Quel buon, vecchio vino di uva americana
- 24 lug
- Tempo di lettura: 7 min
Piccolo viaggio sopra e sotto il Ceneri alla scoperta di alcune realtà vitivinicole che hanno deciso di valorizzare un’uva talvolta – ingiustamente – bistrattata.

Se nella striscia di ricerca di Google si inserisce il termine “uva americana”, i risultati ci parlano della sua storia e di come la si possa usare per produrre “succhi, marmellate, grappe e dolci tradizionali”. Alcuni siti, prevalentemente italiani, specificano poi che la produzione di vino con tali uve è vietata per legge e motivata da più fattori. Ma quanto c’è di vero?

Un po’ di storia
Semplificando, quella che noi definiamo genericamente “uva americana” ha in realtà nomi, origini, colori e caratteristiche diverse: le più note sono la Isabella e la Catawba (alle nostre latitudini pronunciata “Catòba”, oppure “quella precoce”), entrambi incroci tra l’europea Vitis vinifera e l’americana Vitis Labrusca, ma l’elenco comprende la Noah, varietà bianca un tempo diffusissima nel Gambarogno, la rara Magliasina, la Concord e altre ancora. L’americana è generalmente nota per il suo forte vigore, così come – in particolare l’Isabella – per l’acinellatura, fenomeno per cui alcuni acini rimangono piccoli e verdi, obbligando il vendemmiatore ad armarsi di pazienza. Detto della sua bontà se impiegata in cucina o se mangiata direttamente, se vinificata ha effettivamente la caratteristica di avere un aroma tutto suo, definito in termini olfattivi come “foxé” o “volpino” – in tedesco “Katzenseicher”, rimandando alla pipì di gatto – e generalmente inteso in senso negativo.
Se oggi in Ticino la superficie vitata è di circa 15’000 m2 per la Catawba e del triplo per l’Isabella, un tempo le uve americane la facevano da padrone. Sin dall’Ottocento si diffusero difatti un po’ ovunque alle nostre latitudini, forti della loro resistenza alle “nuove” malattie come peronospora e oidio e del loro adattamento alle situazioni più disparate.

Il vino fuorilegge
Se in Ticino, la loro quasi totale sparizione – o meglio, il loro confinamento alle pergole e poco più – andò di pari passo con l’avvento del Merlot, capace di produrre un vino qualitativamente superiore, altrove le cose andarono diversamente. In Italia la produzione e vendita del vino di uva americana, da loro definita “uva fragola” per evidenti motivi olfattivi, è difatti vietata sin dagli anni ’30, rimanendo però concessa per uso privato. A giustificazione di tale divieto, le cause ufficiali raccontano della volontà di privilegiare le varietà europee e di evitare che finissero sul mercato vini di qualità discutibile. In aggiunta, si diceva che l’uva americana durante la fermentazione rilasciasse quantità eccessive di metanolo, ipotesi smentita da più parti ma che trova ancora posto qua e là sulla rete.
Nell’intero Norditalia più di una cantina produce, sempre e comunque, il vero fragolino (diverso da quello che si trova in commercio oltreconfine, realizzato con vino aromatizzato alla fragola), vendendolo non propriamente alla luce del sole, ma altrove la sua produzione è perfettamente legale: oltre alla Svizzera, nella regione austriaca del Burgenland è difatti concessa, per motivi culturali, la vendita dell’”Uhudler”, rosato prodotto con cinque varietà americane, rimanendo però vietata in tutto il resto dell’UE.
«Ricordo ancora quei bruciori di stomaco…»

Tornando all’interno dei confini cantonali, il nostro piccolo viaggio parte da Gorduno, ridente borgo bellinzonese che ospita la recentemente rinnovata cantina MaGiRo, fondata da Matteo e Gianna Robbiani e che viene ora portata avanti dal figlio Paolo. Tra le loro ben tredici etichette anche un rosso di uva americana, venduto in bottiglie da 0.75 o da… 0.33 dL.
«Sono le bottiglie che usavo quando producevo birra», racconta Paolo, «e nei grotti sono molto apprezzate. In realtà l’americano, da vendere, non è il più semplice dei vini: quasi nessuno osa comprarlo a scatola chiusa, anche se molti, una volta degustato, se ne innamorano. Forse non ha un grande mercato perché si discosta troppo dai gusti della gente: dico sempre ai clienti di pensare che non si tratta di vino, ma di qualcos’altro». Il rosso di Isabella che finisce nel bicchiere mentre chiacchieriamo, fresco di frigo, è nato per volontà di Paolo, mentre in precedenza il papà Matteo la vinificava in bianco. Colpa di «esperienze pregresse», dice lui.
«Ricordavo il rosso che faceva mio papà e la cosa non mi entusiasmava: lui non voleva sentir parlare di Merlot e quell’“americanello” dovevi berlo quasi gelido, dato che se era appena appena caldo ti bruciava lo stomaco. Una volta facevano macerazioni troppo lunghe, anche più di 10 giorni, sicché prendeva un fortissimo odore di foxé. Oggi, a titolo di confronto, i giorni sono 3-4. Inoltre, le vendemmie migliori arrivavano a 65-66° Oechsle, una decina in meno di oggi, con l’acidità che saliva alle stelle».
Molti dei 25 vigneti gestiti dai Robbiani hanno qualche decennio sulle spalle e presentano il risultato di quell’antica abitudine di piantare, tra i ceppi di Merlot, anche quelli di altre varietà: spesso Chasselas, Bondola o… americana.
«L’americana la gestiamo “a grembiule”…» confessa sorridendo Matteo, «nel senso che ogni tanto bisogna cimare per forza, altrimenti non si passa più. Facciamo il minimo indispensabile: potatura verde veloce e poi la precedenza va alle altre varietà. Rispetto a trent’anni fa, quando bastavano 1-2 passaggi col verderame, oggi devi però fare almeno 3 trattamenti, altrimenti non raccogli più niente».

