La poesia dei pascoli
L’Organizzazione delle Nazione Unite ha dichiarato il 2026 l’anno internazionale dei pascoli e dei pastori. «Si è parlato tanto di pastori e pastore. Ma sui pascoli? Silenzio assoluto»: ha affermato quest’anno Marco Togni di Nante in occasione di più assemblee. Siamo allora partiti dall’alta Leventina per cercare di tracciare una panoramica di questo tipo di gestione agricola che ben si presta al nostro territorio montano.

Delle «brune vacche», Nei Campi il poeta Giovanni Pascoli scriveva di Nando (figlio maggiore della famiglia contadina) «che ammoniva le bestie a quando a quando». Stavano trainando l’aratro ma il governo degli animali si traspone bene anche sulla gestione delle superfici da pascolo. Un’attività tutt’altro che scontata, nonostante la serenità trasmessa dai ruminanti all’aperto: ma tra composizione botanica di base e resa foraggera, tra malerbe e arbusti, e tra chi ha esigenze più produttive e chi invece si concentra di più sugli aspetti ecologici, non va dimenticato che ogni pascolo è unico.

Quanti arbusti
«Con grappa o con latte?» mi ha chiesto Marco Togni come volevo il caffè quando sono andato a trovarlo a Nante. Tazza grande con latte – ovviamente – come si beve da quelle parti. Ma probabilmente di latte acquistato da allevatori del piano perché la maggior parte delle sue vacche era su all’Alpe Pontino e all’Alpe Fieudo. E il latte va comprato perché la sua fornitura di formaggelle alla grande distribuzione non può mica fermarsi. «Sarebbe bello un piano d’azione cantonale di bonifica dagli arbusti sui pascoli alpini – un po’ come è stato fatto in città contro il poligono del Giappone o le palme – in cui sono stati spesi alcuni milioni», mi dice Marco. E come andrebbe fatta la bonifica? Gli domando mentre sorseggio la mia tazza con più latte da pascolo che caffè; «Si tratterebbe di passare con un ragno o una fresa, perché farlo a mano è molto più difficile e dispendioso». «Ora usciamo che ti faccio vedere qualche pascolo». Il nucleo di Nante è contornato da pascoli comunitari, dove gli allevatori locali portano le proprie bestie. Non si possono non notare le malerbe, che per definizione sono «le piante che producono più danni che benefici». Sulla parte in pianura, «dove le vacche si coricano a riposare», c’è il Lavazz (o Slavàz), «un tipico indicatore di surplus di elementi nutritivi: in altre parole, di troppo letame». La superficie del pascolo in pendenza è invece bellissima, tralasciando qualche arbusto e la forte insistenza del bosco di abeti che cerca di invaderla. In un altro pascolo vediamo la stessa dinamica. La parte concava e più umida è invasa da questa malerba che ricopre qualsiasi filo d’erba. «Ma vedi qui», ci sono romici ma c’è anche dell’erba, «qui vanno combattuti perché altrimenti nel giro di due anni l’erba è totalmente soffocata. Più o meno una volta all’anno passiamo a combatterli». E riguardo al moderno problema dei piccoli arbusti? «In passato non c’era perché qualsiasi ramo legnoso veniva utilizzato per alimentare la stufa».

Contenere l’avanzata del bosco
Una settimana dopo ero sui monti nelle Centovalli con Vasco Ryf. Più precisamente a Remo, in un pascolo alberato con castagni e noci che Vasco ha recuperato nel 2020 con l’aiuto della Sezione dell’agricoltura e del Fondo Svizzero per il Paesaggio. Per cercare di fornirvi un’indicazione su Remo: «è dove c’è la sorgente che rifornisce di acqua la città di Locarno», mi spiega Vasco. Abbiamo camminato circa un’ora e mezzo da Golino per raggiungere questo pascolo, che è di quelli che secondo i criteri della nostra epoca andrebbe abbandonato subito: remoto, ripido e rigoglioso, e nel contempo con una vegetazione tipica dei prati magri; dunque «se dovessero arrivarci delle vacche produttive, una volta giunte qui e aver visto l’erba, senza nemmeno assaggiarla si girerebbero e tornerebbero indietro nonostante le 3 ore di transumanza». Ovviamente si scherza, ma la battuta rende l’idea. Vasco ha bonificato questa superficie nel 2020, quando era invasa da giovani faggi e betulle. Dopodiché ha mantenuto aperto questo paesaggio con la sua mandria transumante di mucche di razza rustica: dove trascorre circa un mese all’interno del ciclo annuale di spostamenti a piedi fra i vari pascoli nei vari monti, prima di ritornare in stalla a Golino per l’inverno. Oggi il pascolo di Remo inizia a presentare i primi sintomi di sottosfruttamento, con arbusti e giovani faggi che cercano insistentemente di invadere la superficie: «La biodiversità è ancora buona. Se non altro sono riuscito a contenere l’avanzata del bosco, un paesaggio che di certo non scarseggia in Ticino. Però sì, entro la primavera dovrò passare con la trinciatrice».

