Non è più un paese per pecorai
Tre greggi di pecore, due valli diverse, ma una sola realtà, desolante e tristemente reale. Tre pecorai con un’azienda agricola portata avanti per anni a lato di un’altra attività – il forestale, l’educatore, il camionista – ci raccontano, senza addolcire in alcun modo la pillola, di un mondo che rischia ben presto di scomparire.

Le loro sono storie con molti punti in comune, a partire da una passione ricevuta e tramandata nel corso degli anni. Una realtà dove fatiche, sacrifici, notti insonni e giorni liberi posticipati di volta in volta erano all’ordine del giorno e dove non erano certo i soldi a fare la differenza, con i pagamenti diretti che coprivano sì le spese vive, ma poco più. Un lavoro difficile, pesante, ma pieno di soddisfazioni, finché sulla scena non è piombato quell’animale che alcuni non vogliono nemmeno nominare.

La felicità del dormire sulle creste
Questo piccolo viaggio inizia da Lavertezzo, terra natìa di Silvio e Lorenzo Foiada: sottoispettore forestale in pensione il primo, titolare di un’azienda selvicolturale il secondo. «In famiglia abbiamo sempre avuto pecore», esordisce Silvio, «più che altro per avere la lana da filare e poterci vestire. Negli anni ’80 ho poi iniziato ad allevarle seriamente assieme a mio fratello Armando, arrivando a un massimo di 380 capi. Per più di quarant’anni le abbiamo fatte partire ad aprile dalla Val Carecchio e lasciate libere di pascolare per le creste delle valli di Lavertezzo, finché a novembre tornavamo a prenderle. Spesso però le trovavamo che ci aspettavano già a metà sentiero! Fatta eccezione per qualcuna colpita dal fulmine, in tanti anni non abbiamo mai avuto perdite. Finché, con l’arrivo di lupi sempre più stanziali, le cose sono cambiate drasticamente. Con il numero di predazioni che è aumentato esponenzialmente».
Silvio, oggi 87enne, ricorda come fossero ieri le avventure e i tanti rischi corsi: dai fulmini alle vipere, dai temporali alle tante, tantissime notti passate “à la belle étoile”. Gli occhi brillano ancora di quelle stelle, tanto che se le ginocchia glielo permettessero non ci penserebbe due volte a tornare su.
«Salivo a controllare come stavano almeno una volta alla settimana. La pecora, per stare bene, deve girare libera e stare fuori a dormire sulle creste. Il loro istinto è quello… ed era anche il mio: camminare in montagna e dormire di fuori era il massimo. Di solito mi stendevo dietro un cespuglio di rododendri, per evitare di rotolare giù nel caso mi fossi rigirato nel sonno. Ora non so se lo rifarei, se arrivasse il lupo temo che non avrei nemmeno il tempo di alzarmi!»

