone sovradimensionate, mentre ancora nei primi anni Duemila il Cantone approvava Piani regolatori «abbondantemente sovradimensionati». A suo avviso anche strumenti come l’Inventario federale degli insediamenti svizzeri da proteggere (ISOS) e quello dei paesaggi, siti e monumenti naturali (IFP), se utilizzati maggiormente, avrebbero permesso di tutelare meglio parte del territorio.


Un prato non vale l’altro

I numeri danno la misura del problema. In Ticino la soglia di sovradimensionamento è fissata al massimo al 120% del fabbisogno previsto, ma ci sono Comuni in cui le riserve edificabili arrivano al doppio, se non al triplo, del necessario. A quel punto non si tratta più di togliere qualche parcella, bisogna decidere dove ridurre e con quali criteri.

Lo si vede ad Acquarossa, dove gli approfondimenti tecnici sono ancora in corso. Lucio Tironi, agricoltore e municipale, lo dice chiaramente: «Non si può intervenire con un criterio puramente matematico e uniforme per tutto il territorio». Il Comune, nato dall’aggregazione di nove ex Comuni, comprende infatti situazioni molto diverse tra fondovalle, nuclei, versanti e zone agricole. Inoltre, ad Acquarossa, osserva Tironi, praticamente tutti i terreni edificabili ancora liberi sono prati o utilizzati come pascoli. Ma anche qui bisogna scegliere con criterio quale terreno libero far tornare quale zona agricola. Basta pensare a due prati: uno piccolo, in pendenza, stretto tra le case e difficile da raggiungere con i macchinari; l’altro pianeggiante, accessibile e collegato ad altri terreni agricoli. Sulla carta sono entrambi verdi, ma per chi deve lavorarli, sono due realtà completamente diverse.

Lo stesso succede in molti altri paesi. Infatti alcune parcelle che il Piano regolatore destina all’edificazione o ad altre attività vengono falciate o usate come pascolo. Dopo un eventuale dezonamento, l’utilizzo del terreno rimarrebbe lo stesso. A cambiare sarebbero invece il suo statuto pianificatorio e chiaramente il suo valore. Questo cambio di statuto può avere conseguenze positive per l’agricoltore: una superficie può infatti essere falciata da un’azienda senza essere riconosciuta allo stesso modo ai fini dei pagamenti diretti. Il ritorno alla zona agricola potrebbe quindi avere conseguenze concrete per chi la lavora.


Molto più di una linea su un foglio

Su un Piano regolatore si vedono parcelle, colori e destinazioni. Dietro quelle superfici, però, ci sono le persone, con i propri progetti e aspettative. Un prato può rimanere esattamente com’era il giorno prima: stessa erba, stesso sfalcio, stesso proprietario. Ma per quest’ultimo può rappresentare i risparmi di una vita, un investimento che aveva fatto a lungo termine. Se perde l’edificabilità, a prima vista non cambia nulla, ma economicamente può cambiare molto.

Genini sottolinea anche l’altro lato della medaglia: mentre un terreno dezonato può subire un forte deprezzamento, quelli che mantengono l’edificabilità potrebbero aumentare di valore, secondo la legge di mercato. È anche per questo che scegliere quali terreni dezonare non è un semplice esercizio di pianificazione. Tironi insiste sulla necessità di criteri «chiari, trasparenti e coerenti» e di informare tempestivamente i proprietari. Fontana, dal canto suo, propone che le autorità contribuiscano attivamente attraverso un fondo agli eventuali indennizzi dovuti.


Poi c’è il tempo. Genini non esclude che tra modifiche dei Piani regolatori, negoziazioni e ricorsi si possa andare avanti ancora per anni. E nell’attesa il territorio non resta fermo: sapendo che un terreno potrebbe perdere l’edificabilità, un proprietario può decidere di costruire finché può. Ed ecco che sui prati ancora liberi compaiono le modine, basta guardarsi attorno.

Su questo punto, Fontana assume la posizione più netta: per lui le superfici agricole rimaste vanno salvaguardate. Richiama in questo senso la sovranità alimentare e, dalla stessa prospettiva, definisce «insensato» l’insediamento delle nuove Officine ad Arbedo-Castione.

modine a Biasca
Modine su un terreno a Biasca.

E se il problema non fosse lo spazio?

Poi ci sono le valli, dove il problema assume quasi un’altra forma. Qui importanti riserve edificabili possono convivere con paesi che perdono abitanti e con una popolazione che invecchia.

Per Fontana «è un’illusione pensare che riservando vaste zone edificabili nelle aree periferiche si contrasti lo spopolamento». Tironi arriva a una conclusione simile guardando ad Acquarossa: «La disponibilità di terreno edificabile non basta sicuramente ad attirare nuovi abitanti». Negli anni, osserva, una parte della popolazione si è spostata dai vecchi nuclei verso nuove costruzioni nelle zone circostanti. Una scelta non dettata soltanto dalle preferenze personali: riattare una casa in un nucleo può essere costoso e complesso, tra vincoli pianificatori, difficoltà di accesso e adeguamento agli standard abitativi ed energetici attuali. Allo stesso tempo, aggiunge, «ciò non significa che si debbano ridurre indiscriminatamente tutte le possibilità di sviluppo. Il Comune deve poter conservare alcune superfici strategiche, ben ubicate e già servite dalle infrastrutture, per accogliere in futuro famiglie, attività e servizi». È qui che il discorso sul dezonamento finisce per incontrarne un altro, forse ancora più grande: la denatalità. Si possono ridisegnare le zone edificabili, ma un territorio ha comunque bisogno di persone che continuino ad abitarlo, lavorarlo e mantenerlo. Meno giovani e meno famiglie significano servizi più fragili e, anche per l’agricoltura, meno possibilità di ricambio generazionale.


Forse, allora, prima di chiedersi dove costruire ancora, vale la pena guardare anche a ciò che c’è già. Per Tironi, riportare vita nei nuclei significa rendere il loro recupero più semplice e finanziariamente sostenibile. Fontana propone, in questa direzione, che Cantone e Comuni creino un fondo per finanziare l’acquisto, il restauro e l’affitto o la vendita a prezzo moderato degli edifici. L’immagine potrebbe allora essere quella di una casa che torna ad avere le imposte aperte nel centro del paese e, poco più in là, di un prato dove continuano a pascolare le mucche.


Viaggiare nel tempo con swisstopo

Per osservare come è cambiato il territorio nel corso degli anni, è possibile utilizzare il sito map.geo.admin.ch, il geoportale ufficiale della Confederazione Svizzera. Basta cercare la località desiderata, accedere al menu «Cambiare tema» e selezionare «Swisstopo», quindi «Viaggio nel tempo», scegliendo tra «Carte» e «SWISSIMAGE» per consultare carte topografiche e fotografie aeree storiche. Cliccando sul simbolo dell’orologio si può selezionare l’anno e confrontare l’evoluzione del paesaggio. In alternativa, i codici QR accanto alle immagini permettono di accedere direttamente alle rispettive mappe.


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