«Non c’è una soluzione tecnica semplice»
«Contro l’arbustimento non esiste una soluzione tecnica semplice», aveva spiegato Caren Pauler di Agroscope di recente nell’ambito di una conferenza sui pascoli a Naters nel Vallese organizzata in occasione del riconoscimento annuale dell’ONU. «Limitarsi a contenere gli arbusti tagliando, a lungo termine rappresenta soltanto un trattamento dei sintomi. Ciò che è decisivo è una pressione di pascolo adeguata e l’impiego di animali adatti». Ho dunque alzato la cornetta del telefono per contattare Pier Francesco Alberto di Agridea, centrale per la consulenza agricola, che ricopre un ruolo anche nel comitato tecnico dell’Associazione per il promovimento della foraggicoltura (APF). «Per la buona gestione di un pascolo, sono tanti gli aspetti da considerare», mi spiega Pier Francesco: «innanzitutto la composizione botanica di base della superficie e gli obiettivi aziendali dell’allevatore o allevatrice, poi su questa base si può decidere la strategia da attuare e il tipo di gestione che si presta per una determinata superficie: pascolo, prato o utilizzo misto. Quest’ultimo molto presente sui monti in Ticino, su superfici che d’estate vengono sfalciate e poi pascolate dopo il ritorno dall’alpe, o prima della salita». Ma facciamo prima un passo indietro per comprendere assieme a Pier Francesco l’essenza del pascolo: «Il pascolo è il tipo di sfruttamento che in generale valorizza meglio il lavoro. Non c’è nessuna trasformazione né prevede il trasporto di foraggio agli animali, bensì viceversa, perché sono gli animali a essere condotti al foraggio; c’è un minor consumo di risorse dato che il lavoro del pastore si limita allo spostamento di parchi e recinti senza grossi dispendi di energia; e c’è una miglior valorizzazione dei nutrienti del foraggio perché è inevitabile che mediante l’essiccazione o l’insilamento si perdano un po’ di nutrienti delle erbe». «Solitamente, le superfici sfruttate a pascolo sono quelle in zone più scomode e non meccanizzabili, oppure quelle vicine alla stalla che possono fornire foraggio senza spostamenti dispendiosi».

Mandratura e miglioramento dei pascoli
Stando ai dati dell’Inventario forestale svizzero del 2017 e pubblicati su una scheda di Agridea, durante gli ultimi trent’anni la superficie occupata dal bosco arbustivo è aumentata in media a livello nazionale del 22%, mentre nella regione alpina ha raggiunto addirittura il 50%. «Certo», spiega Pier Francesco, «le bonifiche si possono fare, sempre in base alle esigenze e alla strategia dell’azienda, e dell’uso che se ne farà del pascolo recuperato». Rimuovere gli arbusti meccanicamente richiede infatti un importante impegno in termini di tempo, energia e risorse: aggiunge Pier Francesco, prima di illustrare i benefici di un pascolo condotto attentamente e della mandratura. «Per esempio, per migliorare una superficie con arbusti, si possono mettere in un recinto stretto manze o ovini, ma anche vacche o capre in asciutta, che con il loro calpestìo distruggono meccanicamente le piante legnose in poco tempo. Nel frattempo rilasciano fertilità per favorire l’erba e trasportano semi di piante foraggere provenienti dalle zone limitrofe pascolate». Oppure, «si può migliorare la composizione botanica di una superficie scegliendo il momento adatto di pascolamento, perché nelle fasi più tardive gli animali diventano più selettivi. Si può prendere l’esempio del Nardo, che in primavera è più tenero e appetibile, ma se si pascola troppo tardi diventa coriaceo e gli animali lo lasciano lì». «E poi ovviamente ogni ruminante pascola in modo diverso. Bovini e ovini consumano in maniera più omogenea. Le capre invece sono molto selettive. Teoricamente un pascolo con animali misti sarebbe l’ideale: con bovini ed equini dopo il passaggio delle capre». «E infine, altro dettaglio utile che può dare un contributo importante alla composizione botanica, è l’uso di punti attrattivi mobili per ottimizzare la distribuzione spaziale del bestiame. Mettere il sale in una zona con arbusti attira gli animali che li calpesteranno. Oppure metterli nelle zone impervie meno pascolate sprona gli animali a non sostare troppo in quelle pianeggianti».

Di schede tecniche, sapere e varietà dei paesaggi
Queste ultime erano soltanto alcune informazioni dell’enorme patrimonio di competenze tecniche che accompagna la gestione foraggera dei pascoli. Il sapere tecnico può essere letto dalle schede di Agridea e dal sito web dell’APF. Oppure, in relazione all’apprendimento delle competenze in lingua parlata invece che in lingua scritta, Pier Francesco Alberto ha raccontato della sua soddisfazione riguardo al recente avvio del Corso pastori, promosso dall’Unione Contadini Ticinesi in collaborazione con il Dipartimento della formazione professionale e l’Istituto di Mezzana. Lui insegna un modulo in cui il focus è proprio orientato più sulla gestione foraggera dei pascoli rispetto alle questioni puramente zootecniche. Per concludere questo reportage sui pascoli, non posso non citare la frase che sta conquistando sempre di più lo spazio che si merita, anche grazie al riconoscimento ONU, e che ha contraddistinto la conferenza di Naters citata prima: «L’allevamento al pascolo non è un retaggio del passato o una mera tradizione da tutelare, ma è un sistema vivo da incentivare in cui coesistono e si sommano la produzione alimentare, la cura del paesaggio e il mantenimento di attività economiche che permettono la vita anche fuori dalle città; e soprattutto, in relazione ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità – per quanto se ne dica dei ruminanti – con i suoi servizi ecosistemici non è parte del problema, bensì della soluzione».
.png)



Commenti