«Gli manca solo la parola»
Il poco fieno falciato durante l’estate a causa della siccità è finito a inizio ottobre. Nel fienile c’è quello acquistato l’anno scorso che potrebbe bastare fino a Natale, ma nelle prossime settimane le pecore rimaste – una trentina di capi che quest’estate non hanno mai lasciato i pascoli sopra Lavertezzo – verranno con ogni probabilità vendute. Chiudendo un capitolo che perdurava da quasi mezzo secolo.
«È mesi che ci penso… ed è l’unica soluzione», racconta Lorenzo. «È andato male tutto ciò che poteva andare male. Quest’anno si è dovuto rinunciare al carico a causa delle predazioni che ci sarebbero sicuramente state, vista la continua e provata presenza di due lupi in pieno alpeggio. Le pecore si sono rintanate in stalla durante le ore più calde, non hanno pascolato come avrebbero dovuto a causa dei prati aridi, c’erano mosche ovunque… per loro è stato un supplizio. Ho fatto tutto il possibile, ma è palese che così non stanno bene».
Una delle pecore si avvicina, facendoci capire chiaramente che le ostruiamo il passaggio verso la bacinella dell’acqua («Chi dice che sono stupide, non ha capito proprio niente…»). Per Lorenzo, l’allevamento ha rappresentato un modo ideale di compensare gli altri suoi lavori: in stalla d’inverno e d’estate un po’ nei boschi, un po’ nei prati a falciare. Se le pecore hanno patito il dover restare in piano, a risentirne è però stato anche il pecoraio.
«La mia vita, in quest’ultimo anno, l’ho praticamente dedicata solo alle pecore. Penso di continuare a pulire i prati, contando sulla possibilità di trovare un sostituto nella conduzione dell’azienda, ma per me continuare così non ha più senso, anche perché ho 58 anni e i miei figli fanno un altro mestiere. Va bene il lato romantico, ma devi anche far quadrare i conti… e questo è diventato un lavoro dove cinque più due fa tre. Non sono stufo, a me allevare pecore piace sempre tantissimo e poi le conosco una per una, gli manca solo la parola. Fa male, tanto, ma alla fin della fiera è meglio sia per me che per loro. Spero di riuscire a trovare interessati, dato che mi farebbe ancora più male doverle mandare al macello».

«Avrei preferito poter fare il mio lavoro»
Altra valle, storia simile. In cima alla Lavizzara, con tutti i crismi dell’idillio pastorale, eccoci a Fusio: nucleo grazioso, boschi di larici e prati ben tenuti. In sottofondo l’eco dei campanacci delle mucche al pascolo e la voce, delusa e arrabbiata, di Marco Dazio: «A me girano proprio le scatole». Una vita da educatore sociale alla Fondazione Diamante e, al contempo, da allevatore di una novantina di pecore che passavano l’estate all’alpe di Röd, alternandosi con il figlio Emanuele – ingegnere forestale che ha ripreso l’azienda dal papà – nel salire per controllare. La partenza ritardata a causa di alcune predazioni dall’altro lato della valle e poi, a luglio, la decisione di tentare, con la speranza che il lupo rimanesse di là. E invece no.
«Una settimana dopo c’è stato il primo attacco, con 6 pecore uccise su 70. E poi ancora una decina. Abbiamo ricevuto l’ordine di scaricare l’alpe ma non è stato facile, anche perché erano sconvolte e sparpagliate. In paese è poi iniziato il cinema, tra tirare chilometri di recinti e fargli mangiare il fieno che avrei dovuto falciare. Con altri attacchi avvenuti anche qui in paese. Il Cantone mi ha risarcito il mancato fieno, ma onestamente avrei preferito poter fare il mio lavoro come avevo sempre fatto. Non chiedevo altro».

