Il fascino delle vecchie leve
Alla scoperta dei torchi a leva piemontese in Val di Blenio.

Dei torchi a leva piemontese io prima di questo articolo ne sapevo molto poco; per questo, desiderosa di imparare qualcosa di nuovo, decido di incontrare Delia Giudici della Ganna, presidente dell’associazione Meraviglie sul Brenno. Questa associazione è dedita alla valorizzazione del mondo agricolo in Val di Blenio, con varie attività tra cui lo sviluppo di sentieri tematici che coinvolgono le varie filiere agricole. Grazie a loro inoltre sono stati studiati e riscoperti i peri della valle, con la sorpresa, grazie all’analisi del DNA degli alberi stessi, che sono presenti delle varietà rarissime (due addirittura sono esemplari unici in Europa) nonché di 32 specie completamente uniche della Val di Blenio. La riscoperta dei torchi e la loro valorizzazione rimane uno dei progetti futuri dell’associazione, quindi sono proprio nelle mani giuste per avere un po’ di informazioni.
Partendo da Semione
Ci incontriamo a Semione in piazza, e da lì attraversando un paio di sentieri che passano in mezzo al paese, raggiungiamo un torchio in buono stato; niente di meglio che vedere e respirare l’atmosfera per capire davvero quello di cui si parla. Da fuori la costruzione non si fa riconoscere. Una struttura in pietra con il tetto di piode, abbastanza allungata che si nasconde tra le case. Mentre cerchiamo di capire dove è la chiave e come girarla nella serratura antica del portone, compare un signore che ci ha visto dalla finestra, e scopro che è uno dei proprietari del torchio stesso. «Saranno vent’anni che non lo usiamo più, però è ancora in ordine, avete visto che meraviglia il tronco centrale e la vite in legno?» Ulisse Ferrari è davvero disponibile ed estremamente gentile, e nonostante io viva in valle ormai da otto anni, mi sorprende sempre quanto sia facile trovare persone affabili e disposte a spiegarmi qualcosa.

Come è fatto un torchio
Per rispondere alla domanda di Ulisse, sì la trave centrale del torchio è davvero imponente, un pezzo unico di una pianta di un castagno che doveva essere maestoso. Porta incisa una data, 1646, e fa girare la testa pensare a quanto grande sia stato lo sforzo fatto ai tempi per costruire questa struttura e trasportarla. «Non si sa bene come facessero a far entrare una trave così lunga nella struttura», mi dice Delia, «in alcuni torchi si vede proprio che una parete corta è stata aggiunta dopo; ma qui per esempio i muri sono tutti legati. Anche il trasporto non doveva essere evidente, a volte venivano usate delle slitte e si approfittava del periodo invernale quando le si poteva trascinare sul manto nevoso». Leggo anche che in alcuni casi la struttura esterna veniva costruita intorno al torchio stesso, dopo che questo veniva ultimato.
A vederlo, è un imponente impianto di spremitura in legno con una trave di pressione lunga che sfrutta il principio fisico della leva: da una parte una vite in legno con dei montanti da girare manualmente, che alza la trave, dall’altro lato invece un tino in cui la parte che si abbassa schiaccia progressivamente le vinacce (o le noci) in maniera lenta e costante.
Sotto al tino, una vasca di raccolta. «Fino al Settecento anche questa era in legno, poi hanno cominciato a farle in sasso», mi dice Delia. «Il liquido veniva convogliato attraverso un tubo in vasi di raccolta. La cosa interessante era la filtrazione: nel tubo stesso mettevano dei rametti che fungevano da “colino” e sotto posizionavano un cestino a trama fine per bloccare le ultime impurità».
Se volete vedere un video a riguardo, potete andare sul sito del centro di dialettologia, dove c’è il filmato del funzionamento proprio del torchio di Ludiano.