«È ora di piantare altra Isabella!»
Valichiamo il Ceneri e spostiamoci sui dolci pendii malcantonesi e nella fattispecie a Monteggio, dove nel 2009 Miriam Hermann-Gaudio ha dato vita alla cantina “I vini di Miriam”. Nella gamma delle sue proposte figurano anche due vini di americana, nati grazie al fatto che l’azienda da lei ritirata coltivava anche un grande vigneto di Isabella. Ne parliamo seduti a un tavolino sotto il grande albero che dà ombra alla casa di Miriam e con delle bollicine nel bicchiere.
«L’americana l’ho vinificata in rosato sin da subito, dato che non mi è mai piaciuto il rosso di americana… e ho sempre pensato di non voler fare e vendere un vino che non mi piace. Già l’anno seguente ho provato a farne uno spumante, sempre rosé, e dopo poco tempo sono rimasta senza. Pensavo si trattasse dell’effetto novità, ma ogni anno si ripete la stessa storia! Ci sono sempre più ristoranti che chiedono, ma non riesco a soddisfare tutta la domanda e c’è addirittura chi chiama un anno prima per riservarne qualche cartone! Lo spumante ha dalla sua il fatto di avere meno sapore “foxé” rispetto al rosso e quindi piace a una gamma più ampia di persone. È ora di piantare altra Isabella!»
Miriam racconta di come ad apprezzare particolarmente questo vino siano diverse categorie di amanti del vino: dagli svizzerotedeschi che collegano quel particolarissimo odore alle loro vacanze nella “Sonnenstube”, ai ticinesi nostalgici che ritrovano il vino dei nonni (ma vinificato meglio), fino a quelli che si potrebbero definire “frontalieri del vino”, ossia italiani che varcano il confine solo per acquistare ciò che a casa loro rimane proibito. Spostando il discorso sulla gestione in vigna, la filosofia di Miriam è peculiare.
«La gestiamo allo stesso modo delle varietà europee, trattamenti a parte. Anche con l’Isabella passiamo quindi molte ore a fare potatura verde, sfogliare, infilare, cimare… Particolarmente importante è il diradamento, dato che con il vigore che ha fa anche 4 grappoli per tralcio: per ottenere un buon americano, rosato o spumante che sia, devi però avere uva ad almeno 80-82° Oechsle, altrimenti rimane troppa acidità».

«L’americano o lo si ama, o lo si odia»
Il nostro viaggio finisce a Vogorno, realtà viticola eroica – tant’è che alla loro azienda hanno dato il nome “Catapicch”, termine che definisce dei pendii ripidi e scoscesi – dove i giovani Alessandro Turello e la moglie Chiara coltivano due ettari di vigneti, la metà dei quali di uva americana. E dove l’anno prossimo dovrebbero iniziare a costruire la loro nuova cantina. Comodamente seduti sotto una piccola pergola di uva Noah, americana bianca dai frutti copiosi, nel bicchiere finisce il suo Americano.
«È curioso: a Vogorno fino agli anni ’60 c’era tantissima americana, che è stata man mano sostituita dal Merlot. E adesso arriviamo noi a strappare il Merlot per sostituirlo con… l’americana! Il mercato principale è composto da svizzerotedeschi e da giovani ticinesi. Facciamo molte manifestazioni enogastronomiche e il vino di americana, tra tanti Merlot, risalta: molti non lo conoscono, lo assaggiano e lo apprezzano, mentre altri sono contenti di poterlo ritrovare. E poi ci sono tanti che non vogliono nemmeno sentirne parlare. L’americano o lo si ama, o lo si detesta. Non c’è via di mezzo».
All’azienda Catapicch, il cui prodotto di punta è probabilmente lo spumante di Isabella e Catawba dall’evocativo nome di “Rebelot” (francesismo che vuole rimandare al fatto che i filari di americana sono sempre un… rebelot), viene data particolare importanza alla sostenibilità, sicché negli anni si è proceduto a estirpare intere parcelle di varietà europee, optando per varietà interspecifiche e per l’appunto americane.
«A livello di lavoro, non c’è storia. Facendo una stima, l’americana necessita un quantitativo di ore dalle 8 alle 10 volte inferiore rispetto al Merlot. Questo anche perché molti dei nostri vigneti sono coltivati secondo un sistema alto, con un filo solo a 1.80 m. sul quale si lega il capofrutto e la vigna viene lasciata cascante. Se un giorno dovessimo avere un eccesso di americana, credo che renderebbe di più vendere quella a 2 fr./kg, che non il Merlot a 4! Se c’è domanda di questo tipo di vini, diversi dal solito, perché non proporli? In Ticino la qualità dei vini è molto alta, ma che senso ha avere le cantine piene di ottimo vino che non si riesce a vendere? Molti ci dicono di apprezzare l’americano perché non è pesante ed è meno alcolico dei vini “normali”: i giovani addirittura pensano che sia qualcosa di moderno, ma non sanno che probabilmente lo bevevano già i loro nonni!»
Il vino di americana, prodotto anche da (poche) altre cantine, dal Mendrisiotto alle Tre Valli, si delinea quindi come una buona alternativa per chi, in quest’estate canicolare, vuole gustarsi un bicchiere di vino ma non ama il bianco e teme i rossi corposi. Obbligatoriamente freddo, meglio ancora nel “tazzin” o nel folcloristico boccalino tanto caro agli amici confederati, se proprio volete in versione “mezz e mezz” con la gazzosa oppure come base per uno “spritz” alternativo. Che dire? Salute!
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