Quale futuro per l’agricoltura di montagna?
Il conteggio degli allevatori di pecore rimasti in Vallemaggia si ferma alle dita di una mano sola. Per Marco, le soluzioni possibili, considerando che Röd – così come la grande maggioranza degli alpeggi ticinesi – è ritenuto un alpeggio non proteggibile, non sono molte.
«Mandare su un pastore per così poche pecore non ha economicamente senso. Se non ci fosse il lupo, saremmo tutti più contenti – in primis le pecore! Se la situazione fosse perlomeno sotto controllo sarebbe diverso, mentre ora si vive nella paura e il rischio è di portarle su per dargli da mangiare. Il Cantone non mi sembra molto interessato a difendere gli interessi dei contadini di montagna. Anzi, talvolta sembra quasi che voglia fare di tutto per mettere i bastoni tra le ruote.
Alcune pecore sono segnate con tre puntini rossi: sono quelle sopravvissute a un attacco del lupo avvenuto quest’estate, mentre si trovavano nei recinti attorno al paese. Si muovono con diffidenza, anche se riconoscono la voce di Marco. Quelle rimaste sono 26, ma il loro numero calerà ancora, con la possibilità che si azzeri del tutto. Ad aumentare saranno invece le vacche nutrici, ora poco più di una decina: indenni dagli attacchi del lupo, sono loro che terranno vivo l’alpe.
«Ho fatto il bravo e le ho tenute nei recinti, ma non è servito a niente e le predazioni sono continuate. Che dire? La montagna ha ormai perso la guerra! Le mie pecore non sono più quelle di prima. Basti dire che lo scorso inverno metà degli agnelli sono nati morti: non ho la certezza che sia per colpa del lupo, ma di sicuro non sono state contente di dover stare su a saltare per aria dalla paura... Venderle rincrescerebbe, ma alla fine non viviamo di quello: io sono in pensione e anche mio figlio ha un altro lavoro. Quello che fa più male è il disinteresse per ciò che potrebbe succedere al territorio se spariscono i piccoli agricoltori di montagna. Tra bosco che avanza e inselvatichimento generale, non ci si rende minimamente conto di cosa si rischia di perdere».
«Un malefizi d’inferno»
Torniamo infine in Verzasca e per la precisione poco prima di Brione, dove una stalla con una quarantina di pecore – perlopiù engadinesi e vallesane – inizia a risuonare di belati all’arrivo della piccola Fiat di Felice Scolari. Agricoltore, ma anche camionista e titolare di un agriturismo. Il ciclo che seguiva era del tutto simile a quello che si ripeteva pressoché identico da secoli: d’inverno in pianura e poi in Val d’Osola, in primavera e autunno al monte del Pianasc e d’estate su nei pascoli di Montarèsc. Per decenni libere, negli ultimi anni con un pastore volontario e nell’estate di quest’anno, a causa di un imprevisto dell’ultimo minuto, di nuovo libere, nella speranza che la storia della Verzasca come territorio pressoché indenne da grandi attacchi del lupo continuasse. Invano.
«A inizio agosto la tranquillità è finita: sono arrivati in forze e hanno fatto un “malefizi d’inferno”, predando oltre una decina di pecore, le ultime a poche decine di metri da casa. Un conto è trovarle morte, un altro vedere i lupi in azione mentre le inseguono e le uccidono davanti ai tuoi occhi, senza riuscire a fermarli. Riuscire a rimettersi “a fuoco”, dopo una scena del genere, ha richiesto più di qualche attimo».
Felice non sa ancora cosa farà l’anno prossimo: forse cercherà un alpeggio protetto, ma di certo non lascerà più gli animali liberi di pascolare come prima. «Ossia, con i loro ritmi naturali», aggiunge. «Di chiudere non se ne parla, tranne forse il giorno prima di crepare. Non sono ancora pronto a pensare di liquidarle tutte, almeno non senza un’alternativa: prati e pascoli vanno pure gestiti!»

In via d’estinzione
A fronte di Cantoni come Vallese e Grigioni, dove si è agito con maggiore efficacia nel contenere il grande predatore, la situazione in Ticino sembra oggettivamente ancora fuori controllo.
«A fare più male è che si ha la sensazione di essere colpevolizzati dal Cantone: ti impongono misure di protezione che nelle nostre realtà di montagna sono quasi impossibili da applicare, ma di regolare la popolazione di predatori – ossia il vero problema – non se ne parla! C’è chi ha lavorato una vita e ha fatto investimenti, posato teleferiche, pulito terreni, disboscato pascoli, sistemato sentieri… per arrivare a questo punto? Non capisco quest’ostinazione cieca a voler salvaguardare il lupo ad ogni costo, malgrado le conseguenze sulla sopravvivenza di un intero settore professionale e sociale. Ma forse l’intento è quello di svuotare le montagne e le valli per poi destinarle ad altro. Si dice che fra qualche anno il lupo potrebbe diventare una specie cacciabile, ma a furia di aspettare temo che di pecorai non ce ne saranno più. Forse siamo alla fine di un’epoca e, alla faccia della biodiversità, la vera specie in estinzione siamo noi!»
.png)



Commenti