Origini incerte
L’origine esatta di questo tipo di torchi è incerta, anche perché il “congegno torchio” esisteva già al tempo dei greci. Furono i romani però a diffondere questa tecnologia in tutta Europa. Nel Medioevo prevalse e si diffuse qui da noi la versione perfezionata nelle zone collinari e montane del Piemonte e nacque così il torchio a leva piemontese. Caratteristica? Le dimensioni colossali: un singolo tronco di 10-11 metri come leva centrale. Da qui la diffusione ha seguito due strade diverse; in pianura e nei grandi feudi i torchi erano privati «come nel Mendrisiotto, dove la prima spremitura, quella pregiata chiamata Crudell, finiva al padrone e ai mezzadri rimanevano quelle successive. Questi, per sfruttare fino all’osso le vinacce, spesso le inumidivano annacquando il prodotto finale». Nelle aree montane invece i torchi erano beni comuni o consortili. «Qui da noi i torchi non appartenevano a una sola famiglia, proprio per la difficoltà di costruzione e mantenimento. I diritti di utilizzo venivano conservati anche tramite i matrimoni, che erano delle vere e proprie utili alleanze. La vita era molto dura e serviva tutto l’aiuto possibile».
Il vino ottenuto dalle ultimissime pressature qui in valle veniva chiamato Vin da batt, e veniva usato per calmare la sete quando si andava a tagliare la segale in montagna. Quello che rimaneva delle vinacce invece, un composto duro e compatto simile a segatura, diventava concime. Non si sprecava proprio niente.
La vita nel passato
«Fare il vino qui in val di Blenio nel medioevo non era un lusso da assaporare nel bicchiere, ma un vero e proprio alimento, parte del sostentamento quotidiano. La colazione consisteva spesso in una minestra accompagnata da uno o due bicchieri di vino. Lo zucchero e l’alcol presenti erano fondamentali per iniziare la giornata». Delia mi racconta che ci sono testimonianze di coltivazioni fino a Olivone. «Dobbiamo pensare che al tempo il clima era diverso, difficilmente le vigne dopo Ponto Valentino prendevano abbastanza sole e calore per portare i grappoli a maturazione. Non doveva essere eccellente, ma di nuovo non era un piacere ma una necessità. Esisteva persino la diceria che un gatto potesse salire su una topia (pergola in italiano, ndr) a Biasca e scendere a Malvaglia, tanto era diffusa la coltivazione dell’uva. A riprova però del basso valore commerciale del tempo, a fine Ottocento uscì persino un bando per sovvenzionare chi tagliava la vigna per far spazio ai peri. Qui in valle ne piantarono addirittura 2’000. L’idea era di incoraggiare la produzione di sidro, ma l’esperimento ebbe vita breve, anche perché sia le conoscenze per produrlo che la richiesta del prodotto finale erano molto basse».
Il torchio funzionava ininterrottamente per tre-quattro giorni quando veniva messo in funzione e Delia mi spiega come venivano impostati i turni di pressatura «grazie anche agli studi fatti da Carla Baselgia, storica di Semione, sappiamo che i turni di spremitura venivano estratti a sorte; nessuno voleva essere il primo perché il piatto di raccolta ancora asciutto assorbiva parte del liquido, soprattutto se era fatto di legno. Carla è riuscita persino a ritrovare alcuni di questi biglietti usati per l’estrazione. Inoltre i turni coprivano sia il giorno che la notte e per questo spesso all’interno della struttura era presente un camino per scaldarsi e cucinare le caldarroste». Delia mi passa anche i pdf dei “documenti orali della Svizzera italiana” dove ha trovato una trascrizione di una conversazione sul torchio di Semione; si parla dei cappelli in cui si mettono i biglietti per l’estrazione, la fatica nel trasporto dell’uva al torchio, ma anche dell’aria di festa che permeava tutto il processo, con il salame prodotto con la testa del maiale, Tésta d’mört, che veniva preparato proprio per quell’occasione.
Un’altra curiosità che mi rimane impressa, è la pratica di ungere la grande vite di legno che fa alzare la trave con fichi, lardo e polpa di zucca; è proprio vero che dalla necessità nasce l’ingegno.

Diffusione sul territorio
I torchi erano presenti in tutto il territorio ticinese «ora a livello cantonale ne sono rimasti 27, e dieci sono qui da noi in valle. Il motivo di questa concentrazione è semplice, la Val di Blenio ha mantenuto una vocazione agricola superiore al resto del cantone, con una percentuale di popolazione attiva nel primario del 11-12%, contro l’1-2 % del resto del Ticino. Anche qui alcuni sono stati abbattuti o trasformati per far posto ad altre strutture, ma meno che in altre zone».
Se volete uscire dalla valle e vederne uno davvero bello, potete andare a Cavigliano, all’imbocco della Val Onsernone, dove è presente un torchio probabilmente risalente agli inizi del 1600.
Nuova vita
L’associazione delle Meraviglie sul Brenno sta già pensando a come poter valorizzare questa parte di storia del territorio; il 13 settembre scorso per esempio ha organizzato una passeggiata che comprendeva anche il passaggio da alcuni torchi. Ma il fascino di una struttura del genere lascia spazio alla fantasia.
Smanettando un po’ su internet trovo che a Porza il ristorante Locanda della Masseria, ne ha ristrutturato uno dove si possono fare degustazioni di vino, colazioni e piccoli ricevimenti.
A Monteossolano vicino a Domodossola invece, un torchio è stato trasformato in un museo con entrata a gettoni. Io invece sogno letture a lume di candela magari accompagnate da qualche fetta di un Tésta d’mört, riportando un po’ di quell’atmosfera antica di chi faceva i turni di notte a pressare vinacce.
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