In Calanca le giornate hanno 28 ore
- 10 lug 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 30 mar
A tu per tu con i due nuovi gestori dell’alpe di Nàucal, Angela Pollicelli e il suo compagno Ivan Peduzzi. Un’occasione per discutere di capre, cani da protezione e giornate sempre troppo corte.
Il cielo sopra l’alta Calanca si fa sempre più grigio, preludio a uno di quei temporali che durano lo spazio di un amen. Per salire quassù, Angela e Ivan sono costretti a percorrere tutta la valle fino a Valbella e poi ancora più su, fino agli oltre 1’800 m. dell’alpe, dove non c’è più nemmeno la rete per il cellulare: le loro aziende, entrambe basate sull’allevamento caprino, trovano difatti posto a Santa Maria in Calanca, quasi 40 km più a sud. Una cinquantina di minuti, al netto delle zone 30 nei nuclei.

Quella che hanno raccolto è una sfida che farebbe tremare le ginocchia a molti. Di esitazioni, però, di fronte alla possibilità di gestire l’alpe di Nàucal, non ce ne sono state molte.
«In verità non abbiamo ragionato troppo sulle tempistiche o la praticità, ma sul territorio», confida Angela. «Ci siamo detti che bisognava fare qualcosa per portare avanti la storia di Nàucal e abbiamo capito che ce l’avremmo fatta solo assieme. Una volta deciso, siamo partiti con l’introduzione di alcune misure per ottimizzare il lavoro, basandoci sulla “gavetta” appresa con le nostre aziende. Quando hai un obiettivo definito, è tutto più facile!»

La versione 2.0 di Nàucal
L’alpe è stato caricato ai primi di giugno e da allora vi risiedono alcuni dipendenti, tra pastori e casari. Angela e Ivan salgono però regolarmente, più volte a settimana, a controllare se tutto fila per il verso giusto.
Fuori, la mungitura è in pieno svolgimento. È l’occasione per osservare la prima modifica apportata rispetto alla gestione precedente, ossia l’introduzione di un sistema autocatturante e di una mungitura più razionale, con una zona d’attesa e una che ospita le capre già munte. Nei prossimi anni sono però previste ulteriori migliorie che vogliono sia rendere il lavoro più agevole – è prevista anche la creazione di un nuovo caseificio – sia uniformarsi alla legislazione retica e federale, soprattutto per la protezione delle acque. Un impegno non da poco per il Comune di Castaneda, proprietario dell’alpe, che però sostiene apertamente i due alpigiani.
La produzione di büscion, formaggini, formaggella e formaggio è affidata ai casari Jonas e Luisa e viene smerciata in buona parte al sabato, con una sorta di vendita itinerante per la valle, previa riservazione, oltre alla fornitura di negozi e macellerie. Fuori dal caseificio, una muraglia di legnetti addossata alla casa testimonia un metodo di lavorazione quasi vintage, vale a dire con la caldaia riscaldata a fuoco diretto. Una particolarità che, anche dopo i lavori di miglioria, si vorrebbe mantenere.

Di recinti, pastori e cani da protezione
Il nome di Angela, nell’ambiente agricolo moesano, è noto: alcuni anni fa, assieme alla collega capraia Priska Maggini, aveva difatti installato un sistema di pascolo recintato notturno – con la presenza di un pastore durante il giorno – sopra il paese di Santa Maria: inizialmente per proteggere il bosco di protezione dalla voracità delle capre e, in seguito, per proteggere le stesse capre dal lupo.
«Le due cose andavano di pari passo. Mi sono detta che se da un lato non potevamo più lasciarle al vago pascolo come si faceva da secoli, dall’altro non avevo voglia di nutrire il lupo. Così è nato quel progetto, al quale poi si sono aggiunti pressoché tutti i caprai di Santa Maria e Castaneda e che è stato fortemente sostenuto dal Parco Val Calanca, in particolare per gli aspetti amministrativi e di ricerca fondi per i salari dei pastori».

Se Bubi e gli altri cani da conduzione dormono beati sotto al tavolo, fuori, sotto la pioggia, altri due cani passeggiano invece guardinghi tra le oltre 300 capre. I loro nomi sono Cello e Atena, la loro razza è quella del Cane da montagna dei Pirenei e il loro ruolo è quello di proteggere il gregge. Con la novità dell’alpe, il loro acquisto si è reso obbligatorio. Complicando un po’ il tutto. «Non so come continuerà il progetto del pascolo invernale, dato che non posso permettermi di lasciare liberi i cani da protezione sui monti di Santa Maria, decisamente troppo trafficati tra ciclisti, parapendisti e camminatori col cagnolino – magari non al guinzaglio. A Nàucal il problema è invece minore, ma essendo sulla via di passaggio per la Val Pontirone di gente ne gira comunque».
Cani da protezione e… da passeggio
Per chi non fa parte o non è vicino al settore primario, la problematica del lupo e dei suoi effetti sull’agricoltura di montagna viene spesso sottovalutata e vista come lontana dal proprio quotidiano. Fermandosi talvolta a giudizi affrettati, magari conditi da luoghi comuni.
«Anche perché il lupo, di per sé, non lo si vede mai», precisa Ivan, «mentre i cani da protezione sì: sempre lì, pronti a fare il loro lavoro, cioè abbaiare e correrti incontro. Molti si fermano purtroppo a quello, senza pensare al perché è necessario averli».

Al momento, in Calanca, è recensita una coppia di lupi, ma non sono stati avvistati lupacchiotti – a differenza della lince, ripresa da una fototrappola nella bassa valle alcuni mesi fa. La pressione è quindi ancora bassa, ragion per cui due cani sono sufficienti per 300 capre. Un impegno che però richiede parecchio tempo. «Non puoi pensare di prendere un cane da protezione, mandarlo fuori al pascolo e pensare che sei a posto. Devi attivarti e fargli conoscere l’ambiente, gli animali e le persone. I nostri li abbiamo portati a passeggiare sui monti di Santa Maria per fargli vedere i ciclisti, gli altri cani che ci sono in paese, la gente. È un lavoro che richiede tempo, ma che è fondamentale. Anch’io, inizialmente, non ero così convinto: poi sono arrivati e ora che ci siamo conosciuti son ben contento che ci siano».
Il temporale è passato ed è ora di tornare a valle, senza aver fatto a tempo a parlare dei cavalli di Angela e della sua attività accessoria da pasticciera, con la fama della sua torta di castagne che travalica i confini del Moesano, oppure dei suoi figli o del suo impegno per il Parco, o ancora della tenacia con la quale Ivan tenta di salvaguardare la Capra Grigia.
«E poi domani si falcia, quindi sveglia alle 5. Latte ai capretti, galline, orto, fiori, far su i panini per pranzo. Poi si preparano i macchinari e via, sempre con un occhio a MeteoSuisse e l’altro al cielo». Ma le giornate, in Calanca, quante ore hanno? «Ogni tanto sembra che ne abbiano 28…»
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